Pokémon: Detective Pikachu, la recensione

Ad oggi, quello di Pokémon è il franchise video ludico più remunerativo al mondo, secondo solo a Super Mario. Cifre astronomiche che hanno fatto si che la proprietà intellettuale creata nel 1996 da Satoshi Tajiri si sia diffusa a macchia d’olio su praticamente ogni medium: dai manga agli anime passando irrimediabilmente per un celeberrimo gioco di carte e un merchandising sterminato. Era inevitabile che, prima o poi, Pikachu & co. finissero anche sul grande schermo in versione live action seguendo il trend dei numerosi personaggi dell’immaginario d’animazione protagonisti negli ultimi anni di film a tecnica mista.

In realtà, ai Pokémon sono stati dedicati una lunghissima sequela di lungometraggi, alcuni arrivati nei cinema, iniziata nel 1997 e con all’attivo ben 21 film (un 22° è atteso per quest’anno in Giappone), ma Pokémon: Detective Pikachu è il primo a vantare una collaborazione distributiva con una major americana e il primo a coinvolgere attori in carne ed ossa, quindi destinato ad essere fruito da un pubblico molto più ampio dei già numerosi irriducibili fan del franchise.

Per questo grande passo sono stati coinvolti, oltre alle giapponesi The Pokémon Company e Toho, le americane Warner Bros e Legendary Pictures che hanno deciso di adattare per il cinema il videogame per Nitendo 3DS Detective Pikachu (2016) rimanendo molto fedeli al soggetto originario, ovviamente ampliato e reso più complesso per adeguarsi a un lungometraggio.

Seguiamo le gesta del giovane Tim Goodman, orfano di madre e aspirante allenatore di Pokémon, che viene contattato dal distretto di polizia di Ryme City, dove suo padre esercitava come detective. Parliamo al passato perché Harry Goodman è morto in un incidente stradale mentre indagava a un caso molto delicato e ora Tim deve recarsi in città per occuparsi delle faccende conseguenti alla morte del genitore. A Ryme City, però, vige una regola per la quale i Pokémon sono liberi di vivere al fianco degli esseri umani, non esistono sfere poké e le lotte tra pokémon sono illegali. Qui Tim fa la conoscenza di un esemplare di Pikachu che era il pokémon personale di suo padre: Pikachu parla, solo Tim può sentirlo, e unendo le forze i due inizieranno un’indagine per scoprire cosa si nasconde dietro la morte di Harry.

Nonostante la trama del videogame Detective Pikachu fosse molto cinematografica, era davvero complesso riuscire a portare al cinema in un lungometraggio live action l’universo dei Pokémon e soprattutto era arduo rendere un immaginario del genere credibile e realistico, quasi impossibile, poi, renderlo fruibile e accattivante per un pubblico non essenzialmente avvezzo o alfabetizzato a questo franchise.

Eppure ci sono riusciti!

Pokémon: Detective Pikachu non solo è una riuscita trasposizione cinematografica dell’universo pokémon, ma è anche un buonissimo film per famiglie: esaltante – per ovvie ragioni – per un fruitore under 14 ma godibilissimo anche per chi negli anni ’90 era già abbastanza grande da non lasciarsi “catturare” dalla pokémon-mania.

Affidandosi a una sceneggiatura che punta tutto su una storia di crescita, il classico coming of age in cui il protagonista è messo di fronte alla vita attraverso una serie di prove che lo faranno maturare, il regista e sceneggiatore Rob Letterman (Shark Tale, Mostri contro alieni, Piccoli brividi) ha un asso nella manica incredibile che si chiama Pikachu e lo getta sul tavolo insieme a un’altra carta vincente, Ryan Reynolds. Consci di un mix dal sicuro appeal, Detective Pikachu riesce a guadagnare costantemente quota grazie al puccioso e giallo protagonista che dice fesserie con la voce del divo di Deadpool. In molte occasioni, questo elemento è utilizzato benissimo e riesce a far chiudere un occhio sui momenti dello snodo narrativo più zoppicanti.

Tim, impersonato da Justice Smith (Jurassic World – Il regno distrutto), è un personaggio che singolarmente non avrebbe la forza di reggere un film ma riesce a completarsi brillantemente proprio grazie al pokémon-elettro. Viene così a crearsi una dinamica da buddy movie ben congegnata che si immerge in un’atmosfera da noir classico fatta da intrighi criminali, indagini, azione hard boiled, colpi di scena, bulli e pupe. Ryme City stessa, spesso notturna e illuminata da neon con pioggia incessante annessa, rimanda a tutto un immaginario ben preciso che fonde la metropoli asiatica con le città futuristiche del cinema post Blade Runner.

Ovviamente impeccabile anche il comparto degli effetti visivi che si bea di un look per i pokémon assolutamente fedele ai personaggi originari, portando in scena i mostriciattoli più conosciuti ed esibendoli anche in alcune trasformazioni evolutive che i (video)giocatori ben conoscono.

Ciò in cui cade ogni tanto il film di Letterman è nel trovare una quadra ad alcuni snodi della trama. Non si tratta di buchi di sceneggiatura ma di semplificazioni, di euristiche narrative che conducono lo spettatore da A a B nel modo più semplice, spesso ingenuo, possibile e il fatto che si tratti di un film destinato essenzialmente a un pubblico di bambini non è una giustificazione.

Nel cast, oltre ai già citati Justice Smith e Ryan Reynolds, troviamo Bill Nighy in un ruolo chiave, Ken Watanabe, Rita Ora e la Kathryn Newton di Big Little Lies e Halt and Catch Fire nel ruolo della giornalista in cerca di scoop Lucy Stevens.

Gli spettatori più piccoli fan dei Pokémon lo adoreranno, ma Detective Pikachu sa farsi apprezzare anche da un pubblico più adulto perché è buon cinema d’intrattenimento… e poi Pikachu è adorabile, parliamoci chiaramente!

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Porta al cinema l’universo dei Pokémon con naturalezza e credibilità.
  • Pikachu è adorabile, con la voce di Ryan Reynolds vince ogni cosa.
  • Alcune semplificazioni nella trama mostrano scoperta la guardia.
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Valutazione: 7.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Pokémon: Detective Pikachu, la recensione, 7.0 out of 10 based on 1 rating
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