Non sposate le mie figlie! 2, la recensione

Nel 2014 il parigino Philippe de Chauveron dirigeva Non sposate le mie figlie! (Qu’est-ce qu’on a fait au Bon Dieu?), regalando alla commedia d’oltralpe un ennesimo frizzante successo. Uno degli ultimi, a dire il vero.
L’inesorabile calo di piacevolezza e originalità che, di lì a poco, avrebbero subito le brillanti pellicole francesi è tutt’altro che un mistero. Ed ecco che, mentre continuiamo a domandarci sconsolati, film dopo film, cosa sia capitato alla cinematografia gallica per intorpidirsi a tal punto… un’improvvisa speranza squarcia il grande schermo. Si tratta di un sequel inaspettato quanto atteso: Non sposate le mie figlie! 2 (il titolo originale, letteralmente, si chiede: Che cos’altro abbiamo fatto al buon Dio?).

Nel primo capitolo, i coniugi Verneuil (Christian Clavier e Chantal Lauby), cattolici e conservatori, guardavano con disperata rassegnazione le proprie quattro figlie convolare a nozze, rispettivamente, con un israeliano ebreo, un algerino musulmano, un cinese buddhista e un aspirante attore ivoriano. Tutto questo, tra l’ilarità generale della comunità di provincia, parroco incluso, che li ribattezza ‘la famiglia Benetton’.
La storia, oltre a divertire sinceramente lo spettatore, vantava anche un discreto sotto-testo, stimolando una riflessione su quanto, in effetti, siamo sinceri quando ci dichiariamo progressisti e aperti alla diversità e come reagiamo, invece, quando quest’ultima ci tocca da vicino.

Stavolta, la coppia matura ha (più o meno) metabolizzato il melting pot familiare, tanto da concedersi un lungo viaggio che vada a toccare i Paesi natali dei generi. Ma attenzione, questo non vuol dire che abbiano ampliato i propri orizzonti. Infatti, al ritorno in patria, la convinzione che la Francia sia il migliore dei mondi possibili è più ferrea che mai. Peccato che li aspettino notizie devastanti. Le loro adorate figlie, con tanto di mariti e nipotini, hanno appena deciso di trasferirsi: chi a Bombay per accettare una vantaggiosa offerta di lavoro, chi ad Algeri per sentirsi parte della rivoluzione culturale e via di seguito. Inoltre, è imminente la visita degli ingombranti consuoceri ivoriani Koffi per celebrare il matrimonio della secondogenita Viviane.
I Verneuil, come si accennava, non sono cambiati affatto e si mostreranno pronti a tutto pur di sabotare l’emigrazione collettiva della loro progenie…

Chi spera di ritrovare la freschezza e l’efficacia di Non sposate le mie figlie!, spiace ammetterlo, rimarrà molto deluso. Philippe de Chauveron – pur seminando qui e là qualche strizzata d’occhio che rimandi all’archetipo e recuperando il cast originale al completo – ha realizzato un lungometraggio fiacco e affatto coinvolgente, che, più che la risata, stimola la sonnolenza.

Non c’è traccia di quella genuina comicità che aveva fatto la fortuna delle disavventure dei Verneuil qualche anno fa, fatta eccezione per le scene che coinvolgono Christian Clavier e Pascal Nzonzi (il cocciuto consuocero André Koffi). L’indiscutibile bravura dei due ottimi interpreti, unita alle isolate buone intuizioni della scrittura, dà luogo alle sole sequenze che strappano un sorriso e intrattengono con simpatia.

Nulla da obiettare dal punto di vista tecnico; la regia mostra una buona padronanza del linguaggio filmico e la fotografia è gradevolmente luminosa. Siamo, però, di fronte a un prodotto che non solo non lascerà il segno, ma che dimenticheremo con grande facilità. Eppure gli spunti non mancano. Al di là della già citata xenofobia, ci sono la vita dopo la pensione, l’omosessualità, la percezione della prole come una proprietà e l’illusione che la soluzione ai propri problemi sia la fuga. Tuttavia, essi sono affrontati in maniera superficiale e frettolosa oppure con un approccio paradossale e sopra le righe. Un esempio su tutti? Le quattro sorelle Verneuil, che teoricamente rappresentano il motore trainante dell’azione. Le ragazze, per la quasi totalità del film, sono relegate in semplici ruoli da comprimarie quando non, addirittura, a personaggi marginali. Che poi questa scelta voglia rappresentare una sottile allusione all’impostazione patriarcale della società francese, sta alla libera interpretazione stabilirlo.

L’epilogo, che naturalmente non sveliamo, condurrà a una delle due inevitabili soluzioni (le quattro giovani famiglie espatrieranno o sceglieranno le modeste gioie della vita di provincia?). Ma non sperate in un finale coerente, saggio o illuminante. Piuttosto, in una chiosa repentina e priva di spontaneità.

La Francia, dunque, mette a segno un altro insuccesso cinematografico, somigliando sempre più a quegli ex fidanzati che tornano promettendo di essere migliori per poi deluderci ripetendo i medesimi errori (guarda caso, il personaggio interpretato da Noom Diawara cita Omar Sy, indimenticabile interprete di Quasi Amici). Il pubblico difficilmente apprezzerà Non sposate le mie figlie! 2 in quanto analisi sociale o intrattenimento senza impegno. Più probabilmente, sbadiglierà osservando una storia che cerca invano di essere politicamente scorretta e graffiante e di suggerire significative riflessioni.

Chiara Carnà

PRO CONTRO
  • I duetti tra Christian Clavier e Pascal Nzonzi.

 

  • Comicità incredibilmente fiacca, in particolare se paragonata al primo capitolo.
  • Sceneggiatura piatta e senza sorprese eccetto, forse, per il deludente epilogo.
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