Papillon, la recensione

Alcune storie sono immortali, sedimentate nell’immaginario dello spettatore/lettore e facilmente rielaborabili per essere raccontate a generazioni differenti. Papillon, pur ispirandosi alla vera storia del galeotto Henri Charriére, fa suo un topos che sta alla base di tanta letteratura, ovvero la lotta per la libertà, in modo tale da sorreggersi sulle spalle di un vero e proprio archetipo narrativo.

Con illustri antenati quali Il Conte di Montecristo, il ricco e sempre avvincente filone avventuroso delle evasioni dal carcere trova nell’incredibile autobiografia di Henri Charriére terreno fertile per generare un bestseller e una trasposizione cinematografica di grande successo. Il libro, ricavato dai quaderni che Charriére tenne durante e dopo il suo lungo periodo di prigionia in un carcere nella Guyana francese, arrivo nelle librerie nell’estate del 1969 e fu subito ben accolto da critica e lettori, grazie a quel mix di umanità e senso dell’avventura che ne facevano una novità per il filone carcerario di matrice realistica. Nel 1973 la biografia di Charriére fu portata al cinema da Franklin J. Schaffner, regista de Il pianeta delle scimmie e fresco premio Oscar per Patton – Generale d’acciaio. Papillon fu un successo di pubblico e critica, grazie anche a due protagonisti di grande appeal come Steve McQueen e Dunstin Hoffman, tanto da influenzare radicalmente il filone cinematografico carcerario e generare cloni e parodie (ricordiamo Farfallon con Franco e Ciccio nel 1974). A distanza di ben 45 anni arriva un remake di Papillon, o se vogliamo una nuova trasposizione cinematografica del romanzo; a sostituire Steve McQueen c’è Charlie Hunnam di Pacific Rim e King Arthur, mentre il ruolo che fu di Dunstin Hoffman è stato affidato a Rami Malek, noto per la serie tv Mr. Robot e prossimo Freddie Mercury di Bohemian Rapsody.

Nella Parigi del 1931, il ladro Henri Charriére viene incastrato e condannato ingiustamente per un omicidio che non ha commesso. Mandato in un penitenziario di massima sicurezza nella Guyana francese, Henri – detto Papillon per via di un tatuaggio sul petto – diventa amico di Luis Dega, un falsario inizialmente avvicinato per via del gruzzoletto che si era portato in prigione. Durante i molti anni che Papillon passa in detenzione, proverà ben tre volte ad evadere da un luogo che nessuno sembra in grado di abbandonare.

Diretto dal documentarista di origini norvegesi Michael Noer, Papillon ha il grande merito di far propria la grande tradizione classica cinematografica adattandola però ai ritmi del cinema moderno. Avremo, quindi, una storia che percorre fedelmente quella già trasposta nel 1973, senza eccessi e con uno stile sobrio, quasi demodé, ma allo stesso tempo capace di eliminare i tempi morti e concentrare buona parte dell’attenzione sulla serrata ricerca della fuga da parte del carismatico protagonista.

Papillon, però, non è solo un film sulla “libertà” intesa in senso lato ma è anche un bel racconto di amicizia, che all’occhio dello spettatore smaliziato del 2018 potrebbe essere intesa anche come qualche cosa di più. Il rapporto che c’è tra Papillon e Dega è forte e leale, di quelli che spesso si vedono solo al cinema, ma allo stesso tempo l’attaccamento che il protagonista mostra per il falsario sembra andare oltre l’interesse prettamente economico che inizialmente lo fa avvicinare a lui. È chiaramente una storia d’amicizia virile, amplificata dal tremendo contensto in cui i personaggi si trovano a (soprav)vivere. E la denuncia per le condizioni disumane in cui venivano tenuti i detenuti in quegli anni è un altro punto saldo della trasposizione di Noer, fermo restando che all’epoca della pubblicazione del romanzo Charriére fu accusato di aver falsato i fatti storici e ingigantito/romanzato buona parte della sua permanenza in prigione. Infatti, il Papillon 2018 si chiude proprio con alcuni fermoimmagine delle condizioni di tortura in cui versavano gli ospiti di certi istituti di detenzione, adottando un punto di vista di denuncia che, piazzato proprio lì in chiusura, sembra un po’ forzato e fuori luogo.

Non privo di scene crude, Papillon ha il suo apice nel momento che mostra il lungo isolamento del protagonista, fatto di silenzi, fame e un ossessivo andirivieni lungo i cinque passi che designano il perimetro della sua cella, che indica la determinazione di un uomo che non si piega dinnanzi a qualsiasi prova. Avvincente nella sua struttura che fa volare le oltre due ore di durata, Papillon versione 2018 trova la sua riuscita anche nella scelta degli attori. Charlie Hunnam non possiede la durezza di Steve McQueen ed è chiaramente una scelta mirata ad estendere il pubblico del film oltre quello naturalmente maschile, ma l’attore di Crimson Peak se la cava egregiamente dimostrando anche una insospettabile intensità drammatica. Si gioca più sul sicuro con Rami Malek, giovane attore di talento che incarna credibilmente la fragilità e l’inadeguatezza del suo personaggio.

Forse paga qualche eccesso di sentimentalismo nell’atto finale, ma la nuova versione di Papillon riesce a non far rimpiangere troppo l’originale, anzi dona alle nuove generazioni la possibilità di vivere una storia ricca di emozioni che altrimenti avrebbero potuto ignorare.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Lo stile classico e i ritmi del cinema moderno.
  • Una buona scelta negli attori.
  • Avvincente!
  • Qualche eccesso di sentimentalismo.
  • La forzata dimensione di denuncia verso le condizioni disumane in cui versano i detenuti di alcune prigioni.
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Papillon, la recensione, 7.0 out of 10 based on 1 rating
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