L’altra metà della Storia, la recensione

Non si corre il rischio di inciampare nell’aggettivo sbagliato, a definire L’Altra Metà della Storia un film dannatamente inglese. Nel bene e nel male, punti di forza e inciampi. Per tono, umore, spirito, localizzazione, contesto produttivo. Una coltre di malinconia soffusa, appena accennata, rigorosamente trattenuta. Con decoro e tanto contegno, adagiata delicatamente su ogni cosa come la polvere sopra i mobili. Posata su Londra, la pioggia, il vento, tanto vento, la guida a destra, la Brexit e quei pub, di folklore icone assolute e intramontabili.

La storia di Tony, un magnifico Jim Broadbent, che regala sprazzi di umorismo, fragilità, adorabile misantropia, adattata da Ritesh Batra a partire da un romanzo di Julian Barnes, The Sense of an Ending ( Il Senso di una Fine). Giallo esistenziale dalla cornice impeccabile per precisione ed eleganza, condito da interpretazioni di alto profilo, L’Altra Metà della Storia scava nella vita di un uomo solo e quieto. Tony ha spento l’interruttore della sua vita emotiva, divorziato, zero o quasi il dialogo con la figlia, trincerato nella gabbia di un negozietto di macchine fotografiche d’epoca. Il disagio affogato in un brutto carattere, fino all’arrivo di una lettera inattesa. Il passato canta la sua canzone, un motivetto infuso di nostalgia e rimpianti. Non proprio originale, ma tanto basta. I suoi attori: un pugno di amici, una morte improvvisa, una ragazza… l’amore perduto forse? Incarnata magnificamente al tempo presente da un’ottima Charlotte Rampling, che vince a suon di contegno imbronciato e intensità la sua guerra privata contro un minutaggio risicato.

Ci sarebbe anche la madre di lei, importantissima, la sempre brava Emily Mortimer, un Matthew Goode che fa capolino più o meno a metà e poi scompare nel nulla.

Questo per dire che il problema de L’Altra Metà della Storia non sta certo nella qualità e nella quantità degli strumenti messi a disposizione del suo direttore d’orchestra. L’inghippo è altrove. Precisamente, al cuore di quel tono, quelle attitudini che strutturano il film ed emanano dall’ambiente, tipicamente britannico, che ne fa da sfondo, e di cui il racconto sembra prigioniero. L’emozione è troppo trattenuta, per troppo tempo. Sotto la neve sta nascosta la bocca del vulcano, ma il suo morso si fa fatica a sentirlo. Talvolta, il dramma inglese è difficile a comprendersi proprio come il suo umorismo.

Questa indagine, questa storia raccontata o allusa, che è la storia della vita di un uomo, la sua identità, con le sue omissioni, i rimpianti, la promessa di una parziale redenzione e qualche deriva da soap opera sul finale, è trasferita sullo schermo da Batra in maniera un po’ rigida, troppo schematica. Un ping pong tra il passato e il presente senza coraggio. Avanti e indietro, avanti e indietro, ad ogni tassello un informazione in più, e basta. Come se il film avesse dentro di sé le potenzialità per arrivare fino all’attico, ma perdesse di slancio appena superata la portineria.

Cosa rimane? La forza dei suoi protagonisti, classe e solidità tipicamente inglese, e nel senso migliore del termine. Jim Broadbaent è in scena praticamente dall’inizio alla fine, tiene il palco aggiustando e rifinendo gli spigoli e le sfumature di un personaggio, brontolone, scontroso e simpaticissimo, che è anche la radiografia di una carriera di successo. Il suo regalo allo spettatore è un film comunque godibilissimo, malgrado le sue armi un po’ spuntate.

Francesco Costantini

PRO CONTRO
  • Londra, i suoi volti, i suoi posti più o meno speciali, quel clima insopportabile e allo stesso tempo meraviglioso.
  • Un cast di livello indiscutibile.
  • Si ride spesso.
  • Il film non riesce a mantenersi all’altezza delle premesse, notevoli.
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L'altra metà della Storia, la recensione, 6.0 out of 10 based on 1 rating
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