Osmosis, o la vaghezza assoluta

Il 29 marzo è uscita su Netflix Osmosis, una nuova serie originale, questa volta proveniente dalla Francia, moderatamente pubblicizzata e apparentemente con una spiccata caratterizzazione estetica.

Iniziando a guardare Osmosis si ha la percezione di trovarsi un gigantesco episodio di Black Mirror: una tecnologia capace di cambiare le vite di tutti in un mondo più o meno futuristico. Questa particolare tecnologia dà la possibilità, tramite un impianto di nano-robot, di scoprire quale sia la nostra anima gemella. L’impianto in questione è appunto Osmosis, ed è creato dai due geniali fratelli Vanhove veri protagonisti della vicenda insieme ad alcune persone disposte a testare per prime la app in versione beta.

La serie sembrerebbe portare uno sguardo nuovo sulla tecnologia, sicuramente diverso da quello di Black Mirror (la quale principale visione è quella della critica o della riflessione) e sarebbe sicuramente stato interessante. L’idea che la tecnologia di per sé sia solamente uno strumento, e la differenza stia nel modo in cui la usino le persone. E così sicuramente è… quindi la storia qui raccontata si incentra tutta sullo sviluppo dei personaggi, nel loro rapporto con Osmosis, e come questa possa cambiare le loro vite. Le cambierà in peggio o in meglio? È proprio questo il punto centrale della vicenda, riuscire a poter rispondere e quindi decidere se Osmosis sia integrabile nella vita di tutti oppure no. Ed è proprio qui che sorge il grande problema della serie: tutti sono felici di testimoniare che sia assolutamente possibile, ma durante il corso della storia tutto ci dice il contrario!

Da questo momento l’articolo può contenere SPOILER!

Le scelte del fratello e la sorella Vanhove sono rischiosissime per la salute dei partecipanti all’esperimento, a partire dal fatto che le vite dei tester siano completamente legate al funzionamento della intelligenza artificiale che dirige il progetto. Infatti, quando purtroppo avviene un malfunzionamento questi cadono tutti in coma, fino al momento in cui il bug viene risolto. In un mondo vagamente realistico una cosa del genere farebbe scendere dal cielo una pioggia di cause legali sugli amministratori, ma questo non succede, qualcuno lo accenna, e poi di nuovo tutti amici.

Ma qualcosa non quadra anche quando viene accennato che la percentuale di rischio che l’impianto sbagli a identificare l’anima gemella sia del 20%. È una percentuale semplicemente astronomica. Un cliente su cinque, quindi, si troverebbe a pedinare la persona sbagliata? Perché è questo che succede, nel momento in cui i tester hanno le loro visioni di chi sia “la persona giusta”, inizieranno semplicemente a seguirla e a imporsi nella loro vita. Anche questo sembrerebbe non essere un problema, come se non fosse importante violare la privacy e l’intimità di persone casuali solo perché una app dice di farlo (le persone selezionate non hanno autorizzato in nessun modo il processo).

Ma di certo non finisce qui. L’impianto viene utilizzato anche per curare un qualche tipo di problema psicologico personale (nell’idea terrificante e sbagliata che l’anima gemella possa curare ogni nostro male) e quindi viene accettato da tutti e autorizzato che una persona che soffre di gravi problemi di insicurezza personale (gravi per davvero, più avanti tenterà il suicidio a causa di una separazione dall’amato) o un ragazzino affetto da una forma di sessuomania decidano di cercare la salvezza in una persona casuale, facendo passare pure l’agghiacciante messaggio che sia possibile, perché alla fine “guariranno”.

In più punti di questa serie sembrerebbe che in questo mondo futuristico non esistano più i terapisti e che siano stati sostituiti dalla tecnologia. Ma ovviamente nemmeno questo è un problema. O ancora che la mente di alcuni dei partecipanti venga direttamente violata perché Esther Vanhove decide di utilizzare Osmosis per guarire la madre dalla sua malattia incurabile. Anche per questo non ci saranno conseguenze. E sempre parlando della cara Esther, sarà lei la protagonista del momento più assurdo della serie quando l’intelligenza artificiale da lei creata se ne innamorerà, per poi coraggiosamente sacrificarsi per tenere in vita i tester dopo che un virus è stato impiantato nel suo server (tramite una chiavetta usb, ovviamente non dobbiamo farci domande).

Queste sono ulteriori follie nella costruzione della storia ovviamente: i fratelli Vanhove sono riusciti a creare un impianto che guarisce da una malattia incurabile e un’intelligenza artificiale talmente potente da sviluppare emozioni e personalità, ma il loro focus principale è sempre “trovare l’anima gemella”. MA DAVVERO? E parlando di anima gemella, infine: possibile che in tutta la serie non ci sia nemmeno un’ombra di critica verso il concetto? È sicuramente la prima cosa da aspettarsi su una serie che associa la felicità al vero amore. Nessuno si chiede mai cosa significhi davvero, nessuno fa una critica costruttiva all’idea di romanticismo tossico basato semplicemente sull’idea che quella persona sia “giusta” e basta.

Ci sono vagamente degli accenni di riflessione sul fatto che sia sbagliato essere costantemente felici (che dovrebbe essere ciò che fa Osmosis) ma anche quello viene lasciato senza ulteriore approfondimento.

Osmosis è una serie irritante perché vuole passare l’idea di essere super partes, di guardare l’umanità negli occhi senza soffermarsi sulla tecnologia, creando invece una situazione problematica su un numero incalcolabile di livelli senza mai riconoscerne le conseguenze terribili. Lasciandoti alla fine quindi una grande sensazione di approssimazione e di possibilità sprecate.

Personalmente, un prodotto fastidiosamente presuntuoso.

Silvia Biagini

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