Lucania – Terra sangue e magia, la recensione

Nel cuore della Lucania vivono Rocco e sua figlia Lucia. Lui è un contadino burbero, legato alla sua terra in modo indissolubile, mentre lei è una ragazza che ha smesso di parlare subito dopo la morte della madre e sembra aver acquisito il dono di comunicare con i morti. Una “facoltà”, quella di Lucia, che preoccupa molto suo padre il quale si vede costretto a dover ricorrere con fare abitudinario alle cure di una maga contadina. Quando un giorno Rocco respinge l’offerta di Carmine, un autotrasportatore che gli propone di seppellire nella sua proprietà alcuni barili di rifiuti tossici in cambio di denaro, inizia per l’uomo un’inaspettata fuga dalla sua terra insieme a sua figlia. Durante un’aggressione notturna, infatti, Rocco uccide accidentalmente uno degli uomini di Carmine che adesso brama vendetta.

A partire dai primissimi anni sessanta, benché con dei ritmi produttivi decisamente lenti, in Italia si sviluppa una tipologia di cinema che negli anni decreterà la nascita di un genere ben preciso: l’horror rurale.

Capostipite indiscusso del genere è il capolavoro di Brunello Rondi Il Demonio (1963), dramma/horror ambientato nel cuore della Basilicata, in un piccolo villaggio contadino, che si dipana attorno le gesta di Purificata, una giovane contadina affascinata dalle pratiche magiche e perciò considerata da tutti una strega.

Figlio indiscusso del neorealismo, a Il Demonio va attribuito il grande merito di aver messo al servizio di un genere ben preciso (l’horror) un linguaggio assolutamente decodificato e che fino ad allora era peculiarità di tutt’altro cinema. Con il suo film infatti, Rondi ha osato mostrare l’altra faccia del neorealismo, restando ancorato al quotidiano della “povera gente” (il mondo del contado, nello specifico) ma andando ad analizzare il folclore contadino, con tutte le sue credenze e superstizioni, riuscendo così a dare vita a scene particolarmente spaventose capaci di raggiungere l’apice nella sequenze in cui la contadina Purificata inscena una raccapricciante “camminata a ragno” che ha anticipato ampiamente quella della piccola Regan vista ne L’esorcista di Friedkin.

Rondi, come si diceva, ha aperto la strada ad un autentico filone che è stato ripreso e definito, anni dopo, soprattutto da Pupi Avati che con i suoi primi film (Balsmaus, l’uomo di Satana; Thomas e gli indemoniati e poi La casa dalle finestre che ridono) è riuscito a raccontare in modo suggestivo e spaventoso la provincia e il suo folclore, facendo sì che il suo cinema coniasse una nuova espressione: il gotico padano.

Ed è proprio al film di Rondi e al primo cinema di Avati, con un fermo occhio di riguardo ad un altro degno esponente del filone, Non si sevizia un paperino di Lucio Fulci, che sembra voler guardare Lucania – Terra sangue e magia, l’opera seconda di Gigi Roccati (il suo esordio è la commedia drammatica Babylon Sisters).

Proprio come da “tradizione”, Lucania punta i riflettori su una terra desolata e desolante, un (non) luogo fuori dal tempo e dallo spazio in cui ogni cosa sembra essersi fermata. Una famiglia contadina, composta da un padre severo ma amorevole ed una figlia ubbidiente ma problematica, è posta al centro di un racconto che affonda le proprie radici in una quotidianità così normale da risultare straziante. Ma la normalità rurale raccontataci da Roccati viene subito sovvertita nei primi minuti di film, che sono folgoranti, quando assistiamo alle preoccupazioni di un padre nei confronti di una figlia che parla “al vento” ma che – dal punto di vista di Lucia – altro non è che lo spirito di sua madre Argenzia, che da quando è morta non se n’è mai andata dalla loro casa e continua a dialogare con la figlia muta.

I primi minuti di Lucania sono travolgenti, destabilizzanti, e sembrano racchiudere tutta quella poesia decadente che caratterizzava quel bel cinema italiano che fu. In linea con quella tradizione di Rondi, l’inizio del film appare fortemente influenzato dalla cultura contadina di una volta (ma anche di oggi, in molte aree poco civilizzate) così che le prime scene sono un susseguirsi di usi e costumi di una data “società” con tanto di esorcismo casalingo, tenuto da una maga contadina, finalizzato ad estirpare il “demonio” dal corpo di Lucia. Tutto sotto gli occhi del padre Rocco, determinato a voler “guarire” sua figlia ma dubbioso se questa sia affetta da una malattia mentale o da reale possessione del maligno.

Quello promesso da Gigi Roccati è uno spettacolo coraggioso, un film dal forte sguardo autoriale nel voler far dialogare certa tradizione con l’innovazione, uno spettacolo che però mostra un fiato particolarmente breve. Lucania, infatti, si rivela presto una promessa non mantenuta così che il film, con lo scorrere dei minuti, finisce per incartarsi su sé stesso dimostrando una pesante indecisione narrativa sostenuta da scelte sbagliate e idee confuse.

I primi segnali di cedimento ci arrivano abbastanza presto, purtroppo, nel momento in cui viene approfondito il “mistero” circa le visioni della giovane Lucia. Nel suo disvelamento, infatti, Roccati non sembra minimamente interessato ai meccanismi di certo cinema di genere così che i frequenti dialoghi tra Lucia e il fantasma di sua madre vengono narrati con estrema normalità e assenza di pathos, appurati fin da subito e facendo così decadere ogni dubbio tra magia e disturbo mentale. Una scelta ben precisa presa da Roccati, assolutamente, ma questa purtroppo mal si coniuga con certe scelte dal forte sapore esoterico mostrate in apertura (l’esorcismo, appunto) e utili a far ben sperare nei confronti di un film interessato a raccontare quei “mostri” (immaginari o psicologici) generati da una cultura bigotta e arretrata.

Tuttavia, la caduta libera di Lucania si manifesta in modo prepotente a metà film, quando la storia sembra aver esaurito completamente argomenti così da cercare in modo quasi disperato un appiglio narrativo a cui affidarsi. Da questo momento in poi, infatti, Lucania cambia totalmente storia e si rifugia in una poco interessante fuga per le campagne per sfuggire alle minacce di un autotrasportatore che imbastisce traffici sporchi con la criminalità organizzata. Se fino a questo momento Roccati sembrava guardare a quel cinema di Rondi o Avati, d’ora in avanti la narrazione muta in favore di un banalissimo crime-movie figlio di tanta fiction italiana come Il commissario Montalbano e simili.

Quello che era partito come dramma sovrannaturale, interessato a certe riti e pratiche contadine, si trasforma improvvisamente in uno scialbo thriller televisivo totalmente estraneo alle logiche e ai meccanismi dell’esoterismo e della superstizione contadina. Due film in uno, dunque, che mal si legano fra loro e che fanno presagire solo tanta confusione in fase di scrittura (troppi cervelli con idee diverse fra loro, forse?).

Peccato, perché con questo slittamento di genere e stile espressivo, Lucania si dimostra un film incompiuto su tutti i fronti: resta fine a sé stessa questa prima parte ancorata al folclore contadino così come risulta povera e poco entusiasmante questa caccia all’uomo che caratterizza il secondo tempo, priva di un vero epilogo e forzatamente collegata ai meccanismi della criminalità organizzata.

A fine corsa resta solamente la performance straordinaria di Angela Fontana (Indivisibili) nel ruolo di Lucia, il cui volto buca lo schermo e la cui bravura si conferma tale dopo la stupefacente interpretazione nel film di Edoardo De Angelis, purtroppo sostenuta nella recitazione dall’inespressivo e poco convincente Joe Capalbo nei panni del protagonista Rocco. Completa il cast Pippo Delbono nel ruolo del malvagio Carmine e Marco Leonardi, poco più che un cameo, è il malavitoso Don Fortunato.

Lucania – Terra sangue e mangia rappresenta la classica occasione mancata. C’erano tutte le possibilità di riportare in auge i meccanismi di certo cinema rurale e invece, a malincuore, bisogna riconoscere che quel coraggio che ha animato il soggetto di partenza non ha trovato un degno alleato nello sviluppo dello stesso e nella sua realizzazione.

Giuliano Giacomelli

PRO CONTRO
Raccontare un dramma-sovrannaturale fortemente ancorato al folclore del contado, in sintonia con la tradizione di certo cinema italiano che fu.

Angela Fontana, semplicemente bravissima.

Una cattiva gestione dell’elemento sovrannaturale.

La svolta da “thriller” nel secondo tempo soffre di una marcata deriva televisiva.

Joe Capalbo è un protagonista che proprio non funziona.

 

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