La fantastica signora Maisel, nascita di una cabarettista

Dopo aver fatto incetta di premi all’ultima edizione degli Emmy Awards e aver sbaragliato la concorrenza nella categoria commedia, è arrivato il momento di dare un’occhiata più da vicino alla serie TV prodotta dai lungimiranti Amazon Studios.

Creata, scritta e diretta (per buona parte) da Amy Sherman-Palladino (Una mamma per amica), La fantastica signora Maisel è ambientata in una New York patinata del 1958, dove una giovane donna dell’Upper West Side si è completamente calata nel ruolo della madre e casalinga sorridente e con la messa in piega sempre a posto, nel suo perfetto appartamento collocato immediatamente sopra quello dei suoi genitori. Miriam “Midge” Maisel (la Rachel Brosnahan già vista in House of Cards) supporta i tentativi del marito come comico infarciti di plagi e furti, è raggiante nell’affermare che a sei anni abbia deciso di studiare letteratura russa, a dodici abbia trovato il suo taglio di capelli distintivo, ma soprattutto la notte aspetta che suo marito (Joel interpretato da Michael Zegen)  si addormenti per rimuovere il trucco e riapplicarlo poi prima che lui si svegli, in maniera tale che non venga mai vista senza. Un’ossessione per l’apparenza e la forma decisiva per il tono della serie e per la coerenza di tutte le linee narrative che conferisce ancora maggior potenza alla prima presa di coscienza di Midge sulla realtà delle cose.

Il turning point è infatti posizionato sul finire dell’episodio pilota, quando proprio Joel, dopo una performance scadente al Gaslight, le comunica di avere una relazione con un’altra donna e che la loro storia è finita. Questo la fa finire dritta nello stesso club ubriaca, improvvisando uno spettacolo indecente per l’epoca ma esilarante che scatena gli applausi nella platea mettendo in chiaro che è lei la persona con un talento comico tutto da scoprire. Soltanto con il microfono in mano e dimenticandosi delle regole imposte da una società soffocante, la narrazione si mette definitivamente in moto, facendo emergere il personaggio verso cui è possibile provare simpatia, intesa come protocollo di risposta emotiva davanti ad uno stimolo in senso lato. Nonostante l’azione si svolga negli anni Cinquanta, c’è infatti un’assonanza importante con la società contemporanea e le sue derive attuali (intuitivamente basta pensare al movimento #MeToo ma con echi di mille altre campagne per uguaglianza e diritti civili) che non diventa volutamente rima proprio grazie alla scelta del costume, che rende il tema della serie quanto più universale possibile: cosa succederebbe se una persona perdesse tutte le sue certezze trovando in cambio sé stessa?

L’evento scatenante della rivoluzione di Mrs. Maisel coinvolge e interroga tutto il cast di supporto alla stella nascente della comicità stand-up, illuminando personaggi che cercano di completare la risposta della Brosnahan con i propri archi narrativi. Tony Shalhoub, Alex Borstein, Marin Hinkle e Luke Kirby duettano con la locomotiva di questa serie seguendo un ritmo perfettamente riconoscibile ai fan delle Gilmore Girls, incalzante e forsennato non soltanto nei segmenti comici. Non ci si ferma un attimo, anche nei momenti più fiacchi, per apparecchiare la tavola alle esibizioni di quella che sul finire dell’ultimo episodio diventa, per la prima volta, la fantastica signora Maisel, il momento da attendere per una catarsi fulminante. Questa attesa non è sicuramente isolata, è stata preparata in sede di sceneggiatura come chiave della comicità contagiosa che permea ogni dialogo e ogni monologo, obbedendo al fulmen in clausula della prosa comico-satirica dell’antichità.

Dal particolare all’universale, da una donna nello specifico ad ogni persona che ne condivide la traiettoria, cercando di frantumare il canone con l’unico genere capace di minarlo nelle fondamenta, mantenendo il sorriso sulle labbra. Niente male eh? Grazie e buonanotte a tutti!

Andrea De Vinco

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