Logan – The Wolverine, la recensione

Sono passati 17 anni da quando Bryan Singer portò Wolverine per la prima volta sul grande schermo con X-Men. Ben 17 anni volati via in un soffio per chi con questa saga cinematografica tratta da uno dei fumetti Marvel più belli di sempre ci è cresciuto… e anche per chi li ha interpretati, come Hugh Jackman e Patrick Stewart che sono tornati rispettivamente per la nona e la quinta volta a vestire i panni di Wolverine e Charles Xavier in Logan – The Wolverine.

Nono film della saga degli X-Men e terzo di quella spin-off dedicata a Wolverine, Logan si ispira alla miniserie a fumetti Vecchio Logan, creata da Mark Millar e Steve McNiven nel 2008. Un film nichilista e violento come mai era accaduto nell’universo cinematografico degli X-Men, nonché un epilogo stupendo per una saga che negli anni ha proceduto continuamente tra alti e bassi. Un’ideale conclusione (ma sappiamo con certezza che non sarà l’ultimo X-Men) che allo stesso tempo è un bellissimo tributo che Hugh Jackman ha voluto rendere al personaggio che l’ha reso una star di Hollywood, una missione portata a termine grazie al talento di James Mangold, già responsabile del riuscitissimo Wolverine – L’immortale, che ha scritto (insieme a Michael Green e Scott Frank) e diretto il capitolo più bello, intenso e struggente dell’intera saga.

2029, Messico. Logan è vecchio, sta progressivamente perdendo la sua facoltà autorigenerante, e si guadagna da vivere affittando una limousine che lui stesso guida. Parte dei soldi che guadagna gli servono per procurarsi delle potenti medicine utili a contenere i poteri di Charles Xavier, suo vecchio mentore ormai affetto da una malattia degenerativa al cervello. Un giorno, Logan viene raggiunto da una donna che vuole a tutti i costi assoldarlo per scortare una bambina nel North Dakota. Inizialmente l’uomo rifiuta, ma quando la donna viene ritrovata morta, si vede costretto a proteggere Laura dagli impiegati della Transigen, un’industria farmaceutica interessata al reclutamento dei pochi mutanti rimasti ancora in vita. Infatti Laura è un potente mutante con le facoltà simili a quelle di Wolverine e ora quest’ultimo, accompagnato da Xavier, si avventura in un pericoloso viaggio verso la méta utile alla bambina.

Solitamente il genere con cui la saga degli X-Men si è contaminata è la fantascienza, anche se già nel precedente assolo di Wolverine si notava una voglia di fare voce a sé. Con Logan, invece, si vira completamente verso il dramma d’azione violenta facendo di una storia che racconta di mutanti un film realistico e dai toni adulti. James Mangold, che ha dimostrato in più occasioni di essere un autore dotato di una particolare visione del cinema mainstream, evidentemente ha voluto mettere in Logan il cinema con cui è cresciuto e maggiormente stima, tanto che il suo ultimo film sembra guardare a Peckinpah più che alla lezione inaugurata da Bryan Singer e i più autorevoli registi di cinecomix. Già, perché racchiudere Logan nel filone del cinecomic è davvero arduo, un genere che gli sta vistosamente stretto, nonostante negli ultimi 15 anni abbiamo avuto modo di veder sfilare in questo sottogenere autentiche pietre miliari della settima arte.

Logan è una scheggia impazzita nel suo genere, ha voglia di prendere le distanze da tutto quello visto fino ad oggi per portare in scena un dramma che parla di ex superuomini, ormai ridotti a giocare (quasi) alla pari con gli esseri umani. Logan affronta il tema della vecchiaia e racconta la determinazione, la voglia di riscatto e ci ricorda che anche i nostri amati supereroi sono creature mortali.

Per la prima volta nella saga degli X-Men i personaggi hanno consapevolezza di essere “personaggi”, destinati ad esistere in una dimensione parallela fatta di disegni: esistono i fumetti degli X-Men, Logan ne sfoglia qualcuno, Laura li legge con avidità, sono ispirati ai veri mutanti di Charles Xavier e hanno perfino un ruolo profetico. I due media – il fumetto e il cinema – convivono nello stesso medium, si rendono omaggio a vicenda e ciascuno ne esce glorificato, come è giusto che sia.

Inoltre Logan è il primo film della saga ad essere stato classificato R negli Stati Uniti e vietato ai minori di 14 anni in Italia. Si tratta, infatti, di un film estremamente crudo, violentissimo, con una serie di scontri corpo a corpo davvero brutali che spesso coinvolgono una bambina, Laura, interpretata da una stupefacente Dafne Keen.

Laura, alias X-23, non appartiene al fumetto Vecchio Logan, ma arriva dalla serie animata X-Men: Evolution, poi inserita anche nella continuity fumettistica a partire dal 2003. Con le stesse facoltà rigeneranti di Wolverine, con il quale condivide anche lo scheletro in adamantio e unghie retrattili alle mani e ai piedi, Laura è una vera furia alla ricerca di una dimensione propria che sembra aver individuato in alcuni esseri simili a lei. Laura, così come altri personaggi positivi dei film, ha subito delle perdite e sembra aver fondato la sua forza sulla disillusione generale; una caratteristica che ritroviamo in particolare anche nel malandato Wolverine protagonista di questo film. Hugh Jackman, ormai padrone incontrastato del personaggio, ha raggiunto qui una tale bravura e capacità di immedesimazione da stupire seriamente, tanto da fornire una performance che andrebbe seriamente premiata. Non è da meno Patrick Stewart, che qui interpreta un Charles Xavier diverso dal solito, più ironico, meno professore e più umano, in preda a una demenza senile che lo rende tanto saggio quanto incosciente dei pericoli verso cui va incontro.

Quello che però manca a questo film è un cattivo di spessore. Il doppio finale di X-Men: Apocalisse faceva presagire la comparsa si Nathaniel Essex, ovvero Sinistro, che alla fine non è stato inserito da Mangold per rimanere più con i piedi per terra (ma i produttori assicurano che Sinistro sarà nei prossimi film!), così a fare da contraltare a Wolverine e il Prof. X ci sono Donald Pierce (interpretato da Boyd Holbrook), ovvero un Alfiere Bianco ben diverso da come conosciuto dagli amanti dei fumetti, e il Dr. Zander Rice (interpretato da Richard E. Grant), giustamente legato al progetto X-23.

Ma non importa se in Logan viene a mancare un villain memorabile (cosa comunque comune anche a molti film dell’UCM), perché il protagonista è magnifico, capace di reggere sulle sue solide spalle 135 minuti di ottimo cinema. Un canto del cigno dal finale potente, che sicuramente si farà ricordare negli anni e inciderà molto sul futuro del cinecomic, come è accaduto qualche anno fa alla trilogia di Batman firmata da Nolan.

Logan non è solamente il più bel film sugli X-Men e un ottimo cinecomic, è anche un piccolo capolavoro del cinema nel suo complesso.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Attori in stato di grazia, con Hugh Jackman e Patrick Stewart da premiare subito!
  • Un’impronta matura, nichilista e violenta che fa la differenza nel panorama del cinecomic.
  • X-23 è un personaggio bellissimo.
  • Il miglior X-Men di sempre.
  • Manca un “cattivo” memorabile.
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Logan - The Wolverine, la recensione, 9.0 out of 10 based on 1 rating
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