Remi, la recensione

Remi è un bambino di dieci anni che vive nelle campagne francesi assieme a sua madre, la signora Barberin, e suo padre Jérôme. Quando a causa di un incidente quest’ultimo perde il lavoro e la moglie si vede costretta a vendere il loro bene più grande, la mucca da latte, Jérôme rivela a Remi che loro non sono i veri genitori e di averlo trovato, quando era ancora neonato, in un vicolo di Parigi. Non potendo più garantire al piccolo un futuro, Jérôme si vede costretto a portare Remi all’orfanotrofio. Giunto in città, il piccolo Remi viene notato da Vitalis, un anziano musicista di strada italiano che si esibisce per le piazze dei paesi assieme al suo fedele cane Capi e la scimmietta Joli-Couer. Vitalis decide di comprare da Jérôme il piccolo per sottrarlo al suo destino in orfanotrofio e da quel momento Remi finisce sotto l’ala protettiva di Vitalis che presto insegnerà al bambino a leggere, a scrivere e a cantare in pubblico unendo cuore e tecnica. Quando Remi avanza la volontà di voler scoprire le proprie origini e conoscere i veri genitori, il viaggio di questa “bizzarra” compagnia di girovaghi subisce una deviazione di rotta che li condurrà fino all’Inghilterra.

Da quando nel 2013 Nicolas Vanier ha portato sul grande schermo l’adattamento cinematografico dei racconti di Cécile Aubry, Belle & Sebastien, la cinematografia francese si è improvvisamente interessata alla riscoperta del cinema d’avventura per ragazzi.

Applaudito da pubblico e critica e campione d’incassi ai botteghini francesi, il film di Vanier non si è limitato solamente a dare vita ad una trilogia dedicata all’incredibile amicizia tra l’orfanello e il pastore dei Pirenei ma ha aperto la strada ad un tipo di cinema che in Francia mancava da molto tempo e che in breve ha “contagiato” anche i Paesi vicini.

Il cinema europeo inizia così a produrre storie di formazione, principalmente indirizzate a ragazzi ma capaci di parlare a tutta la famiglia visto lo stile adulto che accompagna le narrazioni, tutte contraddistinte da toni avventurosi e con il minimo comune denominatore d’essere tratte da immortali classici della letteratura per ragazzi. Oltre alla suddetta trilogia di Belle & Sebastien possiamo ricordare anche il bel Heidi, coproduzione svizzero-tedesca diretta da Alain Gsponer, e adesso si aggiunge alla lista anche Remi, adattamento cinematografico del romanzo Sans Famille (Senza famiglia), capolavoro firmato da Hector Malot.

Non è certo la prima volta che qualcuno mette mano sul romanzo di Malot per farne un adattamento audiovisivo. Senza famiglia è stato più volte portato al cinema (basta pensare che il primo adattamento è un film muto del 1915) così come anche in televisione e, proprio in favore degli adattamenti tv, è doveroso ricordare Remi – Le sue avventure, famosa serie animata giapponese andata in onda per la prima volta nel 1977 e che ancora sopravvive – probabilmente – in qualche palinsesto televisivo.

Per chi, come chi scrive, è cresciuto con la citata serie anime (“Dolce Remi, piccolo come sei, per il mondo tu vai” recitava l’indimenticabile sigla italiana cantata da Gian Paolo Daldello) non può che sortire uno straniante effetto “proustiano” ritrovarsi, dopo tutti questi anni, ad assistere alle “nuove” avventure del piccolo orfano munito di arpa e affiancato dalla strana compagnia d’animali tra cui Capi, fedelissimo cane con il cappello, e la scimmietta abbigliata da fattorino Joli-Couer (peccato manchino gli altri due cani, Zerbino e Dolce).

A riportare oggi al cinema Remi ci pensa il giovane Antoine Blossier (ricordiamolo per il brutale horror Proie, rimasto inedito sul nostro mercato) che sembra avere le idee molto chiare su come far rivivere i personaggi di Malot.

La regia di Blossier, infatti, a somme tirate risulta l’elemento più interessante dell’opera dal momento che riesce a far dialogare il cinema d’intrattenimento (molto di stampo hollywoodiano) con un gusto estetico decisamente ricercato e personale. Visivamente bellissimo, Remi sfoggia una messa in scena molto ricercata che riesce a passare con estrema naturalezza da incantevoli paesaggi bucolici a location dichiaratamente “artificiali” (si pensi all’attacco notturno dei lupi) ma utili a conferire quell’aspetto fiabesco che ben si addice ad una storia di questo tipo. Per moltissimi aspetti, soprattutto durante le sequenze in interni, si ha l’illusione di assistere ad una versione live action di un qualsiasi classico Disney del passato, sia per l’utilizzo delle scenografie che per merito della bellissima fotografia di Romain Lacourbas, a volte morbida ed altre volte dal taglio decisamente più espressionista.

Per ciò che riguarda la narrazione, invece, è evidente il tentativo di Blossier di rifarsi ad un certo tipo di cinema americano per ragazzi, quello di stampo “spielberghiano” in particolar modo, con tanto di cornice narrativa volta a presentarci subito un Remi ormai anziano ed utile a conferire a tutto il film l’idea di un “racconto” sospeso tra realtà e ricordo.

La necessità di ridurre un romanzo completo e complesso come Senza famiglia in un racconto cinematografico di 105 minuti, conduce Antoine Blossier all’inevitabile conseguenza di prendere delle scelte e “riassumere” l’opera originale, condensando eventi e concedendosi svariate libertà narrative utili a mantenere compatta e coerente l’opera filmica. Tra queste licenze poetiche ce ne sono alcune sicuramente apprezzabili, come quella di “allungare” l’arco narrativo di Vitalis, ma anche altre che non convincono fino in fondo come quella di modificare il “passato” tragico dell’anziano musicista italiano o – peggio ancora – rendere protagonista della vicenda la dote canora (?) del piccolo Remi.

A risentirne in modo particolare di questa “contrazione” degli eventi narrati è la componente emozionale, fondamentale nel romanzo di Malot. Inaspettatamente, Remi è un film che non riesce ad emozionare mai fino in fondo a causa di scene drammatiche che arrivano sempre senza l’adeguata preparazione. Molti eventi appaiono bruschi, improvvisi, molte cose sembra che accadono perché devono accadere e non per il naturale flusso del racconto. Di conseguenza si ha spesso la sensazione della lacrima mancata, con scene drammatiche prive di reale trasporto emotivo.

Tutto ciò si traduce in un vero peccato perché in questa “corsa” verso l’epilogo si finisce per non approfondire nel modo giusto la compagnia di girovaghi di Vitalis, in modo particolare Capi e Joli-Couer, quasi sempre confinati ad elementi scenografici piuttosto che a protagonisti del racconto.

Nel cast troviamo Daniel Auteuil, perfetto nei panni dell’anziano maestro del bambino, mentre il piccolo Remi ha il volto non sempre convincente di Maleaume Paquin.

In definitiva questa nuova trasposizione di Remi convince ma non completamente. Il film di Blossier coinvolge e scorre veloce, sicuramente affascina per l’impianto visivo, ma a fine visione lascia lo spettatore con una certa delusione per non aver provato quella scossa emotiva che forse, sbagliando, si dava per scontata.

Giuliano Giacomelli

PRO CONTRO
Un adattamento cinematografico di Senza famiglia è un “pro” a prescindere.

Visivamente bellissimo.

Capi e Joli-Couer, visivamente parlando, sono resi molto bene.

L’interpretazione di Daniel Auteuil.

Il minutaggio così contenuto fa perdere epicità al racconto.

Alcuni passaggi narrativi un po’ troppo frettolosi.

Qualche libertà creativa di troppo.

Capi e Joli-Couer: bellissimi ma poco sfruttati.

Il piccolo Maleaume Paquin è spesso fuori ruolo.

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