Mia e il leone bianco, la recensione

Mia è una bambina di 11 anni che vive con molta difficoltà il recente trasferimento in Sud Africa. Figlia di due allevatori di leoni, la bambina non riesce ad adeguarsi all’idea di dover vivere in un luogo così “inospitale” senza poter vedere più i suoi amici rimasti in Inghilterra. Tutto cambia nel momento in cui nell’allevamento di famiglia nasce Charlie, un rarissimo esemplare di leone bianco. Mia si affeziona subito al cucciolo e proprio in Charlie trova quella fonte di distrazione e affetto di cui aveva bisogno. Le giornate iniziano a scorrere serene e così anche gli anni. Mia ha 14 anni e il legame con Charlie è diventato ormai sempre più forte e infrangibile. Testimoni sin dall’inizio di questa amicizia, i genitori di Mia iniziano a preoccuparsi su come poter gestire la cosa adesso che Charlie ha tre anni e sta per entrare nell’età adulta. Quando un giorno, per puro caso, Mia scopre che l’allevamento dei genitori è finalizzato a vendere (ossia sacrificare) i leoni ai cacciatori in cerca di trofei, la ragazza decide di scappare di casa insieme a Charlie così da condurlo in una riserva naturale dove l’animale potrà vivere tranquillo il resto della sua vita. Ma il viaggio per arrivare in questo “paradiso” sarà a dir poco complicato e ricco di insidie.

Presentato nella selezione ufficiale all’ultima Festa del Cinema di Roma, con Mia e il leone bianco si porta avanti quella tradizione cinematografica che vuole analizzare – in modo divertente ed emozionante – quelli che possono essere i confini dell’amicizia tra un essere umano ed un animale. La storia del cinema, tanto di ieri quanto di oggi, è piena di operazioni analoghe e quando parliamo di legami indissolubili tra uomo e animale il primo pensiero ci vola inevitabilmente ad Hachiko, il film di Lasse Hallström che ha fatto piangere milioni di spettatori. Ma oltre al film con Richard Gere, che del genere è divenuto un po’ il manifesto, possiamo ricordare anche il profondo A spasso con Bob, il divertente Qua la zampa! e il poco riuscito Il mio amico Nanuk che, per situazioni e narrazioni è quello che si avvicina maggiormente a Mia e il leone bianco.

Diretto da Gilles de Maistre, qui al suo terzo lungometraggio per il cinema in una carriera che contempla principalmente documentari e prodotti televisivi, Mia e il leone bianco è un film che solo in superficie racconta l’incredibile storia d’amicizia tra una bambina  e quell’animale che è considerato fra i più pericolosi in natura, il leone. Dietro questa storia apparentemente come altre, Gilles de Maistre imbastisce un discorso ben più importante e difficile diretto a denunciare senza mezzi termini quello che è l’immorale regolamento degli allevamenti d’animali in Africa. Qui, infatti, è perfettamente legale allevare animali per poi venderli, tra gli altri, a bracconieri o ricconi desiderosi di uccidere l’animale per trasformarlo in “trofeo” o per il semplice piacere ludico. Una legge che sta mettendo a rischio molte specie animali, tra cui i leoni stessi, e combattuta da molte associazioni attive che da anni stanno cercando di cambiare le cose. Ma purtroppo è una lotta ancora aperta e ben lontana dall’essere vinta.

Una causa decisamente nobile, quella sposata e portata avanti da Gilles de Maistre, che ha dell’incredibile se si pensa a come l’intero film sia stato concepito e realizzato. Mia e il leone bianco, infatti, è un film che si fa esperimento al tempo stesso poiché ha visto la necessità di essere girato realmente nell’arco di tre anni (stesso ciclo narrativo raccontato nel film) affinché potesse essere veritiera – e realizzabile – la storia d’amicizia tra la giovane Mia (Daniah De Villiers) e il leone Charlie. Ed ecco, dunque, che durante la visione del film ci è possibile vedere crescere tanto Mia quanto il leone senza l’ausilio di artifici o effetti speciali. Tutto questo per la “semplice” esigenza di rendere innocua l’interazione tra l’attrice protagonista e il leone, facendo si che potesse instaurarsi un autentico legame d’amicizia tra i due evitando il grande rischio di far interagire gli attori con leoni sempre differenti. Una scelta coraggiosa, produttivamente parlando, che ha portato ad una storia autentica che ha visto tutti, attori e tecnici, coinvolti sullo stesso progetto per ben tre anni in attesa di veder crescere tanto la protagonista umana che il protagonista a quattro zampe.

Un film non privo di rischi, tra l’altro, che – a detta del regista – sarebbe stato impossibile da realizzare senza l’assistenza continua dello zoologo esperto di leoni Kevin Richardson che ha preparato l’intero staff all’interazioni con i leoni e che si è fatto “operatore” per molte delicate scene girate con Charlie ormai adulto.

Una processo creativo senza precedenti e che ha davvero dell’incredibile, indubbiamente più interessante del film stesso, e proprio per questo dispiace che a somme tirate il film di Gilles de Maistre sia davvero un “filmetto” incapace di elevarsi oltre la sterile sufficienza.

Un film per tutta la famiglia e che ha costantemente un occhio di riguardo per i più piccoli, così facendo Mia e il leone bianco vede il suo più grande limite in una sceneggiatura un po’ approssimativa sotto ogni punto di vista che non riesce mai ad “entrare” davvero dentro le situazioni o gli stati d’animo. Tutto ci appare molto superficiale, ogni svolta esageratamente facile, con una delineazione davvero banale dei “buoni” e dei “cattivi”. Lo stesso rapporto di amicizia fra Mia e Charlie non riesce mai a diventare realmente intimo, così come il conflitto tra la ragazza e la sua famiglia, con tanto di redenzione finale, appare spesso forzato e contraddittorio. Si va sempre dove vuole la sceneggiatura e non dove le emozioni sarebbero realmente andate. Un vero peccato perché tutto ciò porta a guardare Mia e il leone bianco con eccessivo distacco e senza quel reale trasporto emozionale che ci si sarebbe aspettati.

Per lo stile adottato e per il messaggio che veicola, sicuramente Mia e il leone bianco è un film da far vedere ai più piccoli.

Giuliano Giacomelli

PRO CONTRO
L’incredibile processo creativo che ha accompagnato le riprese.

Il messaggio di denuncia veicolato dal film.

Una sceneggiatura che riesce ad essere elementare ed approssimativa un po’ su tutto.

 

 

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