Nascita e morte di un festival: la recensione del documentario Sassi nello stagno

Nascita e morte di un Festival. Questo è il cuore essenziale di Sassi nello stagno, documentario diretto da Luca Gorreri.

Quella del Salso Film e Tv Festival di Salsomaggiore Terme è una storia che merita di essere conosciuta:  manifestazione nata dal fermento culturale dei cineclub e del Filmstudio di Roma, nelle prime edizioni si chiamava Incontri cinematografici di Salsomaggiore Terme e solo nel 1984 divenne Salso Film e Tv Festival. Il documentario attraversa le diverse fasi di vita dell’evento cinematografico fino alla sua morte alla fine degli anni Ottanta. Il Festival viene raccontato da chi lo ha reso possibile, ovvero, il Direttore Adriano Aprà, il Vicedirettore Patrizia Pistagnesi e il Segretario Luciano Recchia.

Il lavoro di Luca Gorreri ha il pregio di non fermarsi a un’esposizione meramente storica, ma propone una riflessione più generale sull’impatto e il ruolo socio-culturale dei festival.

Riguardo l’aspetto cinematografico del documentario, bisogna notare che la pellicola si muove per gli amanti del cinema, quasi per gli studiosi veri e propri, e non desidera mai essere particolarmente accattivante o avvicinarsi a un pubblico più generalista. Il documentario rimane solido ma volutamente didascalico in tutta la sua struttura; tolti i cinefili convinti, tutti gli altri pubblici sono dimenticati dalla narrazione.

La prima parte è la più ostica: tanti nomi, troppe definizioni e linearità nel raccontare i fatti accaduti (all’inizio della pellicola un lungo “spiegone” elenca i motivi per cui il Festival di Salsomaggiore è così diverso da tutti gli altri). Il documentario acquista originalità quando riesce a essere meno storico e più antropologico perché allarga il punto d’osservazione e indaga aspetti meno convenzionali. Gli intervistati ci parlano di quell’ambiente “così chiuso” per un Festival e del rapporto tra pubblico e organizzatori: il popolo chiedeva i divi ma i cinefili non erano interessanti, non ne volevano sapere di fasti, premi e mondanità.

Salsomaggiore diceva un No assoluto al glamour perché si costituiva come un Festival di spessore teorico, una manifestazione di ricerca. Al centro vi erano incontri di unione tra autori e mondi diversi, in cui poteva nascere sempre qualcosa che prima non era minimamente pensabile. Oggi alcuni Festival italiani hanno reintrodotto gli incontri all’interno delle loro programmazioni; ora, però, vengono visti come un modo per avvicinare le grandi star al pubblico e non come un dibattito sul cinema, quasi un prolungamento del tappeto rosso (vedi gli incontri svolti alla Festa del cinema di Roma). Le immagini di repertorio alternano gli ambienti del Festival all’arrivo di ospiti e pubblico, fino a titoli di giornali e conferenze stampe di presentazione.

In altri momenti, si indagano argomenti estremamente complessi come il rapporto tra cultura e nicchia e tra pubblico e festival; problemi antichi e spinosi vengono sollevati dal documentario che riesce a portare avanti opinioni differenti a seconda degli intervistati.

Che cos’è un Festival cinematografico? Per avere un valore culturale deve riguardare solo pochi intimi? Oppure è meglio cercarlo dove c’è il pubblico perché dove c’è il pubblico c’è il cinema? In queste domande di non facile risposta, Sassi nello stagno porta alla luce il resoconto di un festival che è stato un vera pietra che, nel bene e nel male, ha smosso le acque dei festival cinematografici italiani.

Matteo Illiano

PRO CONTRO
  • Raccontare una storia conosciuta solo dagli esperti del settore.
  • Indagare il lato antropologico e culturale dei festival cinematografici.
  • Ottimo materiale di repertorio.
  • Eccessivamente didascalico.
  • Si rivolge a una nicchia di cinefili e non si apre ad altri pubblici possibili.
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