L’amore bugiardo – Gone Girl, la recensione

Tra i registi artisticamente nati e affermatisi negli anni ’90 e diventati poi di culto nel decennio successivo, David Fincher ricopre probabilmente una delle vette più alte, per coerenza narrativa e stilistica. Perfino quelle opere che oggi possiamo ritenere “intruse” nella sua filmografia, come The Social Network e Il curioso caso di Benjamin Button, hanno un senso, sono dei tasselli di un gigantesco mosaico che gioca con la natura umana, spesso autodistruttiva e irrimediabilmente votata alla solitudine. In questo panorama, che spesso e volentieri pone forti figure femminili al centro di tutto, si va ad inserire L’amore bugiardo – Gone Girl, incredibile e bellissimo thriller, presentato in concorso alla nona edizione del Festival Internazionale del Film di Roma.

In perfetta sintonia con il miglior thriller fincheriano, L’amore bugiardo racconta di un’ossessione che, anche in questo caso, si struttura su diversi livelli e porta ad intrecciarsi più vite e più mezzi espressivi. Se in Seven il detective Mills è ossessionato da un serial killer senza identità, così come in Zodiac accade al cronista Graysmith e in Millennium – Uomini che odiano le donne si replica con il giornalista Blomkvist, in L’amore buguardo l’ossessione si dirama e va a contagiare più personaggi e situazioni, cogliendo in primis colui che è accusato di essere il colpevole.

Siamo immediatamente introdotti nella vita apparentemente perfetta di Nick (Ben Affleck) e Amy (Rosamund Pike), giovani e bellissimi, sposati da cinque anni, proprietari di un bar e di una villetta in un tranquillissimo quartiere residenziale alle porte di New York. Ma noi spettatori sappiamo che ogni scenario così idilliaco non è destinato a rimanere tale e la vita di Nick e Amy è immediatamente sconvolta dalla scomparsa di lei. Un giorno Nick torna a casa e non la trova più: lievi segni di colluttazione in salotto lo fanno allarmare, ma della donna non c’è traccia, se non delle macchie di sangue maldestramente ripulite in cucina. La polizia indaga, i media ci speculano sopra e, un poco alla volta, saltano fuori indizi che sembrano incastrare proprio Nick, che amici, vicini e famigliari vedono sospettamente troppo tranquillo e attento a fare la star nelle numerose trasmissioni televisive dove è chiamato a rispondere.

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La scomparsa di una persona vicina, di una moglie in questo caso, diventa il pretesto per far sbizzarrire Fincher con la creazione di un personaggio che rientra in pieno nel suo pantheon di cinici e beffardi protagonisti. Un po’ Tyler Durden, un po’ Mark Zuckenberg, il Nick Dunne di L’amore bugiardo è lupo travestito da agnello, oppure un agnello che si atteggia a lupo; un perfetto “stronzo” con il quale è complicato entrare in empatia, malgrado, più passino i minuti più si mescolano le carte che tendono a scagionarlo o colpevolizzarlo.

Tutto ciò accade per poco più di un’ora di film, dopo di che le carte vengono scoperte, abbiamo la soluzione di un giallo che è per metà apertamente hitchcockiano e per l’altra metà un Fincher D.O.C.

Ma L’amore bugiardo dura 150 minuti e la restante ora e mezza serve a fare il punto, ad espandere la storia verso nuovi orizzonti e creare scenari così inquietanti che, a fine visione, si esce dalla sala con una sensazione di disagio che raramente di recente era accaduta con un film mainstream.

Come se fossimo a Twin Peaks, la storia di Nick e Amy è ben più complessa e sfaccettata di quello che i media ci hanno raccontato e il film mostrato fino a quel momento. Abbiamo un colpevole, ma questo colpevole chi è realmente? L’amore bugiardo si riavvolge su se stesso e ci racconta il prima e il mentre (e poi anche il dopo) da una prospettiva differente, mostrandoci quello che potevamo intuire ma non averne la certezza.

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Fincher, che attinge dal romanzo di Gillian Flynn (anche sceneggiatore), ci racconta a questo punto la follia, che irrimediabilmente sfocia nella canonica solitudine, dona all’immaginario cinematografico un altro personaggio femminile forte e intenso ben più di quello che inizialmente potessimo pensare e arriviamo alla parola “fine” con un tale beffardo susseguirsi di sorprese che si prova quasi un senso ludico nel veder soffrire – anche in maniera decisamente atroce, vista una scena splatter incredibile! – i vari personaggi che affollano il film.

L’amore bugiardo non racconta nulla di realmente nuovo ma lo fa benissimo, appassiona e non fa cedere neanche un secondo l’attenzione dello spettatore, malgrado la durata mastodontica. E se uscite dal cinema pensando solo per un istante se realmente conoscente la vostra compagna/o, allora vuol dire che il tarlo del dubbio che il film vuole istillare ha colto anche voi, riuscendo perfettamente in quel gioco paranoico che Fincher voleva condurre.

 Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Storia intrigante e ricca di sorprese.
  • Ottimo cast… perfino Ben Affleck!
  • Incredibilmente coerente nel percorso artistico del regista.
  • Capace di risultare inquietante.
  • E’ richiesta la sospensione dell’incredulità malgrado si tratti di una storia realistica.
  • Non racconta nulla di realmente originale.
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L'amore bugiardo - Gone Girl, la recensione, 8.0 out of 10 based on 1 rating
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