Nevermind, la recensione

Eros Puglielli è una figura singolare e interessante nel cinema italiano di oggi: un regista magari non tanto sbandierato dalla critica, ma che quando gira un film lascia sempre il segno. Indipendente, sì, ma abituato a girare anche con nomi grossi, una combinazione che consente libertà espressiva e al contempo massima professionalità: Puglielli si muove agilmente fra i generi più disparati, prediligendo ciò che riguarda il fantastico e alternando il cinema con le fiction per la televisione.

Il sorprendente Nevermind (2018) è probabilmente la summa del suo cinema, anzi del suo immaginario, che spazia dal reale all’irreale, dal fantastico al grottesco, dal dramma alla commedia, senza soluzione di continuità. È un film impossibile da rinchiudere in un genere: raggruppa infatti tutte le suddette categorie, le mescola e supera ogni confine dando vita a un unicum che riesce a suscitare stupore nello spettatore – caratteristica per niente scontata, soprattutto nel cinema italiano di oggi.

Nonostante l’ampia durata (115 minuti), Nevermind scorre liscio e appassiona dal primo all’ultimo minuto, fra risate (a denti stretti), bizzarrie e suspense. Il modello narrativo utilizzato è l’omnibus, cioè il film a episodi, che nel cinema italiano ha una storia gloriosa, rivisitato però da Puglielli in un modo particolare, cioè intrecciando fra loro le cinque storie attraverso personaggi che compaiono, scompaiono e ritornano come in una scena da teatro dell’assurdo o in un film di Buñuel.

nevermind - sassanelli

La sceneggiatura, scritta a più mani su un soggetto di Eros Puglielli e Giulia Gianni, è complessa, non tutto si capisce ma proprio perché non tutto è da capire: Nevermind è da vedere e da godere come si guarda un film surrealista.

Il primo racconto, che fa un po’ da cornice, ha come protagonista uno psicologo (Paolo Sassanelli) perseguitato da un carro-attrezzi che continua a investirlo causandogli amnesie. Fra i suoi pazienti c’è anche l’impiegata presso un avvocato (Alberto Molinari), visto con ribrezzo dai colleghi per la malsana abitudine di frugarsi nelle mutande con le mani. Una ragazza, Giulia (Giulia Michelini), viene assunta da un dentista, amico dell’avvocato, e da sua moglie per fare da babysitter al loro bambino, che in realtà sembra non esistere. Il marito di Giulia (Massimo Poggio), in difficoltà economiche, va ad abitare presso un amico d’infanzia e scopre con sgomento che ha messo incinta la propria sorella. Infine, Valerio (Andrea Sartoretti), in cura dallo psicologo per la rivalità con un collega, impara un metodo per cancellare letteralmente dalla vista lo sgradito rivale.

nevermind - Gobbi

Nevermind, nome evocativo di (non) luoghi assurdi e misteriosi (infatti è ambientato in località imprecisate), è costruito con un complesso meccanismo di scatole cinesi, una struttura a domino, per cui gli episodi – introdotti ciascuno da una didascalia – si susseguono senza sosta come se facessero parte di una storia unica. E in realtà fanno parte sì di un unico universo, in cui le interpretazioni si sprecano e sono lasciate alla fantasia dello spettatore: si è persino portati a pensare che tutto quanto vediamo sia un’allucinazione pre-mortem dello psichiatra dopo l’incidente iniziale, una sorta di Allucinazione perversa rivisitata, ma a Puglielli non interessa dare una risposta.

Nevermind - Michelin

Siamo dalle parti de Ai confini della realtà e delle Storie pazzesche prodotte da Almodovar: si alternano vicende reali e sgradevoli, con il buon vecchio gusto per l’esagerazione – fra l’avvocato con la sua mania poco igienica e l’amico incestuoso che vive con normalità la situazione – fino a sfociare nell’assurdo e nel fantastico, sempre sul confine fra il verosimile e l’inverosimile. Succede così che la baby-sitter si trovi a dover accudire un bambino che non esiste, in un palazzo che sembra uscito da un film di Polanski (con tanto di vecchia demente); succede che Valerio veda scomparire progressivamente le persone come in un racconto di Kafka; succede che lo psicologo continui a rivivere l’incidente perdendo la memoria e l’identità. Siamo in un labirinto di Borges, dove non c’è da capire, ma solo da lasciarsi trasportare in questo universo grottesco.

La regia è attenta e solida nel costruire la storia, e anche il profilo estetico non delude le aspettative: la fotografia molto cinematografica di Alfredo Betrò, le ripetute inquadrature deformanti del grandangolo, le musiche magnetiche di Eros Puglielli e Alessandro Sartini, l’ottimo montaggio di Danilo Perticara contribuiscono a immergere lo spettatore nella favola (nerissima) di Nevermind.

nevermind - Sartoretti

Infine, è notevole e azzeccato il cast, dove spiccano Paolo Sassanelli (che ricordiamo nel cinema indie ad esempio per Ubaldo Terzani Horror Show e Song’e Napule), Giulia Michelini (Rosy Abate nelle fiction televisive Squadra antimafia e il suo spin-off Rosy Abate – La serie) e Andrea Sartoretti (il Bufalo nella serie-tv Romanzo criminale), ma funzionano anche gli altri interpreti meno conosciuti e i caratteristi complementari: tutti con le facce giuste e ben immedesimati nei rispettivi ruoli. Da notare anche la presenza di nomi illustri del vecchio cinema italiano come Dagmar Lassander e Renato Scarpa, in ruoli minori ma significativi.

Davide Comotti

PRO CONTRO
  • Rappresenta il cinema indipendente che vorremmo sempre vedere: quello fatto con tante idee ma anche con i mezzi giusti, che garantiscono la professionalità cinematografica.
  • È un unicum, come storia e narrazione: non si trovano altri film così.
  • Fonde vari generi senza soluzione di continuità.
  • Riesce a divertire e appassionare senza sosta per tutti i 115 minuti di durata.
  • Può contare su un cast artistico e tecnico di alto livello.
  • Qualcuno potrebbe obiettare che la storia in certi momenti è intricata e che non tutti gli enigmi si risolvono, ma come detto nell’articolo questo non è un problema: è un film da vedere e godere così com’è, prendere o lasciare.

 

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