Non ci resta che il crimine, la recensione

Lo stato di salute del cinema italiano si misura con la commedia.

C’è poco da girarci attorno, i film che hanno fatto la storia e gli incassi della nostra cinematografia sono basati sulla risata e ogni momento d’oro della nostra industria cinematografica passa proprio dalla commedia: se notiamo una varietà di argomenti, situazioni, suggestioni nella commedia, vuol dire che il cinema sta bene, può sperimentare, anche se pur sempre all’interno di un genere sicuro. E con l’uscita di Non ci resta che il crimine abbiamo la conferma che questo momento storico è propizio alle produzioni italiane.

Insieme ad audaci incursioni nel genere, nel più ampio senso possibile (l’horror con Suspiria, l’action con Ride, lo storico con Il Primo Re, il crime d’autore con Dogman e via dicendo…) il cinema italiano trova contaminazioni proprio all’interno della commedia stessa e la nuova opera di Massimiliano Bruno sguazza letteralmente nella contaminazione! Se di base, appunto, Non ci resta che il crimine è una classica pochade, con personaggi scritti per ricalcare degli archetipi ben riconoscibili, si notano fondamentali elementi fantascientifici per dare innesco all’intreccio (il viaggio nel tempo) e un impianto crime che, per quanto farsesco, attinge a fatti e persone realmente esistite. Non ultimo, il tentativo di cavalcare l’onda della fascinazione vintage per gli anni ’80 che sta coinvolgendo tutto e tutti, portando i personaggi e lo spettatore nella Roma del 1982, nel bel mezzo della stagione degli storici mondiali di calcio fortunati per l’Italia e della criminalità organizzata di stampo capitolino.

Moreno, Sebastiano e Giuseppe sono amici di vecchia data, fin dai tempi della scuola elementare, tre ex bulletti di belle speranze che oggi hanno una vita monotona e miserabile. Moreno è disoccupato, Sebastiano vittima di una moglie che non ama più ma non ha il coraggio di lasciarla, Giuseppe è impiegato precario nello studio del suocero commercialista, che ha una bassa considerazione di lui. Tutti e tre, dietro idea di Moreno, hanno tirato su un’attività (abusiva): il tour sui luoghi della Banda della Magliana, per sfruttare il rinato interesse mediale verso la storica banda di criminali romani. Un giorno, i tre incontrano l’ex compagno di classe Gianfranco, all’epoca bullizzato e oggi uomo di grande successo. Gianfranco compra un tour, ma i tre, sottoposti alle continue vessazioni dell’ex compagno di classe, fuggono dal retro bottega del bar che un tempo fu sede operativa della Banda, abbandonando il loro cliente. Ma, persi nel tentativo di trovare l’uscita dai sotterranei del locale, i tre si ritrovano catapultati indietro nel tempo, nel 1982, proprio nel bel mezzo del periodo d’attività della Banda della Magliana.

Se il titolo del film vi aveva messo la pulce nell’orecchio, la trama può togliervi qualsiasi dubbio: si, il riferimento a Non ci resta che piangere, adorabile capolavoro di e con Roberto Benigni e Massimo Troisi, è concreto. Ma il collegamento non va oltre la citazione e il nuovo film di Massimiliano Bruno, di gran lunga il suo più riuscito, si basa essenzialmente su un high concept, discretamente sviluppato da un nutrito team di sceneggiatori oggi molto attivi: Nicola Guaglianone, Andrea Bassi, Menotti e lo stesso Bruno.

Per la precisione, Non ci resta che il crimine inizia zoppicando perché si nota una tendenza a cercare euristiche narrative per condurci al centro del racconto (il modo come i personaggi si incontrano con Gianfranco, la spiegazione del viaggio nel tempo, la collocazione spazio-temporale che ne consegue), ma una volta avviato Non ci resta che il crimine appassiona e diverte. Buona parte del merito va a un gruppo di attori assolutamente in parte, assortito e decisamente affiatato: i tre protagonisti hanno il volto di Marco Giallini, Alessandro Gassmann e Gianmarco Tognazzi, spesso chiamati a riproporre tipologie caratteriali per i quali li abbiamo già visti in altre opere, ma perfettamente adagiati nella storia. Edoardo Leo è un inedito villain, Renatino De Pedis, vero leader della Banda della Magliana, qui personaggio stratificato, ben scritto e funzionalmente reso dall’attore romano. Oltre a un nutrito gruppo di comprimari, spesso caratteristi con il volto giusto (pensiamo a Emanuel Bevilacqua, qui nei ruolo del braccio destro di Renatino) e tra i quali c’è anche Massimiliano Bruno, troviamo in un ruolo chiavo Ilenia Pastorelli, attrice sempre ben utilizzata per ruoli evidentemente scritti attorno a lei.

Non privo di oculata riproposizione di argomenti e suggestioni di certo cinema contestualizzato nel periodo di ambientazione, Non ci resta che il crimine è una riuscita variante nel genere commedia, godibile per la sua eccentricità che, in fin dei conti, ci conduce in territori sicuri. Non si esclude la saga.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Un gruppo di bravi attori perfettamente in parte.
  • High concept accattivante.
  • Qualche scorciatoia narrativa di troppo…
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Valutazione: 7.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Non ci resta che il crimine, la recensione, 7.0 out of 10 based on 1 rating
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