Le nostre battaglie, la recensione

Non so quanto sia giusto parlare di cinema sociale francese, ma la cinematografia d’oltralpe affonda le mani nel tessuto dilaniato del paese per raccontare puntualmente quello che sta succedendo oggi, anzi da un bel po’ di tempo. Perché qualcosa è evidente che c’è qualcosa che non vada – e no, non si tratta del franco CFA – ma il fatto stesso di esserne consapevoli non basta, bisogna farne una questione culturale raccontandolo.

Guillame Senez non si sottrae e mette su un film in cui il contesto è silenziosamente tossico per la storia che ospita. Una grande azienda che si occupa di logistica alle prese con un livello di produttività da mantenere alto a qualsiasi costo umano è quanto di più verosimile si possa immaginare in questi anni. Stringendo su chi ci lavora si ha modo di conoscere le persone che sono in lotta di questi tempi, ognuna con una realtà poco confortante sul groppone. Precari, lavoratori troppo vecchi per i ritmi, donne incinte che possono rallentare la produzione, giovani lavoratori che hanno messo su famiglia senza avere il tempo di viverla.

Olivier (Romain Duris) rientra in quest’ultima casistica. Mentre lavora senza sosta e prova a difendere i suoi colleghi, sua moglie Laura (Lucie Debay) si occupa dei bambini e lavora in un negozio di vestiti, almeno fino a quando non scompare nel nulla. Alle vicissitudini lavorative si somma improvvisamente la necessità di diventare contemporaneamente padre e madre dei suoi figli, con tutte le difficoltà del caso. Ed è uno sguardo involontario su uno spaccato sociale tutt’altro che anormale, non un colpo di scena soltanto immaginato in sede di sceneggiatura.

In questo modo il regista francofono rintraccia Le nostre battaglie collegando lavoro, famiglia, intimità senza ricorrere troppo alla finzione. La mancanza improvvisa e apparentemente immotivata, con tutte le tappe successive, potremmo averla già conosciuta mille volte da amici e conoscenti, in un servizio televisivo o sulla nostra pelle. Non c’è bisogno di una rivelazione sconcertante finale o di una messa in scena particolare e Senez si preoccupa di metterci davanti l’essenzialità del quotidiano senza fronzoli.

Il risultato è sincero e senza pretese, riuscendo ad essere diretto nel lanciare un messaggio semplicissimo: questa qui è la normalità, ognuno la affronta come può.

Basta così poco per essere sociali, almeno in Francia.

Andrea De Vinco

PRO CONTRO
  • Contestualizzazione della storia
  • Un discorso che rischia di essere troppo universale per essere accattivante
  • Una buona prova attoriale
 
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