La casa delle bambole – Ghostland, la recensione

Buona parte dei successi horror degli ultimi 15 anni devono molto al cinema del terrore degli anni ’70: remake più o meno ufficiali e film che a quel decennio guardano con insistenza, cercando ispirazione nelle pellicole di quegli anni e nei registi che hanno esordito in quel periodo di grande fermento e sperimentazione. Autori come Rob Zombie, Eli Roth, James Wan e film come Non aprite quella porta di Marcus Nispel, L’alba dei morti viventi di Zack Snyder, Le colline hanno gli occhi di Alexandre Aja, i più recenti Halloween di David Gordon Green e Suspiria di Luca Guadagnino. Tutto ha origine in quel magnifico decennio.

In un panorama cinefilo così convinto e vigoroso si distingue però un titolo destinato a riempire un posticino tra i futuri cult, si tratta di La casa delle bambole – Ghostland (Incident in a Ghostland, in originale) il nuovo riuscitissimo film di Pascal Laugier, che agli ’70 guarda in maniera così acuta da non risultare il semplice omaggio di un autore nerd, bensì l’opera matura di chi ha carpito l’essenza di quel cinema selvaggio e senza pudore e l’ha riproposto con eleganza al pubblico moderno.

Pauline riceve in eredità da una vecchia zia una villa immersa nel nulla e va ad abitarla insieme alle figlie adolescenti, l’aspirante scrittrice Beth e la ribelle Vera. La casa si presenta subito spettrale a causa di una inquietante quantità di bambole sparse ovunque, l’ideale per stimolare la fantasia di Beth per i suoi racconti horror. Ma proprio durante la prima notte nella nuova casa, una coppia di sconosciuti si introduce nell’abitazione e prende in ostaggio la famiglia. Per Pauline e le sue figlie sarà solo l’inizio di un terrificante incubo che va al di là di ogni fantasia.

Nonostante non ci siano richiami narrativi evidenti, ne citazioni plateali a nessuna opera esistente, La casa delle bambole – Ghostland rappresenta uno dei più lucidi richiami a quella cinematografia selvaggia, sperimentale e magnificamente anarchica del decennio che ha cambiato le sorti del cinema horror portandolo a tutti gli effetti nell’epoca del postmoderno. Infatti, nel nuovo film di Laugier si respira quella voglia di libertà contro ogni costrizione produttiva da major, si percepisce una precisa direzione artistica votata all’esplosione di un’atmosfera surreale in grado di mettere a disagio ed è palese anche un preciso tradimento delle convenzioni narrative a cui l’horror ci ha abituato in epoca più recente. Per questi motivi torna alla mente prepotentemente il cinema degli anni ’70, i primi lavori di Tobe Hooper su tutti, con una regia ricercatissima che gioca con il dettaglio e un utilizzo del sonoro quasi sgradevole per sottolineare la follia del contesto.

Coerentemente, a livello letterario La casa delle bambole è ancorato ad Howard Phillips Lovecraft, uno degli scrittori di horror più influenti del ‘900, a cui Beth guarda con ammirazione e che si fa protagonista di una scena surreale che racchiude un po’ il senso dell’innesco psicologico che sta al centro del sorprendente plot. La casa delle bambole, infatti, è anche difficile da raccontare non tanto perché si rischia di rivelare elementi importanti che devono essere scoperti un poco alla volta ma anche perché va vissuto. Le immonde creature che popolano i racconti di Lovecraft sono impossibili da descrivere a voce, ma assumono una forma differente in base a chi le raffigura mentalmente, così come i meccanismi narrativi che animano l’originale sviluppo dell’ultimo film di Laugier vivono della stessa esperienza spettatoriale.

In La casa delle bambole, comunque, c’è anche molta riconoscibilità autoriale con il precedente operato del regista. Se il punto maggiore di contatto è il capolavoro Martyrs, sia per l’esplorazione di quell’immaginario settantiano che per la messa in scena di una violenza grafica estrema e disturbante, non mancano punti di raffronto anche con le altre opere di Laugier. Ancora una volta viene esplorata la dimensione infantile e le paure legate al mondo dei bambini, come accadeva sia nel gotico Saint Ange che nel thriller I bambini di Cold Rock. Qui a dar addito a quelle fobie è un contesto fiabesco, con una casa sperduta nel nulla e popolata da balocchi, che ovviamente si fanno inquietanti all’ennesima potenza. Una casa addobbata interamente da bambole che diventa l’antro di un orco e di una strega. Gli stessi villain, interpretati da Kevin Power e Rob Archer e mostrati poco ma in maniera davvero suggestiva, incarnano tutto un universo orrorifico fatto di psicopatia, demenza, repulsione e violenza. Come accade, poi, in tutta la filmografia di Laugier, la donna è al centro di ogni sviluppo narrativo: la protagonista è donna (e martire, altra costante nel suo cinema) e vive in una famiglia composta esclusivamente da donne. Un personaggio, tra l’altro, incredibilmente sfaccettato e ottimamente reso sia da Crystal Reed (Gotham, Teen Wolf), che interpreta Beth da adulta, che da Emilia Jones (Brimstone) che la interpreta da adolescente. Ma è un po’ tutto il cast a funzionare: Anastasia Phillips (Vera da adulta), Taylor Hickson (Vera da adolescente) e la cantante Mylène Farmer (la mamma Pauline), che Laugier aveva già diretto in un videoclip.

Insomma, La casa delle bambole – Ghostland lascia il segno, sia per l’inventiva (tecnica e narrativa) di cui si fa portatore, sia per una brutalità visiva che sicuramente non può lasciare indifferenti e capace di alimentare efficacemente gli incubi degli spettatori.

Il film sarà nei cinema italiani dal 6 dicembre distribuito da Midnight Factory.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Ricco di invenzioni e con uno stile molto personale.
  • Scenografia inquietante… le bambole fanno sempre paura!
  • I due cattivi fanno venire i brividi…
  • Colmo di violenza brutale e di situazioni che sanno mettere a disagio: questo per un horror è un pregio.
  • Colmo di violenza brutale e di situazioni che sanno mettere a disagio: questo per un horror è un pregio… ma a qualcuno potrebbero infastidire!
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