Natali di sangue: tutto sulla saga horror Silent Night

Silent night, deadly night (USA, 1984) di Charles E. Sellier Jr. è probabilmente, insieme a Black Christmas (1974) di Bob Clark, l’horror natalizio per eccellenza – nonché un film robusto e seminale nel filone slasher, conosciuto da noi anche col titolo Natale di sangue.

Nonostante il budget relativamente basso e la mancanza di star, il suo successo fu tale da generare ben quattro sequel e un remake, più o meno riusciti, e rimane un classico del genere: il serial killer vestito da Babbo Natale merita di stare nell’olimpo dei grandi assassini di celluloide insieme ai “colleghi” dei vari Halloween, Venerdì 13 e Nightmare. Anzi, rispetto a Michael, Jason e Freddy, il protagonista di Silent night è più “umano” – inteso come più realistico, approfondito psicologicamente e per questo forse ancora più inquietante.

Protagonista è Billy, un bambino che in compagnia dei genitori fa visita al nonno in stato catatonico: in un momento di inspiegabile lucidità, il vecchio gli rivela che Babbo Natale punisce i bambini cattivi, terrorizzando il nipotino; la stessa notte, i genitori vengono uccisi da un rapinatore travestito proprio da Babbo Natale. Il piccolo Billy cova il trauma dentro di sé, non aiutato dal collegio che lo ospita: la severa madre superiora incute paura con i castighi non comprendendo il suo disagio, e il bambino subisce un nuovo shock quando vede due ragazzi fare sesso per poi essere puniti severamente dalla suora. Una volta cresciuto, trova lavoro come commesso in un negozio di giocattoli: Billy sembra aver ritrovato un certo equilibrio, fino a quando il proprietario gli chiede di vestirsi proprio da Babbo Natale per intrattenere i bambini. Identificandosi con l’assassino che lo ha traumatizzato da piccolo, si aggira per la città uccidendo ragazzi e ragazze: nella sua lucida follia, vuole infine vendicarsi della sadica suora che lo aveva tormentato anni prima.

Già dalla trama si capisce che Silent night non è un comune horror, ma un autentico campionario di paure e traumi: racconta la nascita di un serial killer, la sceneggiatura non implica un colpevole da scoprire ma si concentra sulla rappresentazione della sua mente malata – e per questo è in qualche modo assimilabile a film come Maniac o Henry pioggia di sangue, oltre che ai classici slasher. L’introspezione psicologica è ai suoi massimi livelli all’interno del filone slasher (solo Black Christmas vi è paragonabile), e Silent night riesce a creare angoscia – prima ancora che nella rappresentazione degli omicidi – attraverso la descrizione delle paure e ossessioni di Billy.

Il conflitto fra atmosfera natalizia e crudeltà è spinto anch’esso all’ennesima potenza, fin dall’incipit: pensiamo all’inquietante racconto del nonno, che sovverte la figura di Santa Claus trasformandolo in un “mostro”, e poi al duplice omicidio con stupro che sembra confermare al piccolo quanto ha appena sentito. Sellier è bravissimo a rappresentare la paura infantile, tanto più straniante nella misura in cui riguarda un personaggio buono per eccellenza come Babbo Natale. E agli occhi di Billy, se il buon vecchio si è rivelato una figura crudele e temibile, non è da meno la severa madre superiora del collegio – parte seconda della sua devianza psicologica – dove vive insieme al fratellino Tommy. Fatta eccezione per suor Margaret, l’ambiente è ostile e incomprensivo nei confronti della sua situazione, e le cinghiate con cui la direttrice punisce lui stesso e i due amanti non fanno altro che aumentare le sue turbe e il suo rancore, associando le festività natalizie con il dolore e il senso del peccato.

La maturità di Silent night si vede anche nella progressiva costruzione della figura del serial killer: non c’è solo il trauma infantile, ma una serie di elementi che procedono per accumulo, dal racconto del nonno agli omicidi, dal collegio ostile fino all’elemento scatenante, cioè il doversi vestire da Babbo Natale. Il buon vegliardo è sempre stato per lui un Boogeyman (in collegio la sua presenza lo terrorizzava), figuriamoci indossarne i vestiti. Unito alla visione di un tentato stupro, ciò lo fa identificare con l’assassino dei suoi incubi, ed ecco iniziare la mattanza. Comincia quindi la parte più sanguinaria di Silent night, preannunciata dalla madre sgozzata all’inizio: l’andamento narrativo diventa dunque più tipicamente slasher, ma sempre molto drammatico e lontano dai modelli “giocosi” tanto di moda negli horror made in USA.

Vestito da Babbo Natale e armato di ascia, Billy compie omicidi nei modi più feroci – preannunciati dalla parola “punire”, retaggio del collegio, e con una sapiente messa in scena della suspense: fra martellate in testa e corpi sventrati, rimangono sicuramente impressi l’impalamento della ragazza sulle corna di un alce impagliato (con tanto di dettagli sulla carne lacerata) e un giovane decapitato sulla neve. Le sue vittime sono innanzitutto coppie, ma non solo, tanto che la resa dei conti si svolgerà proprio nel collegio dove vorrebbe consumare la sua vendetta, in un’amara e tesissima conclusione.

I quattro sequel sono tutti inediti in Italia, e non riescono a raggiungere l’efficacia dell’originale.

Silent night, deadly night 2 (1987) di Lee Harry inizia qualche anno dopo la conclusione del capostipite, collegandovisi direttamente ma con esiti ben diversi. Il cult di Sellier vedeva infatti Tommy ucciso dallo sceriffo prima che potesse vendicarsi della suora, sotto gli occhi del fratellino Ricky che già iniziava a covare rancore: Ricky è il protagonista di questa nuova pellicola, diventato a sua volta un serial killer. La prima parte di Silent night 2 è fondamentalmente inutile, in quanto ripropone tali e quali numerose scene del precedente intervallate dai dialoghi dell’assassino con lo psichiatra. C’è anche da chiedersi come faccia a ricordarsi l’omicidio dei genitori, essendo all’epoca un neonato, e a conoscere nel dettaglio le sanguinarie gesta di Tommy: bisogna presupporre che qualcuno gli abbia raccontato tutto ciò, ma non è certo una buona sceneggiatura.

Diventa un po’ più interessante la seconda parte (ma siamo quasi a metà film), quando Ricky continua i flashback sulla sua vita dopo l’orfanotrofio: l’adozione da parte di una famiglia sembra garantirgli una nuova vita e una ritrovata serenità, ma il trauma covato dalla crudeltà della madre superiora ha la meglio e fa emergere la sua indole da serial killer. Neanche l’amore per una ragazza lo salva, e finirà anch’essa uccisa. Le sue vittime sono scelte sempre a caso, ma non c’è la sporca morbosità di Silent night e anche gli effetti speciali scarseggiano: ricordiamo solo un uomo trapassato con un ombrello e un ragazzo fulminato coi cavi dell’auto.

L’ultima parte è speculare a quella del primo capitolo: fuggito dal carcere dopo aver ucciso lo psichiatra, si reca a casa della madre superiora per vendicarsi – pure lui vestito da Babbo Natale e armato di ascia. Riuscirà a portare a termine la volontà del fratello (efficace la testa mozzata), subendo poi la medesima sorte ad opera della polizia.

Ma Ricky, dato per morto al termine del film, è invece in coma – stratagemma utilizzato probabilmente per portare avanti il franchise. Nasce così Silent night, deadly night 3: Better watch out! (1989), curiosamente diretto da Monte Hellman: autore noto soprattutto per i suoi western d’avanguardia (La sparatoria, Le colline blu), si cimenta in varie occasioni anche nell’horror, come Iguana e il nostro film. Il terzo capitolo mescola l’horror natalizio con un altro importante filone del cinema horror (americano e non solo), cioè la parapsicologia e i poteri telecinetici: sulla scia di Patrick e Carrie, anche Ricky entra in contatto mentale con una ragazza cieca e sensitiva. Durante la notte di Natale, il ragazzo si sveglia dal coma e torna ad uccidere, mentre un medico e un poliziotto cercano di fermarlo. Una trama evidentemente stiracchiata, che cerca di prolungare una serie già stanca dopo il primo e inimitabile capitolo: tornano ancora i flashback tratti da Silent night, anche se il film ha dalla sua parte alcuni buoni effetti splatter e l’inquietante figura dell’assassino con una calotta di ferro attorno alla testa.

A rivitalizzare una saga ormai stantia ci pensa il grande Brian Yuzna, fra i più estremi e visionari registi horror degli ultimi trent’anni. Come già aveva fatto con Il ritorno dei morti viventi 3, l’autore di Society si inserisce nella serie facendo una “rivoluzione”: Silent night, deadly night 4: Initiation (1990), uscito direttamente per l’home-video, non ha collegamenti diretti con i film precedenti e presenta una vicenda del tutto diversa e squisitamente personale. Durante il periodo natalizio, una giornalista indaga sulla strana morte di una donna vittima di autocombustione, e si trova coinvolta in una setta di streghe che la vogliono come vittima sacrificale dei loro riti satanici.

In Silent night 4 ritroviamo tutto l’universo visivo di Yuzna, grazie anche al supporto di vari nomi della factory di Charles Band, in particolare Screaming “Mad” George agli effetti speciali: il quarto film gode di ottimi FX artigianali fatti di corpi in trasformazione, materiali pseudo-organici e mostri lovecraftiani (ricordiamo lo straordinario finale di Society). Trattasi di un’opera da prendere a sé, collegata ai precedenti solo perché si svolge a Natale.

Stesso discorso, ma risultato inferiore, per il quinto e ultimo capitolo della saga: Silent night, deadly night 5: The toy maker (1991) di Martin Kitrosser. Prodotto e co-sceneggiato da Yuzna, è anch’esso uscito solo in home-video e completamente slegato dalla vicenda dei due fratelli assassini. Protagonista è un diabolico inventore (Mickey Rooney), che progetta giocattoli mortali da regalare ai bambini per Natale: il piccolo Derek assiste alla morte del padre, e altri omicidi si susseguono, fino a quando la madre e un amico risalgono al laboratorio dove vivono e lavorano il vecchio e suo figlio.

Nulla di particolarmente nuovo, anche se bisogna ammettere che il tema dei pupazzi che si animano e uccidono riesce sempre a inquietare: è l’ennesima riproposizione di un topos visto e rivisto, da Halloween III a La bambola assassina e Puppet master, che non viene qui sviluppato con la necessaria verve. Spesso c’è spazio per la noia, e gli effetti splatter sono limitati a un paio di scene.

Il punto forte di Silent night 5 sono le divertenti animazioni dei giocattoli, realizzati con animatroni che suscitano simpatia agli spettatori più nostalgici: da una palla con lacci che strangolano a un bruco di plastica assassino, da pattini che si muovono da soli a minacciosi pupazzi che camminano nella stanza. Durante la conclusione, spunta ancora un assassino (il giocattolaio) vestito da Babbo Natale. Da notare anche i primi utilizzi della CGI con i classici raggi elettrici blu, in particolare nel finale a sorpresa col robot.

Come molti altri classici dell’horror, anche Silent night, deadly night di Sellier gode di un remake, Silent night (2013) di Steve C. Miller. Un film discreto, un buon horror slasher che ha il merito di non riproporre pedissequamente quanto abbiamo visto nell’originale – pur mantenendo lo stesso canovaccio basato sul Babbo Natale assassino. Il serial killer, vestito da Santa Claus e con una maschera di plastica, si aggira in una cittadina americana seminando vittime durante la Vigilia di Natale: un rude sceriffo (Malcolm McDowell), con l’aiuto di una collega, cerca di risalire alla sua identità e fermarlo.

Trattasi di un prodotto tipicamente moderno, come vediamo dalla fotografia, che non riesce a riprodurre l’atmosfera “sporca” del film di Sellier: risulta comunque efficace il voluto contrasto fra l’atmosfera natalizia (sottolineata dalle scenografie e dalle frequenti musiche) e la crudeltà degli omicidi. Punto forte di Silent night è infatti la coreografia dei delitti e gli effetti gore/splatter. Il gigantesco killer è armato di ascia ma uccide nei modi più disparati: fulmina coi cavi elettrici, impala con una lancia, sventra con un falcetto, brucia con un lanciafiamme e altro ancora. Il sangue schizza in abbondanza, fra arti mozzati, interiora estratte e una testa spaccata in due; l’impalamento della ragazza sulle corna di una renna impagliata è ripreso esplicitamente dall’originale (così come l’inquietante scena del nonno in catalessi che inizia a parlare del Babbo Natale assassino). Per il resto, la trama è abbastanza diversa: poco approfondimento psicologico (il trauma infantile è relegato al finale) e più attenzione alle indagini da parte della polizia, compresi alcuni elementi da whodunit.

Davide Comotti

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