Men in Black: International, la recensione

Non molti sono a conoscenza del fatto Men in Black all’origine era un fumetto. A crearlo è stato negli anni ‘80 Lowell Cunningham ma ha preso vita, con illustrazioni di Sandy Carruthers, nel 1990, pubblicato dalla Aircel Comics sottoforma di miniserie in due parti. Oggi la Aircel non esiste più, è stata rilevata da Malibu Comics che, a sua volta, è stata assorbita da Marvel Comics nel 1994. Quindi, a tutti gli effetti, la saga cinematografica di Men in Black iniziata nel 1997 dal film di Barry Sonnenfield è una creatura Marvel.

Non è un caso, dunque, se oggi a guidare il reboot/sequel/spin-off di Men in Black è il volto sornione di Chris Hemsworth che grazie alla Marvel ha trovato la fortuna interpretando il Dio del Tuono Thor, affiancato da Tessa Thompson che nello stesso franchise ha vestito i panni di Valchiria. Ma Men in Black: International non sta avendo la stessa fortuna degli altri film che attingono dalla Casa delle Idee, ne la forza di catturare l’attenzione del pubblico o il benestare della critica. Men in Black: International è piuttosto un oggetto fuori tempo massimo incapace di reinventare una mitologia ben sedimentata nell’immaginario di una generazione, poco attento a una scrittura appassionante e credibile, un’opera quasi dovuta, anche se i tempi non erano sufficientemente maturi o inesorabilmente passati.

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Il film prende le mosse da una bambina di nome Molly che venti anni fa fu protagonista di un incontro ravvicinato con una creatura extraterrestre e riuscì a evitare di essere “sparafleshiata” di men in black intervenuti sul posto. Per tutto il tempo, Molly ha inseguito il sogno di poter entrare a far parte degli uomini in nero, li ha pedinati finché un giorno è riuscita a trovare il loro quartier generale e vi si intrufola con scaltrezza chiedendo a O di essere assunta in prova. La direttrice la prende in simpatia, le affida il nome M e la affianca a H, eroico agente che però sembra più attento al suo aspetto fisico che al suo lavoro. I due si troveranno al centro di un complotto intergalattico, in cui c’è da temere anche una insospettabile talpa interna al MiB.

Conclusa la saga degli agenti J (Will Smith) e K (Tommy Lee Jones / Josh Brolin) con il sottovalutato Men in Black 3, la Sony rilancia la saga con un capitolo che si posiziona in maniera tangente in diverse categorie: è un sequel – quindi un quarto capitolo – perché prende atto dei fatti dei film precedenti ambientandosi idealmente dopo; è uno spin-off perché si muove nello stesso universo dei primi tre film ma racconta un’altra storia con altri personaggi in un’altra parte del mondo; è un reboot perché di fatto apre una nuova parabola nell’universo Men in Black ancorandosi a una mitologia ben nota ma proponendo nuovi personaggi e nuove avventure con la medesima formula già esistente. Men in Black: International è dunque un capitolo a 360° nella logica di sfruttamento di un franchise, ma è anche un’opera dalla genesi travagliata che riflette sul risultato finale ogni singolo intoppo che si è verificato nell’iter produttivo.

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Diciamo che le parole magiche sono “divergenze creative”, che hanno portato la produzione esecutiva di Walter Parkes a un massiccio controllo sull’andamento creativo del film, con riscritture varie dello script fino allo scontro diretto con il regista F. Gary Gray.

Men in Black: International inizialmente doveva affrontare il tema dell’immigrazione clandestina legandosi all’attuale panorama socio-politico statunitense. Era questo particolare taglio satirico ad aver attirato l’interesse di Chris Hemsworth e Tessa Thompson, elementi poi completamente persi nelle riscritture varie a cui il film è stato sottoposto che hanno anche attirato le ire del regista, continuamente messo in discussione da Parkes al punto tale da essere stato vicino ad abbandonare il progetto.

Il Men in Black: International che oggi possiamo vedere al cinema è il Men in Black di Walter Parkes, un prodotto standard che visibilmente cerca di strizzare l’occhio al primo film di Barry Sonnenfiled con l’aggravante che in questo caso manca la novità e soprattutto l’alchimia tra i due protagonisti. Perché non basta aver fatto insieme Thor: Ragnarok per esser definiti coppia collaudata: Chris Hemsworth e Tessa Thompson non c’entrano nulla l’uno con l’altra e durante il film sembra che i loro personaggi vadano per strade differenti, come se ognuno cercasse il proprio film.

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L’agente M di Tessa Thompson è la classica ragazza in gamba che si vede in una miriade di altri film: sveglia, forte, mascolina, determinata e con quel pizzico di femminismo che – accade anche qui dopo l’ultimo film sugli X-Men – riesce a pronunciare la fatidica battuta che mette in discussione l’identificazione di genere dell’espressione “Men” in Black. Dall’altra parte c’è Chris Hemsworth, l’uomo oggetto, il bello ma stupido, l’eroe che fa perdere la testa a tutte le donne ma ha bisogno di una balia per portare a termine la missione.

Già dall’estrema stereotipizzazione dei protagonisti capiamo che non tutto funziona per il meglio in Men in Black: International, impressione confermata da una storia poco ispirata in cui i colpi di scena sono ampiamente prevedibili, il ritmo è fiacco, le scene d’azione già viste e le battute non sono divertenti. In mezzo a tanta mediocrità, in cui si muovono anche uno stanchissimo Liam Neeson ed Emma Thompson in un piccolo ruolo, l’unico elemento a salvarsi è la spalla comica rappresentata da un piccolo alieno “pedone” (si, come negli scacchi) legato a Molly in un rapporto di sudditanza.

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Nel complesso, Men in Black: International non funziona perché si percepisce poca convinzione nel portare avanti il progetto: non ci crede il regista, non ci credono gli attori e, di conseguenza, non ci crede lo spettatore.

Negli Stati Uniti Men in Black: International è stato accolto tiepidamente dal pubblico e per lo più stroncato dalla critica. Una reazione inevitabile che forse non porterà a un ulteriore capitolo, almeno non in tempi brevi e probabilmente non con questa formazione.

Agente J, ci manchi.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • C’è quell’high concept di base che funziona sempre bene.
  • Le creature aliene hanno un bel design.
  • Manca il ritmo, il divertimento, l’azione… manca un po’ tutto.
  • Hemsworth e la Thompson non sono una buona coppia di men in black.
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