La diseducazione di Cameron Post, la recensione

Fresco vincitore del Gran Premio della Giuria all’ultimo Sundance Film Festival e presentato nella sezione “Tutti ne parlano” della 13esima edizione della Festa del Cinema di Roma, The Miseducation of Cameron Post (La diseducazione di Cameron Post) va a rinverdire il sempre avvincente filone dei film sulla segregazione e, stavolta, trova un efficace mix nella tematica della scoperta dell’identità sessuale.

Cameron Post è un’adolescente, orfana e cresciuta con la zia, una fervente cristiana che impartisce alla ragazza i più ferrei dettami della Bibbia. Ma Cameron cova in segreto una particolare attrazione – ricambiata – per la sua coetanea Coley e quando le due vengono colte in fragrante proprio dal ragazzo di Cameron, esplode lo scandalo. Come immediata soluzione, zia Ruth spedisce Cameron al God’s Promise, un centro di “diseducazione” all’omosessualità, dove la ragazza fa la conoscenza di altri suoi coetanei con i suoi stessi “problemi”.

Tratto dall’omonimo bestseller di Emily M. Danforth, La diseducazione di Cameron Post percorre nel bene e nel male tutte le fasi del classico prodotto indie americano perfetto per il Sundance. Ci troviamo dinnanzi a un film abbastanza minimale, vistosamente realizzato con poco, che si fa forte di un tema importante e scottante come l’omosessualità repressa dal fondamentalismo religioso. Ed è proprio l’adagiarsi sull’high concept di base il punto forte e allo stesso tempo il limite di La diseducazione di Cameron Post perché la regista di origini iraniane Desiree Akhavan mostra una particolare sensibilità verso i temi affrontati, ai quali si è detta particolarmente vicina per simili vicende personali.

Seguiamo, dunque, con estrema naturalezza lo straniamento di Cameron Post, interpretata da una Chloe Grace Moretz ai massimi espressivi della sua carriera, che la porta dal conforto della sua cameretta, dove può consumare in tutta tranquillità il suo “peccato”, all’assurdità del campo di diseducazione. Il passaggio da una realtà all’altra sembra vissuto dalla ragazza con distacco, quasi apatia, ma noi spettatori patiamo al suo posto una sensazione di inadeguatezza palpabile.

Tenendo (quasi) sempre dei toni leggeri, la regista ci descrive God’s Promise e i suoi istruttori come un ricettacolo di follia, un luogo lontano dalla logica e dalla realtà dove i poveri ospiti sono costretti ad assecondare ogni capriccio dei loro istruttori palesemente invasati. Perfino i più disciplinati e volenterosi sono lontani anni luce dall’idea di diseducazione e rieducazione, una pratica che va contronatura in maniera ben più netta in confronto agli ideali della cristianità divulgata.

Il film di Desiree Akhavam parte dunque benissimo, facendosi forte di un’atmosfera giusta e di una convincente scrittura dei personaggi… però, a poco a poco, si spegne. Per i primi quaranta minuti circa, La diseducazione di Cameron Post è una travolgente commedia amara che gioca con i paradossi e con la messa alla berlina di comportamenti e pensieri bigotti, ma in quella voga di spianare la strada a un’evoluzione, ci si dimentica di costruire un dopo. Esaurito l’incipit, La diseducazione di Cameron Post non riesce a condurci a un epilogo vincente e convincente, sembra esaurire le idee con troppo anticipo e ha la pessima idea di raccontare alcune cose invece che mostrarle, come avviene nel clamoroso anti-climax finale.

La sensazione generale è che la regista e sceneggiatrice fosse talmente affascinata dai personaggi che ha dimenticato di costruire attorno a loro una storia forte dal deciso sapore cinematografico; ed è un peccato arrivare a fine visione con uno sbadiglio piuttosto che con un sorriso di sfida, perché la storia ha molte più chance di quelle che sono state effettivamente utilizzate nel film.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Una bella storia di base, che mette alla berlina la bigotta frangia estremista cristiana.
  • Chloe Grace Moretz in una delle sue interpretazioni migliori.
  • Il film si esaurisce in circa 40 minuti, quel che resta si spegne a poco a poco…
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