Oscars 2019: analisi ragionata di tutte le vittorie

Oscars 2019, l’edizione delle incertezze fino all’ultima ora.

Come tutti sapranno, la 91esima edizione degli Academy Awards è stata pesantemente influenzata dagli ascolti ai minimi storici dello scorso anno, l’anno di Shape of Water. Un risultato che ha spinto la ABC a riformulare lo show riducendo, innanzitutto, la durata totale. A questo ha contribuito l’esclusione a posteriori del conduttore, inizialmente individuato in Kevin Hart, licenziato dopo alcune accuse di omofobia legate a suoi vecchi tweet ironici, e una maggiore asciuttezza generale con meno sketch e meno esibizioni. Un’edizione molto basic, breve, comunque non priva di momenti noiosetti che però è stata in odor di polemica fino a pochi giorni prima della diretta, quando era stata annunciata la scelta di assegnare alcuni premi (fotografia, montaggio, trucco e acconciatura, cortometraggio) durante i break pubblicitari, su cui poi è stato fatto un dietrofront da parte degli stessi Academy dopo che l’intero panorama professionale si era scagliato contro questa scelta. Incertezze e ancora incertezze, legate anche agli stessi premi assegnati che quest’anno – a differenza delle ultime edizioni – hanno concesso qualche colpo di scena tradendo le aspettative dei bookmakers in più di una categoria.

E passiamo infatti alle premiazioni, che hanno comunque rispettato un trend ormai assodato negli ultimi anni: accontentare un po’ tutti dando almeno un premio a ciascuno tra i maggiori candidati e rimanere il più possibile legate al politicamente corretto.

Peter Farrelly, regista di Green Book, impugna l’Oscar per Miglior Film

Il vincitore effettivo di questa edizione è stato Green Book, riuscitissimo film diretto da Peter Farrelly sulla vera storia dell’autista italoamericano Tony Lip e il musicista afroamericano Don Shirley. Una storia immersa nell’America delle leggi razziali dei primi anni 60 in cui a trionfare sono i buoni sentimenti. Un film semplice, corretto nel messaggio che lancia e come ci arriva, interpretato divinamente e destinato fin da subito a diventare un classico della nuova Hollywood che ammicca al passato. Una vittoria non prevedibilissima ma possibile, forse il film che nella rosa dei candidati al miglior film riusciva a trovare con maggiore facilità la strada del compromesso tra ciò che il pubblico vuole vedere, il messaggio sociale e la qualità oggettiva del lavoro.

Ma Green Book si è portato a casa anche il premio per la sceneggiatura originale: neanche qui era dato per favorito ma, diciamocelo chiaramente, il premio è giusto che andasse a lui perché il lavoro fatto da Nick Vallelonga, Brian Currie e Peter Farrelly ha un’armonia che non era racchiusa in questo giro a nessuna altra opera, neanche di artisti dalla lunga e invidiata carriera come Paul Schrader che concorreva con First Reformed. Il miglior attore non protagonista, Mahershala Ali era il premio più probabile anche se l’attore lo aveva vinto appena due anni fa con Moonlight, nella stessa categoria, confermando non solo il talento mostruoso di Ali ma anche questa tendenza a trasformare in oro praticamente ogni cosa tocca (ok, forse giusto con Alita non ha avuto l’effetto Re Mida).

Se Green Book ha trionfato in quanto vincitore del miglior film e altre due importanti statuette, a portare a casa il maggior numero di Oscar è stato invece Bohemian Rhapsody con quattro premi, tre dei quali per categorie tecniche, ovvero sonoro, montaggio sonoro e montaggio, e una di rilievo come miglior attore protagonista a Rami Malek, che era dato come favorito anche su Marte. Vittorie che hanno scatenato malcontento (ma era preventivo) tra molti addetti ai lavori che reputavano il film su Freddie Mercury immeritevole perfino di essere candidato, ma anche del successo commerciale che ha ricevuto, ma anche di esistere nevvero! Classica presa di posizione per un film che ha toccato le corde giuste per imporsi tra i gusti del pubblico e che due premi su quattro li ha vinti a ragione (sonoro e montaggio sonoro), uno francamente immotivato (il montaggio: se Bohemian Rhapsody ha un difetto macroscopico è il montaggio e gli date anche un Oscar!…mmm) e il principale in bilico perché se è vero che Malek, a parere di chi scrive, è stato bravissimo – e chi dice il contrario forse si è lasciato distrarre una volta di troppo dalla dentiera applicata dal reparto make-up – ma è anche vero che a concorrergli c’erano Viggo Mortensen e Willem Dafoe che erano riusciti a dare ai loro personaggi delle sfumature più profonde e una performance generale più corposa.

La migliore attrice protagonista è stata invece Olivia Colman per La favorita, con sorpresa dei bookmakers che davano praticamente già vincitrice Glenn Close. Il motivo? Una lunga carriera e sette nomination sul groppone ma nessuna vittoria, nonché già numerosi riconoscimenti in giro per i maggiori festival proprio per The Wife. Ma diciamocelo con sincerità, la Close è un’ottima attrice e lo ha dimostrato praticamente in ogni film che ha fatto, ma premiarla con il “premio definitivo” per un “filmetto” come The Wife e per un’interpretazione anche abbastanza anonima non sarebbe stato giusto, traducendosi di fatto come un “premio alla carriera” non ufficiale (o peggio, riportando alla mente i “casi” Leonardo Di Caprio e Martin Scorsese). Invece esultazioni per la Colman, umilissima ed emozionatissima durante la premiazione nonché protagonista eccezionale di un film per nulla facile, capace di dare alla sua capricciosa Regina una caratterizzazione così potente da fare da sola il film. Un’attrice di cui sentiremo sicuramente parlare tantissimo in futuro.

Però La favorita, che era candidato in ben 10 categorie, ha vinto solo questo Oscar, risultando di fatto il vero sconfitto di questa edizione. Una sorte un po’ ingiusta, considerando che alcuni premi gli erano praticamente d’obbligo, come i costumi e la scenografia, entrambi rubategli di fatto da Black Panther, e altri due molto meritevoli, come regia e fotografia, poi assegnati a Roma. E veniamo proprio a Roma: dieci nomination e tre vittorie, poche ma quelle che contano. Alfonso Cuaròn ha ritirato il premio come miglior regista, categoria in cui aveva già vinto nel 2014 per Gravity, assegnazione sacrosanta per un talento di quelli davvero unici, anche se un po’ tutti abbiamo la sensazione che in Roma aleggiasse l’etichetta di “esercizio di stile” e la sua mano sia andata un po’ in automatico, dimostrando quello che già sapevano. Ma è un premio che ci stà, per carità. Così come per la fotografia: cosa gli si può contestare a quel magnifico bianco e nero? Nulla. La luce naturale e pratica de La favorita era sicuramente meritevole ma anche quella di Roma fa la sua bella figura. Praticamente incontestabile il premio per miglior film straniero, molto più appropriato che l’annunciato miglior film, anche per una questione di coerenza con le regole stesse degli Academy.

Alfonso Cuaròn ritira il premio per miglior regia, fotografia e film straniero

Altri film con tante candidature e una sola vittoria sono stati A Star Is Born e Vice – L’uomo nell’ombra, entrambi con 8 nomination e un solo premio. Il film con Lady Gaga vince nella categoria che era praticamente certa, migliore canzone; il film di Adam McKay si aggiudica miglior trucco… che in effetti era il reparto maggiormente valorizzato. Si tratta di due film di cui era troppo nell’aria il sentore di sopravvalutazione da parte degli Academy: 8 candidature erano davvero molte per opere non così incisive ne per tematiche trattate ne per effettivi meriti artistici.

Stesso discorso per Black Panther, che era diventato per molti un po’ il simbolo della decadenza degli Oscar. Ci si è accaniti troppo contro il film di Ryan Coogler, ma diciamo che un pochino se la sono cercata perché candidare in 7 categorie un cinecomic bellissimo ma non eccezionale e per motivi neanche così pertinenti vuol dire darsi la zappa sui piedi. Sappiamo che oggigiorno il filone del cinecomic è sdoganato a qualsiasi pubblico, con incassi da capogiro (tanto da reggere parte dell’industria hollywoodiana) e con picchi qualitativi da far invidia ai più decantati classici del passato, ma è anche vero che Black Panther non è il miglior cinecomic di sempre, ne lo è all’interno del Marvel Cinematic Universe. Però Black Panther è un supereroe di colore, la produzione e il marketing ha insistito tantissimo su questa cosa sensibilizzando l’opinione pubblica proprio sull’aspetto razziale della questione. Quindi il film di Ryan Coogler si è fatto portatore dei valori di un popolo, lo ha rappresentato all’interno del filone cinematografico più in voga di oggi (e storicamente molto “uomobiancocentrico”) e quindi da molti è stato eletto a capolavoro a prescindere. Ma questo ha svantaggiato il film stesso! Perché è vero che ha guadagnato tre statuette, tra cui una particolarmente immeritata, ovvero la scenografia, ma è anche vero che non aveva praticamente chances in quasi tutte le categorie in cui era nominato. E proprio il premio alla scenografia è la quadratura del cerchio: Black Panther è realizzato per il buon 60% su green screen, con scenografie quindi ricostruite in post-produzione e frutto del lavoro di dozzine e dozzine di tecnici informatici; il premio però va alla scenografa Hannah Beachler, donna di colore, la prima a vincere questo premio e questo ci dice tantissimo quanto questa assegnazione sia stata simbolica più che artistica.

Hannah Beachler ritira il premio per migliore scenografia per Black Panther

Un premio che un po’ ha stupito e anche lasciato soddisfatti è quello a Spider-Man: Un nuovo universo come miglior film d’animazione. Si tratta di un’opera complessa e allo stesso tempo molto vicina a un trend commerciale che solitamente non trionfa agli Academy, che in questa categoria preferisce premiare la Disney e la Pixar per lavori di una certa stratificazione contenutistica. Sarà perché Disney-Pixar quest’anno non concorrevano con prodotti particolarmente forti (Ralph Spacca-Internet e Gli incredibili 2) e fa strano che un’opera dal sapore anti-Trump come L’isola dei cani sia rimasta a bocca asciutta, ma trovare il film di retto da Bob Persichetti, Peter Ramsey e Rodney Rothman come miglior film d’animazione è un forte segnale di aver dato il giusto riconoscimento a un’opera che sperimenta – e lo fa bene – diventando realisticamente il nuovo punto zero di certo cinema d’animazione.

Ah, però la Pixar non è rimasta del tutto a bocca asciutta: l’Oscar al miglior corto d’animazione è andato al tenerissimo Bao di Domee Shi, che al cinema apriva Gli incredibili 2.

Una categoria prettamente tecnica come migliori effetti visivi è stata vinta da First Man, film candidato a quattro categorie in cui avrebbe potuto tranquillamente primeggiare e porta via la statuetta proprio nella categoria più concorrenziale e meno scontata. Una piccola soddisfazione.

La migliore attrice non protagonista è Regina King per Se la strada potesse parlare, già data come vincitrice da chiunque e in effetti premio meritatissimo.

Passiamo alla migliore sceneggiatura non originale e apriamo la parentesi Spike Lee. BlacKkKlansman ha vinto il premio meritatamente, uno script pressoché perfetto nonché in linea con quello che gli Academy solitamente prediligono. Anche questo era un premio praticamente già assegnato, ma la conferma fa piacere e lo stesso Spike Lee pare sia stato felicissimo, a guardare la sua bellissima e ben poco contenuta reazione. Però Lee, che potremmo ribattezzare “er Frignetta”, si è esibito anche in un suo personalissimo show di protesta all’annuncio della vittoria di Green Book. Si è alzato e ha provato ad abbandonare il Dolby Theatre mentre tutti applaudivano la vittoria del film di Farrelly, poi ha discusso animatamente con Jordan Peele – produttore di BlaKkKlansman – è tornato al suo posto (probabilmente convinto dallo stesso Peele) ma, durante il discorso di ringraziamento dei produttori di Green Book, ha dato le spalle al palco in segno di protesta. Il motivo di questo gesto? Forse er Frignetta si aspettava il premio, forse tifava per Roma, ma ai microfoni ha detto che già in passato, quando ha vinto A spasso con Daisy, il suo Fa la cosa giusta non venne neanche nominato, ora nuovamente un film che parla di neri e con protagonista al volante di un’auto gli passa avanti, quindi ogni volta che qualcuno guida qualcosa lui non vince. Ma sappiamo anche, da un’altra dichiarazione, che Lee non ha gradito particolarmente Green Book, secondo lui falso nel mettere in scena le problematiche che hanno affrontato gli afroamericani e troppo consolatorio.

Non abbiamo ancora i dati di ascolto della cerimonia di premiazione degli Oscars 2019 ma non è difficile aspettarsi un’altra annata sottotono, riflessa da candidature non particolarmente accattivanti e da uno show che di fatto non lo è stato, con pochi momenti memorabili (l’esibizione di Lady Gaga con Bradley Cooper e lo sketch di Melissa McCarthy su La favorita), la politica messa (quasi del tutto) da parte e una tendenza alla velocità di esecuzione che parla chiaro su quale fosse la priorità di ABC.

Appuntamento al prossimo anno, dunque… chissà se ancora privo di conduttore!

Roberto Giacomelli

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