L’angelo del crimine, la recensione

Giovane, biondo, attraente, dall’aria innocente… eppure Carlos Eduardo Robledo Puch è salito alle cronache argentine nei primi anni ’70 per essere uno dei più spietati criminali che il Paese abbia mai conosciuto. Ribattezzato dai media “Angelo biondo” e “Angelo del Male”, Carlos Punch si distinse tra il 1971 e il 1972 per aver commesso una serie di furti ai danni di abitazioni, gioiellerie e altre attività commerciali, ben 11 omicidi e un’evasione dal carcere, a cui poi è stato legato a vita con condanna di ergastolo. Una storia troppo ghiotta per essere trascurata dalla settima arte e infatti l’argentino Luis Ortega ha tratto un film dalla storia di Carlos Puch… un bel film, L’angelo del crimine (El Angel, in originale), distribuito nei cinema italiani da Movies Inspired dal 30 maggio.

Ortega, anche sceneggiatore insieme a Sergio Olguìn e Rodolfo Palacios, racconta la storia di Carlos proprio in quel frangente di tempo che rappresenta il fulcro della sua attività criminale; quel paio di anni che lo vedono “crescere” da semplice topo d’appartamento a membro della gang di rapinatori di cui fanno parte il suo compagno di scuola Ramòn e il di lui padre, pregiudicato eroinomane. L’angelo del crimine segue, quindi, l’ascesa criminale di Puch, il suo primo omicidio e il rapporto morboso che instaura con Ramòn, fino alla sua cattura e detenzione.

l'angelo del crimine

Con una narrazione asciutta, quasi essenziale, e una contestualizzazione praticamente perfetta dell’Argentina dei primi ani ’70, Ortega confeziona un crime movie esemplare che, giustamente, non si accontenta di essere il classico crime. Se Pablo Trapero nel 2015 con El Clan si adagiava (pur con risultati ottimi) su territori scorsesiani, il giovane Ortega – che si era già fatto conoscere con l’originale love story LuLu – trova una via più personale e decide di non strutturare L’angelo del crimine come il classico biopic sulla vita di un criminale, ma di raccontare l’adolescenza ribelle.

Carlos è fondamentalmente una scheggia impazzita all’interno di una società quadrata, avverso al sistema, dissidente per natura e il suo infrangere la legge (anzi, le regole) è un urlo di protesta verso un mondo che gli sta stretto; non è un caso, infatti, se la sua aspirazione ultima è la libertà, come ribadisce più volte durante il film.

l'angelo del crimine

Allo stesso tempo, però, Carlos mostra una naturale vocazione al male, come se si trattasse di una componente genetica del ragazzo, che fornisce il là per raccontare le avventure di un personaggio fuori da qualsiasi convenzione: androgino nell’aspetto, dalla sessualità fluida, dalla morale inesistente, capace di uscire impunito da qualsiasi situazione. La freddezza e la naturalità con cui Carlos reagisce anche alle azioni più terribili ce lo descrivono come l’incarnazione stessa del Male: non c’è un reale disagio nella sua condizione personale, la famiglia gli vuole bene e lo difende anche nel torto, non ha problemi di denaro e ogni scelta sbagliata è frutto semplicemente della sua volontà.

Dunque, intuiamo nella vicenda di Carlos un malessere estendibile alla società argentina dell’epoca che in un periodo di relativa ripresa economica vide la continua alternanza di poteri politici al governo di un Paese in balia di guerriglie e omicidi. La vocazione criminale di Carlos veniva attribuita alla sua sessualità ambigua, dal momento che gli psicologi non riuscivano a spiegare la discrepanza lombrosiana tra il suo essere di bell’aspetto e l’indole violenta. L’ignoranza regnava, lasciando così terreno fertile al Male.

l'angelo del crimine

Oltre alla cura meticolosa nella ricostruzione scenografica e nei costumi dell’Argentina degli anni ’70, anche la scelta musicale contestualizza perfettamente l’epoca con pezzi che sottolineano le immagini con il gusto per l’ossimoro. Ma anche la fotografia ha il suo peso sulla riuscita storica del film, grazie alla scelta di un’illuminazione calda, abbagliante, in sintonia con quella che realmente caratterizzava molte pellicole dell’epoca.

Anche i volti scelti per dar vita ai personaggi sono particolarmente calzanti, a cominciare dall’efebico Lorenzo Ferro che dà corpo al protagonista androgino e spietato, ben spalleggiato da Chino Darìn (Una notte di 12 anni) e Peter Lanzani (El Clan).

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L’angelo del crimine, che vanta anche il nome di Pedro Almodóvar in produzione, è stato presentato nella sezione Un certain regard del Festival di Cannes dello scorso anno, ha ricevuto un unanime apprezzamento dalla critica internazionale ed è il film di maggior successo commerciale nella storia del cinema argentino.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Ottima contestualizzazione storica.
  • Bravi e calzanti gli interpreti.
  • Racconta un vero spaccato di cronaca con uno stile personale da crime movie.
  • Il film non presenta alcun tipo di sorpresa e tutto procede esattamente come potremmo aspettarci.
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