Nerve, la recensione

Il web visto come ricettacolo dei mali della società moderna è argomento ormai abusato, soprattutto in un’epoca in cui ogni cosa passa attraverso i social network, vera vetrina (a volte inconsapevole) delle nostre vite. In tempi molto recenti, ci ha pensato Dave Eggers con il romanzo The Circle, da cui è stato tratto il brutto film con Emma Watson, a dare una forma a queste paure trasformandole efficacemente in un paranoico thriller sulla “morte” della privacy. Oggi questi stessi argomenti tornano, in forma più estrema, in Nerve, teen-social-thriller diretto dal duo Henry Joost e Ariel Schulman.

Anche Nerve ha un’origine letteraria, il romanzo di Jeanne Ryan del 2012, ma a differenza di The Circle, si nota un lavoro di sceneggiatura più solido che fornisce una dignità cinematografica alla storia raccontata, anche a costo di tradire il materiale d’origine. Non sono poche, infatti, le differenze tra il Nerve cinematografico e quello letterario, con un’enfasi molto più teen-oriented per il film e conseguente smorzamento di molte tematiche “hot” affrontate dell’interessante romanzo della Ryan.

Nerve, comunque, ha una sua coerenza, punta a un target ben preciso e ne viene fuori un prodotto denso e con un’idea di base sfruttata a dovere. Sa intrattenere e risulta perfino originale, pur non essendolo, visto che in tv la serie Black Mirror ha affrontato tematiche simili già anni fa, fino ad esemplificare con estrema efficacia la febbre da social con alcuni episodi della terza stagione.

Vee è una ragazza riservata e insicura, segretamente innamorata del fusto del liceo che, ovviamente, non la degna nemmeno di uno sguardo. Quando Syd, la migliore amica di Vee, la mette in ridicolo proprio davanti al ragazzo che le piace, Vee decide di accettare la sfida di Syd e iscriversi come partecipante a Nerve, un gioco on line illecito e popolarissimo tra i giovani. Nerve da la possibilità agli utenti di essere spettatori o partecipanti e questi ultimi sono sottoposti a sfide spesso umilianti e sempre più estreme organizzate proprio dagli spettatori paganti. Il premio in denaro è maggiore in base all’avanzamento nel gioco. La prima sfida a cui Vee viene sottoposta la mette in contatto con Ian, un altro giocatore che da quel momento diventa suo partner nelle sfide.

Quello che inizia come il classico college movie (ma lo si capisce subito che non è “classico”), pian piano si trasforma in un thriller che esce fuori da qualsiasi schema. Il comportamento dei personaggi, in particolare la protagonista Vee, interpretata da una Emma Robert bravissima ma incapace di svincolarsi dal “genere”, è sempre meno credibile, così come non vengono ben definiti i limiti di un gioco che viene descritto come “segreto” ma di cui poi tutti ne conoscono l’esistenza e vi partecipano. Al contrario, è estremamente riuscito il contesto in cui tutto si svolge, una New York del 2020 che molto realisticamente è identica a quella che conosciamo e che vive di notte grazie alla social-dipendenza che ci appare una naturale evoluzione di quello che vediamo e viviamo quotidianamente.

Nerve mette in palio i soldi, che dovrebbero essere il vero motore che spinge le persone a partecipare, almeno in una visione “classica” di gioco… invece nel film ci pare abbastanza chiaro che il facile incremento del conto in banca dei partecipanti (che tanto preoccupa la mamma di Vee, interpretata da Juliette Lewis) è un dettaglio non fondamentale, mentre a interessare realmente i giocatori è la popolarità e la visibilità che partecipare porta loro. Giocare a Nerve e vincere sfide li trasforma in star dei social, fa si che ricevano like, views e i loro profili personali contino numeri altissimi. Il nuovo star system passa dal web… anzi dal deep web!

La svolta risolutiva di Nerve fa ricorso a un deus ex machina che gioca sporco con la sospensione dell’incredulità spettatoriale: ad un certo punto le cose succedono perché si, e bisogna stare al gioco. Questo potrebbe, in effetti, far scricchiolare tutto il meccanismo, ma si apprezza quella coerenza di base di cui si parlava sopra, mirata a chiudere il cerchio senza lasciare quei fastidiosi “trick” che urlano sequel.

Apprezzabile lo stile concitato (il montaggio della scena in moto è notevole) che si fa forte di una fotografia fluo ricca di personalità, a questa riuscita ha contribuito sicuramente anche la scelta in regia di Joost e Schulman, che vengono dal programma di MTV sulle false identità nei social (Catfish) e dall’horror found footage di Paranormal Activity, di cui hanno diretto i capitoli 3 e 4, quest’ultimo il più “social” della saga. Insomma, una scelta tanto banale quanto sagace.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Porta avanti con grande coerenza il discorso della popolarità sul web.
  • Ha uno stile tecnico davvero notevole.
  • C’è ritmo e tensione.
  • La risoluzione finale affidata a un deus ex machina davvero troppo improbabile.
  • Alcuni personaggi sono forzati.
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Nerve, la recensione, 7.0 out of 10 based on 1 rating
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