Morrison, la recensione

Il Morrison, storico locale romano ormeggiato sulle sponde del Tevere, ogni sera si riempie del ritmo e delle speranze delle più disparate band musicali. Il suo palco accoglie tutti e la regola aurea è una sola: chi suona deve ‘portare gente’. Il giovedì è la serata di Lodo (Lorenzo Zurzolo) e dei suoi amici, in arte i Mob. Il gruppo è giovane, affiatato e il loro sound conquista puntualmente il modesto auditorium.
Eppure Lodo, che della band è il frontman, sente che alla sua vita artistica e privata manca qualcosa.
E’ alle prese con i classici tormenti dei suoi coetanei: rapporti difficili con genitori assenti, infatuazioni non corrisposte, incertezza su tutto ciò che riguarda il futuro. Proprio quando il ragazzo inizia a domandarsi che senso abbia restare con i Mob, un incontro casuale con Libero Ferri (Giovanni Calcagno), vecchia gloria della musica italiana, lo metterà di fronte a opportunità che mai si sarebbe aspettato.

Morrison, tratto dal romanzo Dove tutto è a metà di Federico Zampaglione e Giacomo Gensini, è l’ultimo esperimento da regista del leader dei Tiromancino. E’ un film dedicato ai giovani, ma soprattutto alla musica. L’amore per quest’ultima si percepisce nella cura della messa in scena, nella grinta della colonna sonora, nella passione che anima i protagonisti. La forte componente autobiografica è evidente dall’ispirazione con cui il Morrison è mostrato e raccontato. L’atmosfera torbida e spensierata, il pittoresco proprietario (un simpaticissimo Stefano Ambrogi) e persino il camerino sudicio ma gremito di cimeli trasudano affettuosa nostalgia. Il percorso di Lodo attraverso sfide, dubbi e dolori coinvolgerà di certo il pubblico più giovane. Per gli adulti, chissà, potrebbe diventare l’occasione per un malinconico tuffo ai tempi in cui la chitarra e gli amici erano tutto ciò che serviva per essere felici.

Non manca una linea narrativa forte e chiara incentrata sul successo come doppia faccia della stessa della medaglia. Da una parte, come già accennato, ci sono ragazzi affamati che lo inseguono, coltivando focosamente la propria arte. Dall’altro c’è chi lo ha vissuto avidamente per poi vederlo diventare, giorno dopo giorno, sbiadito e nebbioso, proprio come un vecchio ritornello da canticchiare pigramente. Libero Ferri rappresenta questa condizione: vent’anni prima, la hit Di sale e di fuoco lo ha reso celebre. Oggi è un maturo cantautore che non è pronto a rinunciare agli applausi e, brancolando, cerca il proprio posto in un mondo musicale che ha mutato radicalmente i propri mezzi di comunicazione.
Cos’è, dunque, la musica? Un’autentica ragione di vita o un pericoloso culto che offusca la mente, fatto di idoli da distruggere (gli strumenti, in questo caso) e di false divinità da misconoscere?

Morrison

Gli spunti sono significativi e Morrison non manca certo di potenziale. C’è sia il dramma che l’ironia. La colonna sonora, che include anche Cerotti – ultimo singolo dei Tiromancino – è un piacere da ascoltare e il cast, dal canto suo, ce la mette tutta. Lorenzo Zurzolo, volto delle maggiori produzioni di Netflix Italia dell’ultimo anno (la serie Baby; il film Sotto il sole di Riccione), ha dalla sua un certo carisma e non stentiamo a credere che, nei panni di Lodo, farà battere il cuore a uno stuolo di adolescenti. Del tutto convincente la giovanissima Carlotta Antonelli,  nel ruolo dell’egocentrica coinquilina che fa battere il cuore al protagonista. Ottime le prove di Calcagno e di Giglia Marra, che presta il volto all’amorevole moglie di Libero Ferri. Divertente, infine, la scelta di inserire cameo di alcuni volti di punta della nostra scena musicale, quali Ermal Meta e Alessandra Amoroso.

Eppure non possiamo dire di trovarci di fronte a un prodotto ben riuscito. La sceneggiatura snocciola dinamiche prevalentemente già viste e, di conseguenza,  prevedibili. Il giovane introverso dall’animo sensibile che sogna di sfondare come cantante è materia arcinota almeno quanto la crisi di mezza età di chi un tempo era sulla cresta dell’onda e non accetta di finire nel dimenticatoio. Non solo: la seconda parte del lungometraggio tratta in maniera decisamente sbrigativa eventi che avrebbero meritato più spazio (su tutti, la storyline del papà di Lodo) e, al contrario, si sofferma fino allo sfinimento su altri momenti che sarebbero stati altrettanto efficaci ed eloquenti con la metà del minutaggio a loro dedicato.

Morrison arriverà nei nostri cinema il 20 maggio, grazie a Vision Distribution. Probabilmente non sarà questo il film che riporterà gli italiani in sala dopo la lunga chiusura, ma si farà ricordare come un esperimento inedito e languidamente romantico nell’interessante filmografia di Federico Zampaglione.

Chiara Carnà

PRO CONTRO
  • L’operazione nostalgia di Zampaglione è decisamente ispirata.
  • Colonna sonora godibile.
  • La sceneggiatura si dilunga dove potrebbe fare a meno e trascura passaggi che, se approfonditi, avrebbero giovato al risultato.
  • Non stupirà, anzi, la sensazione di déjà-vu sarà sempre in agguato.
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Valutazione: 6.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Morrison, la recensione, 6.0 out of 10 based on 1 rating

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