Parasite, la recensione

Per capolavoro s’intende un’opera generalmente considerata eccelsa, oppure la prima in ordine d’importanza di un artista, artigiano o autore. Ecco, in sintesi, Parasite di Bong Joon-ho, in sala dal 7 novembre distribuito da Academy Two, è un capolavoro. Ci era andato vicino anche con Madre, altra sua straordinaria opera del 2009 ma, con Parasite, si aggiudica, oltre alla meritatissima Palma d’Oro al Festival di Cannes 2019, l’appellativo di capolavoro senza se e senza ma!

Il regista coreano ha costruito una carriera basandosi sul tema della distorsione del fantastico, con The Host, Snowpiercer e il recente Okja. In Parasite, però, non ci sono creature mostruose e non c’è del soprannaturale. Di mostruoso c’è il quotidiano e ciò che le persone sono costrette ad inventarsi per non affogare. Di raccapricciante ci sono solo due famiglie agli antipodi, due case dalla struttura architettonica metaforica e la brutale disuguaglianza di classe che non è solo coreana, ma rappresenta le ingiustizie globali.

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I quattro membri della famiglia Ki-taek, che Bong Joon-ho ci presenta stipati in un sottoscala grazie ad un incipit di rara maestria, sono molto uniti e disoccupati. Il futuro, neanche a dirlo, per loro è incerto. La speranza si riaccende grazie alla possibilità di un’entrata economica: il figlio viene raccomandato da un amico, per un lavoro ben pagato come insegnante privato a casa della famiglia Park, ricchissimi proprietari di una multinazionale informatica. I Park vengono così in contatto con i Ki-taek. I due mondi che le famiglie rappresentano si incontreranno e si scontreranno in una serie di inarrestabili incidenti e disavventure.

Una storia che potrebbe verificarsi nel mondo reale e potrebbe far pensare ad un fatto di cronaca di cui hanno parlato i telegiornali o i social… ma non diremo di più sulla trama.

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Bong Joon-ho mette in scena gente di estrazione sociale diversa e li fa vivere assieme. La cosa non è semplice. Succede sempre più spesso che le relazioni umane basate sulla convivenza o la simbiosi non reggano e, perciò, un gruppo sia costretto a instaurare una relazione parassitica con un altro. Ma in un mondo così faticoso chi può puntare il dito contro una famiglia in difficoltà intrappolata ed in lotta per la sopravvivenza? Chi può definire come parassiti dei “poveri cristi” senza futuro? Viviamo in un’epoca in cui il capitalismo regna sovrano e non abbiamo alternative. È così in tutto il mondo e, ovviamente, non solo in Corea. Tutti noi affrontiamo situazioni in cui i principi del capitalismo non possono essere ignorati. Nel mondo reale i percorsi delle due famiglie di Parasite probabilmente non si incrocerebbero mai. L’unica possibilità di incontro tra queste classi sociali è un rapporto di lavoro. Nel film non c’è alcuna intenzione malevola né verso una parte né verso l’altra, le due classi vengono trascinate in una situazione in cui anche il più piccolo passo falso può provocare fratture ed esplosioni. 

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Parasite è un ritratto di persone comuni che precipitano in un evitabile tumulto. Una commedia umana fortemente imbevuta di contemporaneità. Che genere di film è? Una commedia senza clown e una tragedia senza cattivi. Un intreccio violento e tragicomico inarrestabilmente feroce che rappresenta l’ironia e la tristezza che emergono dal voler vivere e prosperare in armonia con gli altri, salvo poi scontrarsi con la realtà di come tutto ciò sia impossibile da realizzare. Come la macchina da presa, il film cambia stanza tra un genere e l’altro senza mai strafare. Un mix di commedia, tensione e dramma che non si trasforma, neanche per un minuto dei 130 di durata, in un’accozzaglia di generi. Pura poesia visiva e narrativa. Un misto densissimo di dramma e ironia senza tregua, che fa pensare alla versione cinematografica di un’opera di Hieronymus Bosch.

Allo stesso tempo, lo studio che Joon-ho fa sulle idiosincrasie familiari, rientra nel territorio di Lanthimos, di Haneke e dell’ultimo Peele. “Il dramma raccontato nel film è molto realistico. Ma non avrei nulla da obiettare se qualcuno – racconta il regista – volesse definirlo un crime, una commedia, un triste dramma sociale o un thriller terrificante. Faccio sempre del mio meglio per ribaltare le aspettative degli spettatori e spero di esserci riuscito anche con Parasite”.

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In quest’epoca di grandi fratture sociali, Parasite è la cartina da tornasole del nostro tempo. La lettura verticale della società che viene fornita, dal basso verso l’altro e viceversa, presenta le stratificazioni domestiche e sociali. È un trattato realistico e mai pretenzioso della società capitalista contemporanea dove ranghi e caste a volte sembrano invisibili ai nostri occhi. Le teniamo lontane dalla vista e superficialmente si è portati a pensare che le gerarchie di classe siano una reliquia del passato, ma la realtà è che ci sono linee di separazione tra le classi sociali non possono essere attraversate: “io non sopporto chi oltrepassa il limite” dice Mr. Park, ad un certo punto. Il film descrive proprio queste fratture e questi “limiti”. Altra nota a favore, oltre alla scenografia evocativa e la regia perfetta, è il lavoro che Hong Kyung-pyo fa con la fotografia: vivida e fluida sfrutta i volumi architettonici delle due abitazioni, elevandole fino a farle diventare allegorie protagoniste del film, al pari degli attori.

“Spero solo che il film possa far nascere nel pubblico molti spunti di riflessione e che – dichiara Bong Joon-ho – faccia venire agli spettatori la voglia di condividere un drink e parlare insieme di tutto quello che gli è passato per la testa durante la visione. Non desidero niente di più”.

Perciò, buona visione e buon drink post-cinema!

Ilaria Berlingeri

PRO CONTRO
  • Scenografia, fotografia e regia magistrali.
  • La narrazione senza tregua.
  • Il passaggio da un genere all’altro orchestrato alla perfezione.
  • L’unico “contro” sarebbe quello di non andare a vedere al cinema questo capolavoro!
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