McBetter, la recensione

Mattia De Pascali, critico cinematografico e sceneggiatore, esordisce in modo sorprendente come regista dirigendo (e scrivendo) l’incredibile McBetter (2018), che il prossimo autunno sarà distribuito in dvd dalla Home Movies. Si parla di sorpresa perché è difficile trovare una prima regia già così matura, quadrata e piena di inventiva in soli 75 minuti circa di durata. Già, perché ciò che colpisce guardando McBetter è innanzitutto l’impossibilità di collocarlo in un genere preciso: volendo semplificare, possiamo dire che è una commedia drammatica e grottesca che si trasforma poi in un horror sanguinario, senza soluzione di continuità.

Ma McBetter è innanzitutto la libera trasposizione della tragedia shakespeariana del Macbeth all’epoca della globalizzazione e dei fast-food (il titolo, cioè il nome del co-protagonista, è un doppio richiamo a Macbeth e a McDonald), ma anche all’epoca dei vari Donald Trump e politici affini, insomma un ritratto al vetriolo del mondo occidentale contemporaneo.

Un’altra peculiarità del film è il suo carattere “universale”, in questo senso: girato in Italia, anche l’ambientazione diegetica si colloca da qualche parte nel nostro Paese (vedasi i cartelli in italiano e la scritta Made in Italy), ma come spiega De Pascali questo è un dato secondario, non conta tanto dove ci troviamo, in quanto la storia potrebbe essere ambientata in un qualsiasi Paese occidentale di oggi – i nomi dei personaggi sono infatti anglofoni, con un voluto senso di straniamento.

McBetter è un unicum, in quanto è difficile – se non impossibile – trovare qualcosa del genere in Italia: se vogliamo individuare un termine di paragone, dobbiamo spostarci negli Stati Uniti, che per cultura sono più avvezzi a travestire la denuncia sociale in film di intrattenimento. Eppure, McBetter non ammette paragoni chiari, spaziando fra stili e narrazioni differenti. Basti pensare all’incipit ed excipit, l’inizio e la fine, due scene crude e dal taglio documentaristico girate dal vero in un mattatoio, fra carcasse da macellare e teste di mucche: scene che richiamano – seppur con le dovute distanze – maestri come Luis Buñuel e Alberto Cavallone, con il loro surrealismo estremo e crudele. E – si faccia attenzione – McBetter non è un horror-comedy, cioè un pulp dove orrore e ironia si mescolano, ma un’evoluzione dalla commedia grottesca a una componente orrorifica conseguente alle premesse, in un contesto dove realtà, surrealismo e iperrealismo confluiscono l’uno nell’altro.

Protagonista è Malcom (Andrea Cananiello), che accompagna la fidanzata Melanie (Serena Toma) nel ritorno alla casa paterna di lei: nella villa abitano il burbero capofamiglia Joe McBetter (Nik Manzi), la nuova moglie Patricia (Donatella Reverchon) e il loro figlio Little Joe. McBetter è un allevatore e industriale, re di una catena di fast-food, e Malcom vorrebbe convincerlo a cambiare strategia di mercato sostituendo alla carne gli insetti. Una serie di incomprensioni porteranno Melanie e Malcom a pianificare l’omicidio di Joe, con conseguenze nefaste per tutti. Nel frattempo, una misteriosa e minacciosa presenza si aggira attorno alla villa.

Dal Macbeth, De Pascali recupera l’elemento essenziale, cioè l’uccisione del padre pianificata da figlia e genero (su idea della donna), mentre le streghe della tragedia shakespeariana diventano un’inquietante maga televisiva che vediamo in un ambiente gotico con teschi e vari elementi macabri. Ciò che il regista vuole mettere in scena attraverso lo strumento filmico è però innanzitutto la critica al mondo dei fast-food e della globalizzazione, ma anche al razzismo incarnato dal vecchio Joe che incita il figlio a “sparare agli stranieri”, tutti temi di scottante attualità deformati da uno sguardo straniante.

McBetter prende in continuazioni direzioni diverse, già durante il viaggio: Melanie e Malcom danno vita in auto a dialoghi umoristici e surreali, momenti di dramedy (mix di commedia e dramma) alternati a elementi misteriosi (l’uomo con la valigetta) e persino lynchiani (la strada che corre come in Strade perdute), lasciando volutamente lo spettatore senza riferimenti narrativi e stilistici – non si sa mai che direzione può prendere il film, e anche questo è uno dei suoi punti di forza. Lo stesso accade una volta giunti nella villa, quando incontriamo Joe McBetter, il personaggio più riuscito secondo chi scrive (anche se tutti gli attori, pur non essendo famosi, danno vita a performance notevoli): dispotico, odioso, razzista e amante del turpiloquio, dà vita a momenti di umorismo quasi fantozziano, dove cioè si ride a denti stretti, nelle relazioni con gli altri personaggi, dalla figlia ribelle all’imbranato genero, dalla svampita moglie fino al bambino e alla serva (un altro carattere azzeccatissimo: bizzarra, incespicante e catatonica come uno zombi); il pranzo in famiglia, fra litigi e incomprensioni, con una declamazione quasi teatrale che accompagna un po’ tutta la storia, profuma persino della buona vecchia commedia all’italiana. I personaggi hanno quel bel gusto grottesco che oggi manca nelle commedie nostrane, tutti sgradevoli e meschini (gli uomini anche fisicamente sono brutti).

L’elemento macabro e di suspense – già preannunciato dalle scene iniziali – entra in scena con l’apertura della misteriosa valigetta dove Malcom conserva gli insetti (uno dei quali viene addentato avidamente, attraverso un disgustoso effetto speciale), e con le soggettive della misteriosa presenza di cui si parlava. Ma è con l’inquadratura di un servo sbudellato che l’horror entra a piene mani: la storia ha preso ormai una direzione da cui non si può più tornare indietro, e lo spettatore viene coinvolto nel piano criminale dei due imbranati fidanzati che si risolve in un bagno di sangue, letteralmente. Complice l’intervento del cane come deus ex machina, punitore di tutti sia colpevoli sia innocenti, e grazie agli ottimi effetti speciali artigianali dello specialista David Bracci, vediamo copiosi schizzi di sangue, una faccia sbranata a morsi e una gamba mozzata.

La svolta di McBetter dalla prima alla seconda parte è anche estetica: il film è caratterizzato in toto da una fotografia molto pastosa, con i colori saturi e i contorni ben definiti, ma nella seconda parte le immagini sfavillanti diventano una vera gioia per gli occhi. Mattia De Pascali fa un ampio utilizzo dei colori primari in stile Mario Bava e Dario Argento per intenderci, alternando e mescolando le intense luci blu, rosse, gialle e verdi in un impasto iperrealistico dove la suspense diventa palpabile, grazie pure al tesissimo sound-design. Anche tecnicamente, McBetter risulta impeccabile, sia come fotografia sia come inquadrature (pensiamo alle soggettive del cane in puro stile thriller) sia come montaggio (non disdegna alcune sottigliezze).

La strage non risparmia nessuno, a testimonianza di un’atmosfera malata e disperata che si percepisce fortemente anche nei momenti umoristici, e che trova nella svolta sanguinaria la sua naturale evoluzione. McBetter non mette in scena solo la ribellione alla figura paterna, ma è la critica – trasposta sotto forma prima di dramedy poi di horror – a tutto il sistema consumistico occidentale (oltre ai chiari riferimenti a McDonald, notiamo nella camera del bambino un simbolo di Walt Disney e la scritta della Coca-Cola).

Davide Comotti

PRO CONTRO
  • Film unico e imprevedibile, passa dalla commedia all’horror senza soluzione di continuità.
  • È una caustica critica al consumismo occidentale.
  • Tecnicamente ineccepibile, può vantare una sfavillante fotografia.
  • È egualmente riuscito sia nella parte dramedy sia nella parte horror.
  • Non è necessariamente un difetto, dovendo fare i conti anche con una piccola produzione, ma la durata di circa 75 minuti – comunque ben calibrati – poteva essere allungata un po’.
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Valutazione: 8.0/10 (su un totale di 1 voto)
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McBetter, la recensione, 8.0 out of 10 based on 1 rating
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