L’uomo di neve, la recensione

Da almeno una decina d’anni il cinema e la letteratura scandinavi stanno prendendo piede prepotentemente su un mercato internazionale affamato di storie forti e tensive. L’innesco di questa miccia probabilmente va cercato in Stieg Larsson e nella sua trilogia letteraria Millennium, da cui le trasposizioni cinematografiche che hanno fatto conoscere al mondo il talento di Noomi Rapace e il poco fortunato remake a stelle e strisce di David Fincher. Il secondo tassello nella gelida tendenza del cinema/letteratura nordici si chiama Lasciami entrare, stupendo romanzo vampiresco di John Ajvide Lindqvist portato efficacemente al cinema da Tomas Alfredson e anch’esso rifatto negli States. Da qui parte uno stuolo massiccio di romanzi thriller e trasposizioni cinematografiche che ne rincorrono le suggestioni, fino ad arrivare a L’uomo di neve, attesa riduzione filmica di uno dei più celebri romanzi del norvegese Jo Nesbø.

Precisamente L’uomo di neve è il settimo romanzo della saga dedicata al detective alcolista Harry Hole, forse il più noto, arrivato in Italia nel 2010. A trasporre per immagini quel giallo ci ha pensato proprio il regista di Lasciami entrare Tomas Alfredson, sotto l’egida produttiva di Martin Scorsese, dirigendo un cast di divi hollywoodiani che ben ci mostra come il cinema a stelle e strisce abbia imparato la lezione.

Ma, duole dirlo, L’uomo di neve è una di quelle operazioni riuscite così male da lasciare basiti, dispiaciuti di come tante buone premesse siano gettate al vento per un thrillerino di maniera, noioso e stupidino.

Il detective di Olso Harry Hole è chiamato a indagare sulla scomparsa di alcune persone, ma la vicenda si tinge di personale quando l’uomo riceve una lettera minatoria firmata da un misterioso “uomo di neve”. Quando gli scomparsi cominciano ad essere ritrovati fatti a pezzi e sul luogo del delitto c’è sempre un inquietante pupazzo di neve, Harry capisce di essere in pericolo e così la sua famiglia.

I bellissimi paesaggi innevati norvegesi, fotografati con una innegabile classe da Dion Beebe, sono a conti fatti l’unica immagine davvero suggestiva che rimarrà nella mente dello spettatore dopo la visione di L’uomo di neve, che mostra scoperta la guardia già nel pasticciato prologo incentrato sull’infanzia del futuro serial killer. Un’infanzia segnata da un trauma, ovviamente, che fornirà all’uomo uno dei moventi più stupidi e peggio gestiti che si possano ricordare in un thriller “serio”. Quando, infatti, arriva il momento del colpo di scena – che tanto sorprendente non è – non solo cadono le braccia per la banalità della soluzione, ma emergono una serie di incredibili buchi di sceneggiatura che fanno crollare l’intero impianto narrativo.

Ma il problema maggiore di L’uomo di neve non è tanto la pochezza e mancanza d’originalità della storia, purtroppo imputabile anche al materiale di Nesbø, ma a un pasticciato processo di sceneggiatura che ci fa intuire come quello di Hossein Amini e Peter Straughan sia probabilmente uno script frutto di riscritture e compromessi che hanno fatto perdere per strada molti, troppi elementi d’interesse. Basti vedere come alcuni personaggi fondamentali escano di scena in maniera improvvisa e altri siano del tutto dimenticati tra una scena e l’altra, con una frustrante sensazione di incompletezza.

Alcuni rimandi a Dario Argento (a Trauma, in particolare), probabilmente non voluti, mettono un po’ di pepe (e sangue) a una vicenda che comunque latita di ritmo e non riesce neanche a catturare l’attenzione perché lascia continuamente quel retrogusto di déjà-vu.

Grandi attori sostanzialmente sprecati con un Michael Fassbender che ormai sta imboccando preoccupantemente una serie di scelte artistiche discutibili, affiancato da Rebecca Ferguson che dà corpo all’assistente di Harry Hole Katrine Bratt, il personaggio più interessante e irrisolto dell’intero film. In ruoli di supporto compaiono J.K Simmons, Toby Jones, Charlotte Gainsbourg e Val Kilmer, quest’ultimo provato nella voce e nel fisico da problemi reali, che impersona un interessante alter-ego di Hole nell’unica sottotrama del film che ha avuto una gestione soddisfacente.

L’uomo di neve è un prodotto palesemente segnato da una genesi poco felice, un film che sembra essere stato pensato troppo tempo fa e portato in scena senza convinzione in un periodo in cui i film sui serial killer non sono più di moda. Dispiace perché i presupposti per resuscitare il filone c’erano tutti. C’erano…

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • L’ambientazione innevata.
  • Rebecca Ferguson.
  • Banale, pasticciato e noioso.
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Valutazione: 4.0/10 (su un totale di 1 voto)
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L'uomo di neve, la recensione, 4.0 out of 10 based on 1 rating
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