L’accordo, un film sulla tematica della bi-genitorialità

In un periodo di grande fermento sociale e politico attorno all’istituzione famigliare, un piccolo film indipendente sta riscontrando ottimi risultati d’ascolto nel panorama televisivo, si tratta de L’accordo, nuova opera del giovane regista sipontino Stefano Simone.

Un film che ruota proprio attorno al concetto di famiglia, di come l’armonia di una giovane coppia possa improvvisamente sfaldarsi e trovare una soluzione nella separazione.

In testa ai titoli di ogni giornale oggi leggiamo di vere e proprie battaglie ideologiche tra chi sostiene la famiglia intesa nella sua accezione più tradizionale e chi si fa portavoce del cambiamento, delle forme famigliari più “moderne”. Una guerra intestina che non fa altro che strumentalizzare il concetto stesso di famiglia a scopi politici per alimentare l’odio, la diversità, giocando sull’ignoranza dell’italiano medio e sull’oscurantismo medievalista di molte menti semplici che vivono in simbiosi con i talk show televisivi. Un panorama molto squallido, che se analizzato con serietà fa male, preoccupa. Per questo motivo un film genuino come L’accordo ristabilisce la serenità, ci riporta alla realtà, a quelle che sono le vere questioni che una famiglia in difficoltà si trova ad affrontare.

L’amore tra Marta e Stefano è ormai giunto al termine, nonostante la coppia sia ancora giovanissima e i due siano genitori di una bambina, Serena.

I due si rivolgono ad un legale per iniziare le pratiche di separazione e la lunga giornata di consulenza porterà Marta e Stefano a riflettere su quello che stanno per fare. Ma andare oltre quelle che sono le loro divergenze personali non è semplice.

L’idea mi è venuta dopo aver sentito al tg una notizia relativa al fatto che molte città italiane iniziavano finalmente ad attuare il registro della bi-genitorialità, per cui subito ho pensato potesse essere un argomento sociale molto forte ed attuale da poter raccontare in un film.

Dichiara il regista Stefano Simone, che dopo l’ottimo consenso ottenuto con Fuoco e fumo, la sua opera precedente che affrontava la tematica del bullismo e dell’omosessualità, torna ad esplorare i territori del dramma sociale, nell’accezione tutta italiana.

L’accordo ci immerge nella vita di una giovanissima coppia (Marta e Stefano non avranno più di trent’anni) in un momento di estrema crisi e ci chiede di stare con loro per l’arco di un’intera giornata: una manciata di ore che servono a loro per sbrigare le pratiche di separazione. Si tratta, dunque, di una narrazione quasi in tempo reale (lo è il blocco centrale del film) durante la quale riusciamo ad entrare in perfetta sintonia con i personaggi, capire le loro difficoltà, le motivazioni, i dubbi. A seconda della sensibilità spettatoriale, si può entrare in empatia più con Marta o più con Stefano. Da una parte c’è una giovane donna che si si sente frustrata e imbrigliata in un matrimonio forse arrivato troppo presto, a cui sono chieste responsabilità che non è in grado di prendersi. Dall’altra c’è Stefano, un ragazzo semplice e con la testa sulle spalle che palesemente ama sua moglie ma si è forse adagiato sulla routine del rapporto matrimoniale, e a cui pesa di questa situazione, più di ogni altra cosa, l’idea di non poter crescere sua figlia così come vorrebbe, ogni giorno della settimana.

La sceneggiatura di Daniele Marasco è molto onesta nel tratteggiare i due personaggi e il loro rapporto, mette in mostra le ragioni di entrambi e ci fornisce un arco evolutivo umanamente credibile a cui partecipano anche interventi esterni, personaggi che popolano lo studio legale che riescono a dare una testimonianza, a infondere il dubbio nella coppia, o semplicemente rafforzare le loro convinzioni.

In questo dramma da camera non convince del tutto la scrittura di alcuni blocchi. Mi riferisco, in particolare, alle sessioni di consulenza presso l’avvocato, durante le quali assistiamo alla lettura di lunghissimi brani in “burocratese”. Diciamo che se da una parte si evince la volontà di un effetto di realismo, dall’altra è una soluzione molto anti-cinematografica che può facilmente portare lo spettatore a distrarsi.

Bravi i due giovani interpreti protagonisti, Daniele Baldassarre e Natalie La Torre, decisamente credibili soprattutto se si considera che non si tratta di attori professionisti. Molto buono anche il commento musicale, affidato, come di consueto per le opere di Stefano Simone, a Luca Auriemma.

Da un punto di vista tecnico si è trattata per Stefano Simone di una bella sfida, perché girare un film quasi interamente in una stanza, con tre attori, concentrando tutto sui volti, sulle parole e sui dettagli non è affatto semplice. Possiamo rimproverare che qua e là si nota in uno specchio un riflesso che non si dovrebbe vedere, o l’ombra dell’asta del microfono, ma dalle parole dello stesso regista capiamo che le difficoltà non sono state poche:

quando si raccontano storie a location unica, bisogna cercare di nascondere il più possibile la macchina da presa, captare la più vasta gamma espressiva degli attori in modo da inserire piani di reazione nel giusto momento e affidarti poi ad un montaggio fluido e ritmato. Non a caso, prima di girare “L’accordo”, ho ripassato molti film teatrali – in particolar modo “Frost-Nixon” di Ron Howard – per studiare nel migliore dei modi la gestione degli spazi in location così piccole. Da un punto di vista registico ho optato per uno stile contemporaneo: pochi ed impercettibili movimenti di macchina e macchina a mano. Audio in presa diretta ovviamente.

Se consideriamo il precedente Fuoco e fumo, possiamo vedere L’accordo come un piccolo passo indietro: la voglia di sperimentare porta a qualche errore e un appiattimento narrativo. Ci troviamo sempre e comunque di fronte a un lavoro dignitoso, con un’idea di cinema che non si ferma al provincialismo in cui è imbrigliata spesso l’Italia e la consapevolezza di raccontare il Paese attraverso un linguaggio cinematografico mai scontato.

Roberto Giacomelli

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