Oculus – Il Riflesso del Male, la recensione

I fratelli Kaylie e Tim Russell da piccoli sono stati testimoni di un terribile omicidio/suicidio, nel quale il loro padre ha ucciso la loro madre e poi si è tolto la vita. Almeno così i ragazzini hanno raccontato alle autorità, aggiungendo che il genitore era sotto l’influsso di una forza malefica imprigionata in un antico specchio che era nel suo studio. Ma i ragazzini non vengono creduti e delle morti viene accusato il piccolo Tim, che viene portato in riformatorio e seguito da uno psichiatra, mentre sua sorella Kaylie viene affidata a una casa famiglia. Dieci anni dopo, Tim, ormai maggiorenne, esce di prigione e si riunisce a sua sorella, che nel frattempo è rimasta ossessionata da quell’episodio ed è riuscita a rintracciare il famoso specchio, finito all’asta. Lo scopo di Kaylie è chiudersi dentro la casa in cui avvenne la tragedia e documentare, per mezzo di videocamere, la veridicità della maledizione legata allo specchio, che, negli anni, sembra aver mietuto vittime in ogni luogo in cui è stato relegato.

Gli specchi sembrano avere una particolare affinità con il genere horror, questi oggetti “diabolici” che ci propongono un doppio di ogni cosa si pari loro dinnanzi, che invertono la destra con la sinistra ma non il sopra con il sotto. Secondo una credenza popolare, per esempio, è consuetudine coprire con un telo gli specchi nella stanza in cui si svolge una veglia funebre per fare in modo che l’anima del defunto non abbandoni il mondo terreno attraverso la superficie riflettente, che diventa un vero e proprio portale per l’aldilà, così come alcune culture pensano che gli specchi abbiano il potere di imprigionare l’anima di chi vi si riflette. È facile, dunque, associare questo “misterioso” oggetto alla tradizione horror e del fantastico, tanto che in diversi film – per non parlare dei romanzi – gli specchi sono diventati mefistofelici passaggi verso l’ignoto. Qualche esempio celebre: il terzo episodio di Incubi notturni (1945), con lo specchio come varco per un’altra dimensione, il primo episodio di La bottega che vendeva la morte (1973), con l’entità malefica che abita lo specchio, Mirror – Chi vive in quello specchio? (1980), in cui uno specchio assorbe la malvagità, oppure il più recente Into the Mirror (2003), dove gli specchi sono un mezzo per comunicare con i morti, che ha generato un rifacimento americano, Riflessi di paura (2008) e relativo sequel (2010).

Karen Gillan è Kaylie, alle prese con uno specchio maledetto

Karen Gillan è Kaylie, alle prese con uno specchio maledetto

Mike Flanagan va ad inserirsi proprio in questo mini-filone con Oculus, che nasce come cortometraggio nel 2006 e diventa lungometraggio nel 2014. Con il corto, Flanagan ha avuto un’idea semplice ma efficace che si legava a perfezione con le esigenze della breve durata, concentrando tutto in una stanza, con un solo personaggio e uno specchio maledetto sul quale effettuare un esperimento che potesse dimostrare i poteri malefici dell’oggetto. Nel lungo, commissionato al regista dalla Intrepid Pictures dopo il successo di questo cortometraggio e del film a basso budget Absentia, l’esperimento rappresenta proprio il fulcro della storia, ma si percepisce in maniera ingombrante la dilatazione di una vicenda che nasce e muore per essere sviluppata in pochi minuti. A poco serve l’espediente di raccontare parallelamente il passato, con la morte dei genitori dei protagonisti, con il presente, dal momento che la sensazione che si ha è sempre quella di aver voluto tirare eccessivamente per le lunghe una storia davvero molto esile.

Se il corto, inoltre, si basava su una storia discretamente originale, Oculus ci appare come un mix piuttosto sfacciato dell’episodio di La bottega che vendeva la morte e Mirror – Chi vive in quello specchio?, dal momento che dal primo prende i poteri di cui specchio è dotato e dal secondo la vicenda dei fratellini traumatizzati testimoni di un omicidio. A questo si unisce qualche intrusa presenza fantasmatica e un paio di scene shock che puntano timidamente sul gore.

In Oculus manca completamente la tensione, manca la percezione del pericolo, visto che lo specchio non riesce ad emergere come minaccia, manca un climax finale e soprattutto manca il ritmo. Un gioco involontario alla sottrazione che ne fa un’opera piatta che difficilmente riuscirà a farsi ricordare.

Katee Sackhoff posseduta  dal Male che vive nello specchio

Katee Sackhoff posseduta dal Male che vive nello specchio

Poi, come capita per quei film che comunque si fanno portatori di una certa dignità da opera low budget, non manca qualche intuizione efficace e diverte l’utilizzo di elementi che possano provare il potere dello specchio, come le piante che appassiscono nel suo raggio d’azione e i cani come pasto prediletto del Male che vive in quell’oggetto. Anche la scelta di confondere ad un certo punto i piani temporali, giustificando così la narrazione a flashback, è una buona intuizione e la scena della lampadina riesce a creare quella dose di raccapriccio indispensabile.

Cast di volti noti al pubblico televisivo con la protagonista, la bellissima Karen Gillan, che proviene dal Doctor Who, Rory Cochrane di 24 nel ruolo di suo padre e Katee Sackhoff di Batlestar Galactica in quello di sua madre.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • L’idea di base ha del potenziale.
  • La scelta di creare una mitologia, con tanto di poteri, riguardo lo specchio.
  • La scena della lampadina.
  • Potenziale di base assolutamente non sfruttato.
  • Manca totalmente di tensione.
  • Non c’è ritmo.
  • Si percepisce la natura di cortometraggio dilatato.
  • Rubacchia in maniera evidente da altri film appartenenti allo stesso filone.
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