La nostra terra, la recensione

In seguito all’arresto del temutissimo boss mafioso Nicola Sansone, il suo ampio podere viene confiscato dallo Stato per essere affidato ad una piccola cooperativa, il cui scopo è quello di avviare una redditizia attività agricola su quelle terre. A causa di dichiarati o celati boicottaggi, la cooperativa non riesce ad avviare nessuna attività su quelle terre fino a quando giunge sul posto Filippo, un uomo determinato e pronto a tutto che da anni fa l’antimafia in un piccolissimo ufficio del nord Italia, ma che si rivela impreparato ad affrontare la situazione “sul campo”. Costretto a scontrarsi con l’omertà e l’ignoranza di molti paesani, Filippo è pronto a battersi fino all’ultimo per sostenere la cooperativa e far nascere un’attività legale e redditizia su quei possedimenti appartenuti alla mafia. Pur se con difficoltà, sorte a causa del “colorato” manipolo di reietti chiamati a sostenere la cooperativa, tutto sembra andare per il verso giusto, fino a quando a Nicola Sansone vengono concessi i domiciliari.

Parlare di mafia, in Italia, non è certo cosa nuova. Anzi, con buone probabilità è uno degli argomenti più affrontati, discussi e denunciati dal cinema e dalla televisione italiana. Non si contano le fiction o i film tv che vengono realizzati ogni anno come denuncia dei misfatti mafiosi o per esaltare e celebrare le gesta di “personaggi” che hanno combattuto la mafia con l’unico risultato di rimanerne vittima.

Solo in rarissimi casi, però, il messaggio antimafia viene veicolato con intelligenza e fare arguto, perché nella maggior parte delle volte si finisce per parlare di “mafia” a sproposito o con eccessiva leggerezza, incappando solamente in una serie di luoghi comuni che troppo spesso tendono a confondere la vera mafia con il cinema gangsteristico di alcuni celebri film hollywoodiani. Noi italiani, che la commedia ce l’abbiamo nel sangue, non potevamo farci scappare l’occasione di sdrammatizzare sull’argomento e parlare di mafia attraverso il pungente linguaggio della commedia dal momento che, si sa, la risata è spesso l’arma migliore per trasmettere molti messaggi. La storia del nostro cinema è pieno di sguardi comici e satirici sul mondo della criminalità organizzata. Solo per fare un esempio, potremmo ricordare il divertentissimo episodio Con i saluti degli amici interpretato da Gianfranco Barra e contenuto nel film I nuovi mostri per la regia di Risi, Scola e Monicelli, ma indubbiamente la più significativa commistione recente tra mafia e comicità è avvenuta con l’acclamato film La mafia uccide solo d’estate per la regia di Pif.

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Diretto dall’altalenante Giulio Manfredonia, arriva ora nelle sale La nostra terra, una commedia ispirata a “tante storie vere”, come ci suggerisce il film in apertura, che ci racconta l’agreste sud Italia con il fine ultimo di lanciare un messaggio di denuncia ben preciso in favore di tutte quelle associazioni e cooperative che in anni recenti si sono attivate in sostegno del movimento antimafia con il riutilizzo, per fini volti al bene pubblico, di tutti quei possedimenti sottratti dallo Stato alle organizzazioni criminali.

L’idea che si cela dietro il film di Manfredonia è sicuramente interessante, soprattutto perché ci racconta l’azione antimafia da una prospettiva nuova, peccato però che il tutto finisce con il perdere di efficacia a causa di una costruzione narrativa eccessivamente risaputa, capace solo di collezionare un luogo comune dietro l’altro. Solo qualche anno fa Manfredonia ci aveva regalato un film non troppo dissimile da questo nella forma, Si può fare con Claudio Bisio e Giuseppe Battiston, ma l’idea del film corale i cui protagonisti sono un gruppo di “disagiati” uniti in un’impresa e con un fine comune da perseguire è stata vista fin troppe volte, anche di recente. Vedendo La nostra terra non si può fare altro che pensare di continuo a Una piccola impresa meridionale di Rocco Papaleo, film ben più riuscito ma che tanto, troppo, ha in comune con l’opera di Manfredonia. Se già la struttura appare risaputa, peggiorano le cose i continui e vecchi luoghi comuni circa l’omertà e soprattutto l’ignoranza che grava su tutto il sud Italia. Lo spettatore è chiamato a sposare il punto di vista di un giovane del nord, colto e di belle speranze, che si trova a dover insegnare l’onestà e le buone maniere ad un sud Italia in cui regna l’illegalità e la cafoneria. Un discorso del genere, oggi, non può che apparire superato e, se proprio vogliamo, moralmente anche un po’ “leghista”. I   personaggi che popolano la scena, nella loro stravaganza, non fanno altro che ricalcare stereotipi già visti più e più volte. Si va dal gay super-effeminato che non fa altro che sfoggiare look alla moda, al paraplegico scontroso per via del suo handicap che lo costringe sulla sedia a rotelle, passando per l’operaio di colore (e che parla da nero) che non fa altro che pensare a quando arriva lo stipendio. Insomma, tutto già visto tante altre volte e sicuramente con risultati qualitativi ben superiori (basti pensare allo stesso film di Papaleo).

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Anche il cast funziona solamente in parte. Tutto è affidato all’interpretazione dei due attori principali, Stefano Accorsi e Sergio Rubini, che si contendono la scena dall’inizio alla fine con “vittoria” da parte del primo, capace di reggere la scena molto bene contrariamente a un Rubini ormai chiamato a recitare sempre lo stesso ruolo. I personaggi secondari, invece, risultano tutti eccessivamente macchiettistici e si va dall’irritante Iaia Forte al televisivo Tommaso Ragno nei panni del boss mafioso Nicola Sansone.

 Giuliano Giacomelli

Pro Contro
  • Prendendo spunto da fatti realmente accaduti, Manfredonia racconta la criminalità organizzata sposando un punto di vista insolito: le cooperative che gestiscono i beni confiscati alla mafia.
  • La buona prova di Stefano Accorsi.
  • Tutto sa di già visto così che le buone carte a disposizione tendono ad essere vanificate da situazioni risapute e scontate.
  • Personaggi eccessivamente stereotipati.
  • Tolto Accorsi, il resto del cast non convince troppo.
  • Un film destinato ad essere dimenticato con una certa celerità.
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