Ride, la recensione

Kyle e Max sono migliori amici da sempre. Cresciuti praticamente insieme, i due condividono molte cose e, in modo particolare, la passione per le sfide estreme. Sono due riders acrobatici e l’unica cosa che riesce a scuoterli dalla monotonia quotidiana è l’adrenalina derivata da imprese folli e spericolate, spesso al limite della legalità, da poter poi condividere sul web. Un giorno ricevono l’invito per partecipare ad una misteriosa gara di downhill che sarà trasmessa solo su un’esclusiva piattaforma online a cui pochissimi hanno l’accesso. Chi vincerà la gara avrà una ricompensa in denaro di 250.000 euro. Una cifra importante che potrebbe garantire a Kyle la possibilità di ricominciare una vita più serena con la sua famiglia e a Max di pagare i molti debiti che gravano sulla sua testa. I due accettano senza esitazione ma, quando la gara ha inizio, scoprono che il “gioco” ha delle regole molto più pericolose di quanto potevano immaginare. Devono correre veloce, molto veloce, non più per la somma in palio ma per restare in vita.

Con Ride anche in Italia arriva il cinema 2.0.

Sappiamo bene che dal 1999, anno d’uscita di The Blair Witch Project, lo strumento “tecnologico” è entrato nel cinema – eleggendosi a protagonista – in  maniera piuttosto prepotente e da allora non si contano più i film che hanno adottato la prima persona come locuzione narrativa. Nel film di Myrick e Sanchez è stata una semplicissima (ed oggi obsoleta) handycam ha farsi strumento di questa rivoluzione di linguaggio apportata al cinema ma oggi, visto e considerato il boom tecnologico-informatico di cui siamo diventati tutti inconsapevolmente schiavi,  il cinema ha visto improvvisamente ampliato il proprio vocabolario così da poter sperimentare un nuovo lessico capace di assumere un numero infinito di forme.

La definizione found footage, adottata per catalogare quei film mossi dal ritrovamento di un filmato in celluloide, è ormai arcaica. Ora il concetto di “pellicola” è abbondantemente superato e, all’epoca di internet e del digitale, tutto è diventato vorticosamente frammentato e astratto. Il cinema si è trovato costretto a stare al passo con i tempi e così i found footage di ieri hanno dovuto lasciare il passo a forme molto più estreme di mokumentary come – per citarne uno, nemmeno troppo recente – Unfriended di Lean Gabriadze, dove il “dispositivo ritrovato” non era altro che un collage realizzato attraverso filmati e chat provenienti da tutti i più popolari social network del momento.

In questo scenario votato alla frammentazione dell’informazione e dell’immagine, l’arte cinematografica si sta muovendo verso una bizzarra forma espressiva in cui il cinema d’intrattenimento sta trovando una singolare forma di dialogo con la video arte.

Ride è direttamente figlio di questa rivoluzione digitale che stiamo vivendo e nasce grazie al sapiente utilizzo delle nuove strumentazioni di ripresa (le GoPro e le varie action-cam molto utilizzate per i video sportivi) in unione a quella mentalità informatica secondo la quale “se non ti connetti non esisti”.

Dietro Ride ritroviamo il duo Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, conosciuti anche come Fabio&Fabio nonché autori e registi dell’apprezzato Mine con Armie Hammer. I due Fabio, questa volta, tornano solo in qualità di autori e promotori del progetto e lasciano la regia di questo esperimento nelle mani di Jacopo Rondinelli, regista che debutta al cinema dopo una corposa carriera nel mondo degli spot pubblicitari e dei videoclip musicali.

Il film di Rondinelli, appunto, è un esperimento a tutto tondo e come tale va considerato. Più che dalle parti del mokumentary nudo e crudo il film di Rondinelli ci ricorda il bellissimo Hardcore! di Ilya Naishuller per questo desiderio convulso di ricorrere ad una narrazione in soggettiva iper-cinetica ed assordante in cui si cerca – e si trova! – un punto di congiunzione tra arti differenti, in modo particolare il cinema e il videogioco.

Non è un caso, infatti, che Ride pone al centro del racconto proprio un gioco a premi in cui i vari giocatori devono sfidarsi per la ricompensa finale. Il videogioco, ancor più del cinema, è la cosa a cui più si avvicina il film e la sua costruzione a livelli, con tanto di bonus per i giocatori più bravi e nemici di fine livello, non può che confermare questa tesi che elegge Ride come primo videogioco in carne e ossa nella storia del nostro cinema italiano.

Il film riesce, dunque, a cogliere molto bene l’anima e l’estetica del videogame in prima persona. Ma Ride è anche e soprattutto un film e lo spettatore purtroppo non ha un joypad tra le mani per poter interagire con i videogiocatori-protagonisti della storia. Sotto questo aspetto, di certo non secondario, il film di Rondinelli mostra tutte le sue fragilità a causa di un minutaggio eccessivo (102 minuti sono troppi, in questo caso) che conduce verso una vicenda davvero tanto ripetitiva. Il secondo atto del film, infatti, è un continuo inseguimento tra i boschi con infinite derapate tra gli alberi e acrobazie varie in bicicletta. Una narrazione che a tratti diventa estenuante, desiderosa di stupire e stordire lo spettatore a tutti i costi con il solo rischio di risultare piatta ed anche un po’ noiosa. Questo desiderio di trasformare Ride più in un’attrazione da luna park che in un film vero e proprio fa perdere di contenuto all’opera di Rondinelli che, purtroppo, nel rincorrere lo stupore a tutti i costi finisce per non approfondire nel giusto modo la storia. È sicuramente apprezzabile la volontà di evitare spiegoni e lasciare molto al mistero ma Ride, a fine corsa, lascia una strana sensazione di incompiuto.

Davvero lodevole il lavoro svolto da Carlo Missidenti che cura il reparto sonoro del film. Nel suo voler destabilizzare e “rincoglionire” lo spettatore, Ride ha un audio potentissimo che non ha nulla da invidiare ai grandi blockbuster americani e questo è un merito non da poco visto e considerato che l’Italia, purtroppo, presta sempre poca attenzione verso questo settore capace davvero di fare la differenza all’interno di un film.

Un altro elemento interessante sta nel riuscire a fare un film tanto “moderno” ma, al tempo stesso, fortemente legato ad un certo cinema del passato, soprattutto quello di fantascienza che veniva prodotto tra gli anni ’70 e gli ’80. Così Fabio&Fabio, insieme a Jacopo Rondinelli, con Ride realizzano un survival-movie anche dal sapore fortemente citazionista e durante la visione del film è davvero impossibile non cogliere alcuni riferimenti ad autentici cult come Duel, L’implacabile e persino 1997: Fuga da New York. Ma è Death Race il titolo più influente, tant’è che l’opera di W.S. Anderson, ancor più dell’originale del 1975, sembra aver avuto un ruolo chiave sia per il look del villan del film – il dark rider – che per alcuni importanti risvolti narrativi.

Tra pregi e difetti, dunque, Ride è un esperimento difficile da valutare con sincera obiettività. Indubbiamente rappresenta qualcosa di davvero nuovo all’interno della nostra cinematografia, un’opera temeraria e perciò meritevole di rispetto, e proprio per questo dispiace che il film di Rondinelli sia così poco italiano. Girato in inglese e con attori internazionali, anche se per (logici) motivi di mercato il film sembra vergognarsi della sua nazionalità. Film come Ride, nonostante i difetti, aiutano a risollevare l’immagine della nostra cinematografia e dunque sarebbe opportuno sottolineare l’italianità dell’opera anziché camuffarla.

Giuliano Giacomelli

PRO CONTRO
  • Un impiego intelligente e non forzato della leggera tecnologia digitale come le GoPro.
  • Frenetico ed assordante: in altri film sarebbe stato un difetto ma qui diventa la “missione” del film.
  • Il lavoro svolto sull’audio. Magistrale.
  • Il modo in cui il linguaggio del cinema si contamina con quello dei videogames.
  • Tanti generi cinematografici fusi tra loro in modo naturale: l’action, il thriller e l’horror.
  • Troppo lungo e a tratti ripetitivo.
  • Bene lasciare alcuni elementi avvolti dal mistero, ma qui si esagera.
  • Troppo poco italiano nonostante la sua nazionalità.
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