Mowgli – Il figlio della giungla, la recensione

Impossibile parlare di Mowgli – Il figlio della giungla ignorando l’iter produttivo e distributivo che l’hanno accompagnato.

Inizialmente pensato con il titolo apri-saga Jungle Book: Origins, Mowgli ha iniziato il suo viaggio pre-produttivo nel lontano 2014, quando la Warner Bros. si era dimostrata interessata a produrre una nuova versione del capolavoro immortale di Rudyard Kipling per le nuove generazioni e, dato il previsto utilizzo massiccio della performance capture, si era pensato di offrire all’attore Andy Serkis – vero simbolo della performance capture – la possibilità di esordire alla regia, dopo la prova già dimostrata nei tre film de Lo Hobbit come regista di seconda unità. Le riprese iniziano a marzo 2019, con cast vocale e performativo di primissimo livello che comprendeva Christian Bale, Cate Blanchett, Benedict Cumberbatch e Naomie Harris, oltre allo stesso Serkis. Ma la postproduzione del film si è rivelata particolarmente complessa e anche una volta completata, la distribuzione è stata continuamente rimandata: inizialmente ottobre 2016, poi spostata di un anno all’ottobre 2017, poi un altro anno fino ad ottobre 2018. Solo che nel frattempo, nell’aprile 2016, nei cinema esce Il libro della giungla diretto da Jon Favreau per la Disney e remake dell’omonimo classico d’animazione che, di fatto, compromette l’aura d’attesa che si era generata attorno al film di Serkis. Conclusione della storia? Nell’estate 2018 Netflix annuncia che distribuirà sulla nota piattaforma di streaming il film che, nel frattempo, è stato ribattezzato Mowgli – Il figlio della giungla, ceduto dalla Warner Bros.

Da un certo punto di vista, sembrerebbe una sconfitta anche perché sappiamo ormai per esperienza che se una major vende a Netflix un titolo che comunque poteva essere appetibile, forse qualcosa non è andata come doveva e le potenzialità dell’opera sono considerate a ribasso dalla stessa major.

In effetti, guardando Mowgli – Il figlio della giungla si può capire che un’opera di questo tipo sarebbe potuta andare incontro a un probabile insuccesso commerciale, sia per la troppa vicinanza distributiva a un film ampiamente apprezzato da pubblico e critica come Il libro della giungla della Disney, sia per il tono serioso e dark che l’opera di Serkis assume.

Ma è proprio per questo suo essere “adulto” che Mowgli – Il figlio della giungla si mostra come meritevole di interesse, perché sa essere differente in confronto a quanto già fatto (e bene) da altri, dando un taglio diverso a una storia che grandi e piccini ormai conoscono.

Innanzitutto, il film di Serkis prende maggiormente ispirazione dal testo di Kipling riproponendo tutti i racconti del ciclo di Shere-Khan e unendo ad essi alcuni stralci presi da Il secondo libro della giungla (l’elefante indiano e il cacciatore) e muovendosi con poche libertà creative (qui Shere-Khan ha ucciso i genitori di Mowgli e nello scontro finale hanno un ruolo importante gli elefanti e non i bufali). Seguiamo, dunque, Mowgli fin da bambino quando viene trovato nella giungla e adottato da una coppia di lupi dietro autorizzazione del capo-branco Akela, ritroviamo poi Mowgli cresciuto (12 anni circa) e intento a seguire la sua formazione da lupo grazie agli insegnamenti dell’orso Baloo e della pantera Baghera. Ma nell’animo del ragazzo arde la voglia di vendicare i sui genitori, uccisi della tigre Shere-Khan, che si mostra estremamente pericolosa anche per tutti i membri del branco dei lupi.

Lontanissimo dalla solare giocosità disneyana, Mowgli – Il figlio della giungla si fa forte di una crudezza d’immagini e nelle fasi della storia che ben rendono il contesto in cui è ambientato: vivere nella giungla non è semplice e la differenza tra un “cucciolo d’uomo” e un lupo è sostanziale. Per questo motivo Mowgli si fa male nell’emulare i suoi fratelli, è costantemente un escluso perché svantaggiato e spesso è visto dal suo popolo come un intruso, palesando una nota di razzismo neanche troppo velata. Poi gli animali che circondano Mowgli non sono carini e “pucciosi” come ci saremmo potuti aspettare, ma spesso sgradevoli alla vista, dai tratti feroci, mostrano sul loro corpo le ferite delle lotte per la sopravvivenza, l’avanzare dell’età e l’indole violenta che un carnivoro ha quando caccia.

A tutto ciò fa gioco anche una resa visiva degli animali decisamente insolita che potrebbe far pensare a una CGI al di sotto dei canoni medio/alti ma, in realtà, appartiene a una precisa scelta estetica data tanto dalla stilizzazione dei tratti degli animali quanto dalla volontà di rendere il più evidente possibile il lavoro di performance capture degli attori attraverso la tenuta dei loro tratti somatici. Il risultato è affascinante ma anche molto straniante e a qualcuno potrebbe far storcere il naso.

Nel suo complesso, Mowgli – Il figlio della giungla è un’operazione molto interessante, per certi versi anche più del “live-action” Disney di due anni fa perché decide (se vogliamo incoscientemente) di evitare la strada più semplice e sicura del film per famiglie e rischiare con una serie di scelte che comunque lo rendono diverso dalla massa. Paga e pagherà lo scotto di queste scelte, soprattutto nell’apprezzamento dello spettatore medio, ma vuoi mettere con la soddisfazione di Andy Serkis nell’aver fatto proprio il film che voleva?

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Fedeltà all’opera di Kipling.
  • Un tono dark – che è costato il PG13 al film – rende Mowgli differente dalle precedenti versioni de Il libro della giungla.
  • La scelta della CGI stilizzata e aderente agli attori svantaggia visivamente l’opera.
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