Rabbia furiosa: Er Canaro, la recensione

Curioso notare come la cronaca italiana sia diventata cruciale nel nostro cinema contemporaneo, un po’ come accadeva in passato, nell’età d’oro del cinema italiano di genere, quando i polizi(ott)eschi spopolavano e le commedie avevano quel feroce taglio satirico non ancora contaminato dalla deriva demenziale ottantiana. Oggi quel sapore rugginoso di storie vere riadattate alle esigenze cinematografiche è tornato prepotentemente alla ribalta e Rabbia Furiosa: Er Canaro di Sergio Stivaletti ne è l’ennesima dimostrazione.

Così come è accaduto per Dogman di Matteo Garrone, fresco trionfatore al Festival di Cannes, anche Rabbia Furiosa prende ispirazione dalla tremenda vicenda del Canaro della Magliana, che nel 1988 insanguinò la fama del quartiere popolare romano per il feroce omicidio dell’ex pugile e piccolo criminale Giancarlo Ricci ad opera del mite Pietro De Negri, proprietario di un negozio di toelettatura per cani. La stessa storia affrontata in maniera completamente differente fino a dar vita a due film quasi opposti nello stile e nell’impostazione narrativa.

Rabbia Furiosa: Er Canaro racconta la storia di Fabio, proprietario di un negozio di toeletta per cani a Roma, appena uscito di carcere per aver scontato alcuni mesi per un crimine di cui non è stato il solo responsabile. Ad aspettarlo c’è Claudio, conoscente fin da quando erano ragazzi e complice, nonché uomo violento che tiene in una morsa Fabio, tra ricatti e violenze. Per il Canaro, che ha una moglie e una figlia piccola, rientrare nel giro della criminalità sembra quasi un percorso obbligato, soprattutto a causa delle costrizioni di Claudio, ma l’assunzione di uno stupefacente di nuova produzione e il ferimento con un attrezzo per rasare il cani, sembrano smuovere qualcosa in Fabio che fa emergere il suo lato più animalesco.

Come capirete già solo da questa breve sinossi, Rabbia Furiosa: Er Canaro prende le dovute distanze dal reale fatto di cronaca per raccontarci la vita di un debole desideroso di riscatto e lo fa con il linguaggio del cinema di genere più puro e accorato, senza tralasciare perfino un sottile fil rouge fantasy che rappresenta la vera firma di Sergio Stivaletti. Il Maestro italiano degli effetti speciali, che non è nuovo alla regia con già due lungometraggi alle spalle – M.D.C. Maschera di Cera e I tre volti del terrore – introduce nella vicenda realistica di Fabio e dei suoi crimini elementi fantascientifici, come la droga sperimentale che la mala sta cercando di piazzare nella periferia di Roma ed echi “soprannaturali” (il legame empatico tra Fabio e i cani successivo al suo ferimento) che donano alla vicenda una sottolettura che suggerisce la contrazione del virus della rabbia canina o, ancor più, una sorta di licantropia. A questo, uniamo una violenza grafica estrema che connota l’ultimo quarto d’ora di film, un tour nella mente ormai compromessa di un uomo corrotto dalla violenza (e/o dalla malattia) che mette in scena un teatrino del grand guignol che farà la felicità di ogni splatterofilo.

Ma Rabbia Furiosa: Er Canaro non è solo un bell’affresco ultraviolento di cinema di genere, anche un piccolo poema iperrealista sulla periferia cittadina, che va ad esplorare, nello specifico, la difficoltà del vivere e del sopravvivere in un ambiente in cui l’unico modo per cavarsela è far la voce grossa. Homo homini lupus, letteralmente.

Molto interessante, a tal riguardo, il lavoro di sceneggiatura svolto sui personaggi. Lo script di Antonio Lusci, Antonio Tentori e lo stesso Sergio Stivaletti tende, in primis, ad approfondire la personalità di Fabio, il suo rapporto con i famigliari e con Claudio. Un “piccolo uomo”, incapace in qualsiasi circostanza di dire “no”, in particolare alle avances criminali del coetaneo ex pugile che ora gestisce un giro di combattimento tra cani; in alcuni momenti, la frustrazione di Fabio sembra volersi timidamente ripercuotere su sua moglie, ma anche in questo la forte personalità della donna ha il sopravvento. Però il mondo di Fabio è anche fatto di affetti, di persone buone che lo supportano e lo proteggono, sua figlia Silvia (Eleonora Gentileschi), ovviamente, ma anche l’amico “Sceriffo” (Romuald Andrzej Klos) e il commissario Ferri (Gianni Franco). Contribuiscono moltissimo alla valorizzazione dei personaggi gli attori chiamati a interpretarli. Particolarmente felice la scelta di Riccardo De Filippis per il ruolo del protagonista, l’ex Scrocchiazeppi di Romanzo Criminale ha le fisique du role per essere un credibile Canaro, oltre che la giusta intensità recitativa che gioca di sottrazione; sorprende in positivo anche Virgilio Olivari (Bloodline), sguardo torvo e denti digrignanti per un villain dalla personalità spesso indecifrabile e schizofrenica, quasi un cattivo da fumetto. Anche Romina Mondello, da molto tempo lontana dal cinema, convince in pieno con un personaggio molto umano, quasi la coscienza morale che Fabio sta ormai perdendo. In piccoli ruoli segnaliamo anche lo storico stuntman e maestro d’armi Ottaviano Dell’Acqua e Giovanni Lombardo Radice, icona di tanto cinema exploitation anni ’80.

Orecchiabile e incisiva la colonna sonora originale di Maurizio Abeni, che nel tema principale sembra quasi omaggiare Morricone. L’unica nota negativa di Rabbia Furiosa: Er Canaro è la durata, quasi due ore che sicuramente avrebbero giovato di una sforbiciata, guadagnandone in fluidità narrativa.

Insomma, l’altra faccia della medaglia di Dogman arriva dall’underground di genere, si chiama Rabbia Furiosa: Er Canaro e sfodera una serie di carte vincenti che sanno lasciare il segno!

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Una buona gestione dei personaggi.
  • Bravi attori, molto in parte.
  • Riesce a completare idealmente Dogman di Garrore!
  • Sfiora le due ore, una durata eccessiva per quel che c’è da raccontare.
  • Qualche ingenuità di tanto in tanto, ma lo spirito exploitativo che c’è dietro l’operazione ce le giustifica.
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