Oro verde – C’era una volta in Colombia, la recensione

Il realismo magico si verifica quando in un’ambientazione realistica e minuziosamente dettagliata s’introduce un elemento troppo strano per essere credibile. Non per niente il realismo magico è nato in Colombia.” L’incipit della serie Narcos, con il suo richiamo a Gabriel García Márquez, descrive perfettamente anche Birds of Passage (Pájaros de verano, 2018), prima prova da sceneggiatrice e regista per la quarantenne produttrice colombiana Cristina Gallego, cui si affianca dietro la macchina da presa il più esperto Ciro Guerra (El abrazo de la serpiente, 2015).

Il film, che arriva al cinema distribuito da Academy Two col titolo Oro verde – C’era una volta in Colombia, è stato presentato lo scorso anno nella Quinzaine des réalisateurs di Cannes. La cocaina qui non c’entra, è di traffico di marijuana che si parla: protagoniste, tra l’inizio degli anni sessanta e quello degli anni ottanta, due famiglie dell’etnia india Wayuu.

Una delle situazioni più archetipiche del crime, ovvero nuove generazioni tracotanti che non rispettano i tradizionali codici della mala, è dunque trasposta in un contesto tribale, in cui le leggi da rispettare sono incrollabili credenze millenarie. Il protagonista Rapayet le asseconda disilluso, ma non osa mai sfidarle: è invece la sfrontatezza del suo socio in affari a costringerlo a un primo confronto con l’altro capo-clan Aurelio.

L’Escobar di Narcos aveva in effetti molto a che fare con Cent’anni di solitudine: è un novello Aureliano Buendía, un caudillo senza divisa, un uomo che vuole farsi Stato. Il realismo magico di Birds of Passage guarda invece alla metà pre-moderna dell’identità colombiana, alle sue radici più ancestrali. Elementi imprescindibili di questa saga familiare, articolata in cinque capitoli e punteggiata a lunghi tratti di una violenza pulp, sono dunque le premonizioni della moglie veggente di Rapayet, gli amuleti e gli oggetti sacri, lo stupro e la sua riparazione, il consiglio degli anziani. In bilico tra puntiglio antropologico e spirito visionario, tra parabola crime e sguardo sociale, Birds of Passage non è dunque propriamente un film di genere, ma completa in modo egregio l’ormai popolarissimo filone sul narcotraffico colombiano con un talentuoso sguardo d’autore.

Il marketing cinematografico gioca sin troppo spesso a presentare un nuovo film come sintesi di vari illustri precedenti. Un’abitudine che semplifica troppo, ma rivela bene, d’altra parte, lo spirito manierista e ibrido della postmodernità. Accettando comunque le regole di questo gioco potremmo dire che, in Birds of PassageNarcos incontra Alejandro Jodorowsky. Non per niente il sincretismo è nato in America Latina.

Enrico Platania

PRO CONTRO
Una sguardo originale sull’ormai sfruttatissimo filone del narcotraffico, che qui si fonde con il “surrealismo magico” di jodorowskiana memoria. Se vi aspettate un crime pienamente inserito nei canoni del cinema di genere potreste rimanere alquanto delusi.
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