Non dormire nel bosco stanotte, la recensione

Il genere horror, sia in letteratura che al cinema, ha da sempre avuto tra le sue caratteristiche principali quella di utilizzare i suoi stilemi per raccontare ed eventualmente criticare la società che lo circonda, i suoi valori e i simboli del declino a cui progressivamente va incontro. Dopo aver messo alla berlina il valore della famiglia, i mass media e il delirio consumista del cittadino medio, tra gli altri, negli ultimi quindici anni l’attenzione si è focalizzata sui cellulari e i social network, divenuti ormai autentico prolungamento delle nostre mani e dei nostri occhi. Tanti registi si sono così cimentati in horror che demonizzano i social paragonandoli a strumenti di morte, sangue e paura come in titoli quali Friend Request, Unfriended e Countdown – giusto per citare gli esempi più noti al grande pubblico – con risultati per non sempre esaltanti, per non dire modesti.

A questo sottogenere si aggiunge Non dormire nel bosco stanotte, nuovo film del giovane regista polacco Bartosz M. Kowalski il quale, dopo una gavetta fatta di cortometraggi ed episodi di serie tv prodotte in patria, cerca di sbarcare il lunario ed approda sulla piattaforma Netflix con uno slasher di stampo classico al cui interno si racchiude la succitata forte critica all’uso smodato dei social da parte delle nuove generazioni. Il risultato, tuttavia, è un teen – horror davvero mediocre, incapace di prendere una direzione ben precisa, prevedibile sia nello sviluppo della storia che nella sua messa in scena, naturale conseguenza di una regia senza guizzi e uno script che si limita solo a copiare i modelli di riferimento senza volontà di apportare qualcosa di nuovo.

Non dormire nel bosco stanotte

Un gruppo di adolescenti smartphone-dipendente è costretto a trascorrere un periodo in un bosco, tra tende da campeggio e prove fisiche, per disintossicarsi dall’utilizzo forsennato del cellulare e delle sue applicazioni. L’interessante esperimento sociale, però, si trasforma ben presto in una terrificante caccia all’uomo messa in atto da due mostruosi ed invincibili killer la cui origine è legata a eventi angoscianti.

Non dormire nel bosco stanotte è un grande omaggio agli slasher americani, i suoi maestri e i film più importanti dei due decenni d’oro, anni Settanta e Ottanta, come si evince fin dal titolo che richiama film come Non aprite quella porta e altri classici del periodo. Non deve stupire, dunque, il fatto che Kowalski dissemini lungo tutta la sua opera una serie innumerevole e variegata di riferimenti a cult del passato, citazioni snocciolate da un personaggio, il nerd della situazione, che elenca con ironia tutte le situazioni da slasher ormai consolidate, fungendo da dizionario umano del genere.

Non dormire nel bosco stanotte

Un’operazione che, seppur stuzzicante e sulla carta divertente, crolla miseramente con lo scorrere di una storia falcidiata da una sceneggiatura arruffona, senza sussulti e ricca di situazioni non solo già viste mille volte – cosa di per sé non sempre negativa-, ma anche prive di trovate narrative e stilistiche che avrebbero reso la visione quantomeno scorrevole e più piacevole. Quel che viene fuori è un prodotto impalpabile e fumoso, senza un target preciso a cui riferirsi e che scontenta tutti, sia i giovani che si avvicinano all’horror sia gli appassionati e cultori del filone in questione.

Quest’ultimi restano, poi, delusi da una quasi totale inesistente cura nel mettere in scena omicidi, che appaiono privi di tensione e senso estetico, villain il cui aspetto ai limiti del grottesco fa pendere la storia sul piano del comico involontario e la mancanza di un altro ingrediente immancabile degli slasher, ovvero violenza e sangue che qui scorre in quantità al di sotto della soglia minima.

Non dormire nel bosco stanotte

Non dormire nel bosco stanotte, in conclusione, si configura come una piccola delusione e la prova che per Kowalski la strada da fare è ancora lunga per imporsi sulla scena horror europea ed internazionale.

Vincenzo de Divitiis

PRO CONTRO
  • Omaggiare i grandi classici del passato è sempre cosa buona e giusta.
  • Sceneggiatura senza idee di rilievo e senza personalità.
  • Soluzioni visive poco incisive.
  • Estetica degli omicidi e look dei killer mai spaventosi e al limite del comico involontario.
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