Pascal Laugier: regista di martiri e bambole

In questo mondo ci sono soltanto vittime, i martiri sono molto più rari!

(Mademoiselle – Martyrs)

La filmografia di Pascal Laugier, tra i più talentuosi registi francesi contemporanei di cinema fantastico, è costituita da tematiche e figure ricorrenti, ribadite anche dal suo ultimo lungometraggio, La casa delle bambole – Ghostland, in arrivo nei cinema italiani dal 6 dicembre grazie a Midnight Factory.

Analizzando l’opera omnia di Laugier, si può notare che ogni cosa si sviluppa attraverso delle costanti narrative ben riconoscibili che possono facilmente identificarlo come autore con una poetica ben precisa. I suoi film, infatti, sono raccontati come delle fiabe nere, quelle più terrorizzanti che rappresentano l’anima più oscura della produzione narrativa dei Grimm e di Perrault, storie senza filtri in cui il Male è mostrato per quello che realmente è, non ci sono edulcorazioni ne giustificazioni di sorta, ma pura e semplice Tenebra. In questi racconti dal sapore fiabesco e dallo sviluppo chiaramente mutuato da Propp, Laugier immerge personaggi femminili dal temperamento forte ma mai schiavi della delineazione mascolina oggi in voga; c’è sempre una fragilità molto esibita nelle sue protagoniste, spesso conseguenza di traumi o di importanti prove a cui la vita le ha sottoposte. Insieme alle donne, anche i bambini sembrano ricorrere in ogni sua opera, puntualmente descritti come martiri a cui la Tenebra mira per il proprio sadico piacere.

Sono solo quattro i lungometraggi fino ad ora scritti e diretti da Pascal Laugier, ma in ognuno di loro si assapora la mano dell’autore e si riscontrano le costanti su citate. Saint Ange, Martyrs, I bambini di Cold Rock e La casa delle bambole – Ghostland: quattro tasselli dello stesso interessante e terrificante mosaico.

Gli esordi e il primo lungometraggio

Pascal Laugier, classe 1971, realizza il suo primo cortometraggio nel 1993, Tête de citroulle, grazie al quale viene notato dal regista e produttore Christophe Gans che lo assume come assistente. Nel 2001 Laugier lavora a Il patto dei lupi di Gans in veste di attore e di regista per il backstage Le pacte des loups – Les entrailles de la bête e dello stesso anno è anche il cortometraggio 4ème sous sol, prodotto proprio da Christoph Gans. E sempre Gans offre a Laugier la possibilità di esordire al cinema con un lungometraggio da lui scritto e diretto: siamo nel 2004 e il film è la ghost story Saint Ange.

Ambientato in un fatiscente orfanotrofio in disuso sulle Alpi francesi e contestualizzato nel 1958 della Quinta Repubblica di Charles De Gaulle, Saint Ange racconta la storia di Anna (una bellissima Virginie Ledoyen), chiamata a fare le pulizie nell’orfanotrofio in ristrutturazione che dà il titolo al film. Da Saint Ange tutti i bambini sono stati trasferiti in un altro istituto e ci sono solo la cuoca Helenka, la direttrice Madame Francard (interpretata da Catriona MacColl, che i fan dell’horror ricorderanno nella trilogia lovecraftiana di Lucio Fulci Paura nella città dei morti viventi, E tu vivrai nel terrore! – L’aldilà e Quella villa accanto al cimitero) e l’orfana con disturbi mentali Judith. Anna però è incinta e cerca di nascondere il suo stato alla rigida direttrice per non perdere il lavoro, allo stesso tempo comincia a vedere tra i lugubri corridoi dell’edificio dei bambini che non dovrebbero essere lì. Non sempre questi bambini sembrano essere amichevoli e forse rappresentano l’oscuro segreto che si cela dietro le mura di Saint Ange.

Con un’atmosfera rarefatta e una cura impeccabile per scenografia e fotografia, Saint Ange è un esordio fulminante per Laugier: pregno di tutti gli argomenti che lo caratterizzeranno in futuro (a parte la violenza che sarà cardine di due dei suoi successivi step) e con una figura femminile ottimamente delineata che incarna sia la fragilità di una ragazza sola e poco esperta, sia la tenacia di una donna che vuol far valere i suoi diritti in una società che ancora non vuole riconoscerglieli. Ma l’intero cast di Saint Ange è al femminile e comprende, come elemento focale, l’immagine del bambino martire che sarà poi approfondita nel suo film successivo.

Di martìri e torture

Di quattro anni più tardi, del 2008, è Martyrs, l’opera più famosa e controversa di Laugier (qui la nostra recensione). Presentato al Festival di Cannes, alla Festa del Cinema di Roma e vincitore di ben tre premi al prestigioso festival del cinema fantastico di Sitges (tra cui quello per miglior film), Martyrs è tra i maggiori esponenti della nouvelle vogue horror francese, quella corrente di cinema estremo che ha contribuito a rilanciare il cinema dell’orrore più truculento di produzione europea, insieme ad Alta tensione di Alexandre Aja, Frontiers di Xavier Gens e À l’interieur – Inside di Julien Maury e Alexandre Bustillo.

Così come Saint Ange, anche Martyrs prende avvio nel passato, stavolta nel 1971. Lucie, una ragazzina scomparsa da oltre un anno e rimasta segregata in un mattatoio abbandonato, viene ritrovata in stato confusionale mentre vaga lungo la strada. Lucie è riuscita a fuggire dalla sua prigionia, ma si è rinchiusa in se stessa e non intende raccontare a nessuno ciò che le è accaduto… nessuno a parte Anna, una sua coetanea che diventa presto la sua migliore amica all’interno dell’ospedale in cui viene ricoverata.

Quindici anni dopo Lucie è ancora sconvolta da quell’accaduto che le ha cambiato per sempre la vita, ma un giorno riconosce in una fotografia su un quotidiano locale i volti dei suoi carcerieri e, insieme alla fedele Anna, si reca a casa loro imbracciando un fucile da caccia.

Questo è solo l’inizio di una spirale di violenza indicibile e di sofferenza estrema, che vanno a scandire i serratissimi 100 minuti di durata di Martyrs nei quali le due ragazze si trovano ad affrontare i loro fantasmi personali e una misteriosa setta che vuole scoprire l’estasi attraverso la sofferenza.

Nel 2015 è stato realizzato un remake di Martyrs diretto da Kevin e Michael Goetz (e mai arrivato in Italia), che banalizza il corposo contenuto filosofico dell’opera di Laugier, lasciando all’uso delle armi da fuoco il ruolo centrale nella vicenda.

Di rapimenti e boogeymen

Del 2012 è invece l’opera successiva di Laugier, I bambini di Cold Rock (The Tall Man, in originale), che ha rappresentato l’esordio in una produzione americana per il regista francese (qui la nostra recensione).

Cold Rock è un’ex cittadina mineraria nello Stato di Washington. In paese succedono cose strane, scompaiono bambini e la leggenda vuole che la colpa sia dell’Uomo Alto, una presenza sinistra che si aggira di notte tra le case per rapire i bambini portandoli nei boschi. Julia Denning, il medico del luogo, non crede a queste superstizioni ma una notte viene svegliata da strani rumori che provengono dal soggiorno e si imbatte in un’inquietante figura scura e alta che porta con se suo figlio David. La donna si precipita all’inseguimento del rapitore che carica il bambino su un furgone: per Julia è appena cominciato un incubo terribile!

Tornano i bambini vittime e, in un certo senso, martiri ma scompare quella violenza estrema che aveva caratterizzato Martyrs. Per certi versi, Laugier si avvicina più alla sua opera d’esordio tenendo però il focus su una figura spettrale e longilinea che può creare una connessione con la violenta e terrificante creatura che popolava gli incubi di Lucie in Martyrs.

A vestire i panni della protagonista (ancora una donna e ancora una madre come in Saint Ange) è Jessica Biel, legata al mondo dell’horror per il remake di Non aprite quella porta in cui aveva recitato quasi dieci anni prima.

I bambini di Cold Rock è un’opera affascinante e molto sottile, gioca con il genere negandolo in più occasioni, facendosi poi forte di un epilogo tanto spiazzante quanto straniante in una soluzione che porta lo spettatore a comprendere ed assecondare le motivazioni del “mostro”, pur facendosi pesantemente critico verso quella società borghese già apertamente presa di mira nel precedente film.

Prima di arrivare a Ghostland…

All’epoca, I bambini di Cold Rock non fu un gran successo al botteghino, ma Pascal Laugier era corteggiatissimo dai produttori hollywoodiani, tanto che fu ingaggiato dai Weinstein per scrivere e dirigere il remake di Hellraiser. Il progetto non andò in porto. Laugier aveva in mente di esplorare l’universo dei club gay e delle pratiche BDSM, rimanendo fedele alla visione di Clive Barker e infarcendo il film di violenza estrema. Sarebbe stato un grande film, siamo sicuri, ma le divergenze creative con i produttori, che volevano rilanciare il franchise rivolgendosi a un pubblico più ampio possibile, impedì a Hellraiser di prender vita e a Laugier di proseguire la sua “vacanza in America”.

Sempre nel 2012, Pascal Laugier dirige un episodio della serie franco-canadese XIII, ispirata a una graphic novel belga e incentrata su un uomo senza memoria che cerca di ricostruire il suo passato; mentre nel 2015 è sua la regia del videoclip del singolo City of Love per la cantante Mylène Farmer, che dà sfogo alla voglia cinefila dell’autore citando in pochi minuti Psycho e Gli Uccelli di Alfred Hitchcock, Cabal di Clive Barker, Edward mani di forbice di Tim Burton e Il labirinto del fauno di Guillermo del Toro.

Il grande ritorno sul grande schermo per Laugier è quest’anno con La casa delle bambole – Ghostland (Incident in a Ghostland), che riporta in scena tutte le “manie” dell’autore, a cominciare da una protagonista forte e allo stesso tempo sottomessa immersa in una situazione da fiaba nera in cui è fondamentalmente una martire, in balia della follia di una coppia di killer che attirano i bambini con un camioncino delle caramelle.

La casa delle bambole ha già vinto 3 importanti premi al Festival International du film fantastique de Gérardmer ed è stato proiettato in anteprima italiana durante la celebre Notte Horror del 36° Torino Film Festival.

Potete leggere la nostra recensione de La casa delle bambole – Ghostland a questo link, mentre qui sotto, per darvi un assaggio del film, trovate una nutrita selezione di clip in italiano.

Roberto Giacomelli

 

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