Personal Shopper, la recensione

Una carriera ricca e variegata quella di Olivier Assayas, che comincia come critico cinematografico per  Cahiers du cinéma e si trasforma presto in una corposa attività da sceneggiatore e regista di corti, lunghi e documentari. Dal successo di Irma Vep (1996) a quello recente di Sils Maria (2014), con il quale la protagonista Kristen Stewart ha vinto un César. La collaborazione con la stessa attrice si ripete per Personal Shopper, che stavolta fa guadagnare allo stesso Assayas il premio alla regia al Festival di Cannes 2016.

E un fil rouge lega Sils Maria a Personal Shopper, perché il secondo è come se nascesse da una costola del primo. Infatti nel film del 2014 il personaggio interpretato dalla Stewart rifletteva sul cinema di genere, affermando come i film fantascientifici o fantastici siano molto più veritieri dei cosiddetti “film impegnati” perché riescono a parlare della realtà in maniera profonda utilizzando simboli e metafore. Personal Shopper è proprio quel tipo di film di cui parlava la Stewart in Sils Maria, è un film di genere (fanta/horror) che parla di un tema specifico della realtà, ovvero l’elaborazione del lutto, scavando nel profondo dell’animo della protagonista allo stesso modo, se non in maniera maggiore, di un qualsiasi altro film realistico che parlerebbe dello stesso argomento.

Ma non illudetevi, Assayas non farebbe mai un film “di genere” in piena regola e il suo concetto di fanta/horror è molto più vicino a quello di cinema impegnato a cui si riferivano i suoi personaggi di Sils Maria.

Maureen è una giovane americana che vive a Parigi e svolge la professione di personal shopper per la star Kyra. Maureen ha anche il dono di comunicare con gli spiriti e cerca di mettersi in contatto con il fratello gemello Lewis, recentemente scomparso e anche lui con capacità da medium. Quando Maureen comincia a ricevere messaggi sul cellulare da un mittente sconosciuto, si convince che è proprio Lewis a contattarla, ma forse quella presenza spettrale non è suo fratello…

Una premessa molto interessante ci porta alla conoscenza di una giovane donna che fa una professione invidiata come la personal shopper, capace di guadagnare tanti soldi semplicemente facendo spesa per qualcun altro. Ci può sembrare un po’ strano che a scegliere vestiti per una star dello spettacolo sia una ragazza dal look sciatto e dal gusto personale per l’abbigliamento decisamente discutibile come la Maureen di Kristen Stewart, e questo “dettaglio” non può che infastidire per tutto il film, ma probabilmente è una scelta ben precisa del regista. Al di là della professione “ufficiale” di Maureen, quello che ci colpisce è la sua facoltà, che si trasforma in vera ossessione quando la ragazza viene chiamata in fatiscenti case da novelli proprietari per fornire una consulenza sulla possibilità di un’infestazione spiritica. Una novella ghostbusters, praticamente, che non tarda a incontrarsi/scontrarsi con fantasmi che hanno le sagome luccicose come nei film americani per famiglie di circa 25 anni fa.

Ed è un peccato che Assayas non provi neanche un attimo a incutere timore allo spettatore, perché un paio di momenti di buona tensione sembravano pronti a venir fuori in Personal Shopper, annullati però da una volontaria catarsi. Ma lo capiamo da subito che Personal Shopper non vuole ne può essere Insidious, così ci accontentiamo di seguire l’ossessiva ricerca della Stewart, alle prese col fantasma del fratello che forse c’è o forse no. Assayas punta soprattutto su questa stravagante strategia per elaborare un lutto, che con coerenza esplora in maniera originale questa tematica altrimenti più volte affrontata dalle cinematografie di ogni parte del mondo.

Ad un certo punto, però, il regista francese sente inspiegabilmente la necessità di inserire all’interno di Personal Shopper una sottotrama da giallo che è scritta decisamente male e portata in scena con dilettantesco squallore narrativo. Lo stalker che perseguita Maureen poteva benissimo rimanere nell’etereo piano della suggestione, così forse non è e il film si accartoccia su se stesso in una svolta che non avremmo voluto vedere.

Kristen Stewart sembra sia stata la musa ispiratrice per la scrittura del personaggio e infatti la Maureen di Personal Shopper le calza a pennello, una donna perennemente imbronciata, dallo sguardo severo e dall’espressione marmorea di chi è perso costantemente nel vuoto. Insomma, è Kristen Stewart senza eccessivi sforzi e l’attrice ne esce vittoriosa proprio per questo.

Fischiato a Cannes (nonostante il premio), Personal Shopper è un film che procede costantemente tra alti e bassi, riesce a creare l’atmosfera ma non la sfrutta a pieno, sa raccontare in maniera originale una storia ma poi la affolla con elementi stonati e mal gestiti. Alla fine si lascia guardare con curiosità, ma si ha tanto la sensazione che il film sui mutanti dello spazio di cui parlavano i protagonisti di Sils Maria fosse decisamente più riuscito.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Un’idea originale di trattare la tematica dell’elaborazione del lutto.
  • Un personaggio costruito su Kristen Stewart.
  • La svolta da giallo non era necessaria.
  • Montaggio francamente brutto.
  • A fine visione si ha la sensazione che questa storia poteva dar vita a un film decisamente migliore.
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