La notte che mia madre ammazzò mio padre, la recensione

La notte che mia madre ammazzò mio padre è una commedia spagnola che fa qualcosa di inusuale. Gioca forte sul mix di generi e di influenze, non cerca necessariamente i suoi motivi scandagliando l’attualità, rifiuta l’estetica televisiva che tanto piace alla commedia italiana. È, nella sua essenza, un’esperienza di puro cinema. È diretto dalla regista e sceneggiatrice Inés Parìs, sullo spunto, debitamente deformato, di testimonianze di vita vissuta virate al farsesco.

È la storia di una serata e di una cena fuori dal comune, a dire il minimo. È la storia di un film da fare, una proposta allettante, una storia di gelosia, sesso, amore e ovviamente, morte. I suoi protagonisti sono il nevrotico Eduard Fernandez, sua moglie Belén Rueda, la ex di lui Marìa Pujalte, l’ex di Belén Rueda Fele Martinez, la nuova fidanzata di lui, Patricia Montero, e il famoso attore argentino Diego Peretti. Fuori quadro, un certo numero di figli, che sono il prodotto di questo minestrone di relazioni, presenti e passate. È bene fermarsi qui e non svendere troppo di una trama che è tanto più efficace tanto più si lascia integro allo spettatore il piacere del colpo di scena, dello spiazzamento. L’auspicio è che la breve elencazione di cui sopra sia servita a dare un’idea, anche solo approssimativa, della confusione che regna sovrana in questo film, il che è parte del suo fascino.

La notte che mia madre ammazzò mio padre non è un film perfetto ma è un film vitale, sicuramente interessante e soprattutto raggiunge il suo scopo che, senza troppi giri di parole, è quello di intrattenere il pubblico divertendo. E il film è, indubbiamente, divertente. Diabolicamente buffo. Una commedia dall’umore nero, un giallo nella migliore tradizione di Agatha Christie, una satira di un certo modo di fare cinema, anche la cronaca di una battaglia fra i sessi.

L’equivoco è una variabile decisiva, nell’equazione. L’inganno il sotterfugio, idem. Ciascun personaggio cerca nella menzogna e nello stratagemma la via per il successo, che è tutt’altro che lineare. Come da tradizione, il sesso è soltanto accennato e l’amore si esprime in maniera molto contorta.

Il pedigree è quello della screwball comedy, a metà strada fra la farsa e il sofisticato (e nel caso di questo film la bilancia propende decisamente per il primo ingrediente), del quale La notte che mia madre ammazzò mio padre si prende i pregi, cioè un gioco costante di equilibrismo fra realtà e finzione, tutto testo alla produzione di un effetto spiazzante e divertente, il ritmo indiavolato, una tensione sessuale che non evolve mai in qualcosa di più esplicito.

Ma anche i difetti. Non c’è una vera progressione nel racconto; il film è abbastanza sopra le righe al principio, decisamente sopra le righe nel mezzo, totalmente sopra le righe in conclusione. La variazione è una variazione di tono, non di toni, il che produce una sensazione di uniformità che in parte – ma solo in parte – indebolisce il ritmo. Si ride molto, ma si sarebbe potuto ridere di più se si fosse accostata alla forza dei personaggi principali, nevrotiche e divertenti caricature, una normalità che aumentasse l’effetto comico attraverso la forza del contrasto. Ma nel complesso, queste critiche non devono svilire un risultato complessivamente positivo.

La notte che mia madre ammazzò mio padre offre risate, una buona dose di cinismo, qualche graffio cattivo, un cocktail di stili e una costruzione elaborata. Una boccata d’aria fresca, quasi un respiro da cinema d’altri tempi.

Francesco Costantini

PRO CONTRO
  • L’unità di spazio e di tempo. Anche la villa è protagonista del film.
  • Il bel cast.
  • Il finale un po’ troppo sbrigativo.
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