Rifkin’s Festival, la recensione

L’ultimo film di Woody Allen, in un modo o nell’altro, lascerà il segno nei ricordi dei suoi estimatori italiani, ma non solo. Qualche mese fa eravamo vicinissimi a vedere Rifkin’s Festival (il debutto in sala era previsto per il 5 novembre 2020). Il lungometraggio annuale di Woody è uno di quegli appuntamenti che danno la confortante sicurezza della normalità. Un po’ come San Valentino: puoi evitarlo come la peste, puoi esserne indifferente o entusiasta ma sai che, una volta l’anno, arriva. Tuttavia, l’ennesimo duro colpo per il mondo del cinema ha rimandato la visione del film a data da destinarsi. Quella data, grazie a Vision Distribution, è finalmente alle porte: sarà proprio Rifkin’s Festival, in sala dal 6 maggio, il titolo di punta che celebrerà l’attesissima riapertura delle sale cinematografiche. E, di certo, non dimenticheremo facilmente il film che ci ha riportato nel tempio della settima arte dopo mesi di ‘dieta’ a base di streaming e Blu-ray o DVD.

Mort Rifkin (Wallace Shawn) è un attempato ex insegnante di arti visive che accompagna l’avvenente moglie Sue (Gina Gershon) al festival del cinema di San Sebastiàn. Mort adorava l’atmosfera di kermesse come questa, ma è molto deluso dalla piega ‘modaiola’ e vacua che ormai vede prevalere. In più, mal sopporta il giovane regista Philippe (Louis Garrel), intellettualoide pieno di sé di cui Sue è l’ufficio stampa. La gelosia per l’ambiguo rapporto tra i due gli causa incubi e attacchi d’ansia che Mort confonde con un principio d’infarto. Decide, dunque, di farsi visitare da un medico e la bella dottoressa Jo Rojas (Elena Anaja) farà ben altro che curare il suo presunto mal di cuore: vi farà immediatamente breccia. Mort, però, sta attraversando una fase angosciosa: malgrado l’età, sente di non aver mai davvero capito se stesso; vorrebbe cimentarsi come scrittore ma è a corto di idee; è prigioniero di un matrimonio che si regge a stento sull’abitudine. E’ ancora in tempo per raddrizzare la sua vita? La cornice della narrazione è una lunga chiacchierata con uno psicanalista (proprio come in Harry a pezzi) che guiderà lo spettatore in una passeggiata metacinematografica densa di riflessioni oneste e quesiti esistenziali.

Rifkin's Festival

Domanda retorica: avete mai ascoltato qualcuno dei luoghi comuni che imprescindibilmente accompagnano la visione di ogni nuovo film di Allen? Rifkin’s Festival non ne è certo esente ma proviamo a capire in che modo, snocciolandoli uno ad uno.

Partiamo con un grande classico: Non è il suo miglior film. 
Probabilmente no, ma di sicuro è un film diverso, maturo e nostalgico come il suo protagonista. E’ di certo un prodotto sui generis, che sarà snobbato dai più. Non ci sono grossi nomi nel cast (fatta eccezione per Christoph Waltz, che appare in un piccolo ruolo da non perdere). Tornano temi cardine della poetica alleniana quali il tradimento o l’insensatezza della vita. La ripetitività può annoiare, è vero.  A maggior ragione se inserita in una sceneggiatura a tratti spossata. Non è una commedia pensata per piacere, bensì per dar voce ai tormenti e ai dubbi di un uomo che, giunto all’età in cui si tirano le somme, si sente confuso e spaventato. Non siamo davanti al più coinvolgente degli intrecci né ci faremo delle grandi risate, ma di sicuro ritroveremo sentimenti autenticamente umani.

Rifkin's Festival

Allen scrive personaggi identici a se stesso. Un altro evergreen.
Dire che Wallace Shawn non ci ricorda personaggi celebri della filmografia alleniana equivarrebbe a negare l’evidenza. L’attore (già apparso in numerosi film del regista, tra cui Ombre e nebbia e Melinda e Melinda) interpreta un protagonista che condivide moltissimo con Alvy Singer (Manhattan) o Harry Block (Harry a pezzi). Si pensi alla venerazione per New York, all’ipocondria, a quel modo irresistibilmente impacciato di mentire. E’ vero che in qualche titolo del passato abbiamo visto attori cimentarsi in un’imitazione goffa e forzata dell’Allen nevrotico che tutti conosciamo, ma non è questo il caso. Shawn recita con genuina leggerezza e tale disinvoltura che è un piacere osservarlo. Troveremo punti di contatto, ma non penseremo mai ‘sto guardando Wallace Shawn che fa Woody Allen’.

La fotografia di Vittorio Storaro è magnifica.
Ecco un cliché impossibile da smontare. Rifkin’s Festival è un film uniformemente luminoso, la cui ricchezza risiede nelle sfumature. Se le luci del Festival del cinema e, in generale, dei riflettori sono splendenti ma fredde e inospitali, quando si tratta di momenti di evasione la musica cambia completamente. Le scorribande di Mort per la cittadina spagnola di San Sebastiàn sono avvolte da un calore dorato e vibrante. Un sogno che riempie gli occhi e sottolinea come la spensieratezza dell’esplorazione stia accendendo il protagonista di una linfa energica troppo a lungo sopita.

In conclusione, il cineasta newyorchese per antonomasia ci ha regalato una commedia agrodolce nonché una serenata più appassionata che mai a quel Cinema fatto d’immagini potenti e vicende simboliche che tanto ne ha influenzato l’immaginario. Un Woody così cinefilo non si vedeva dai tempi di Provaci Ancora, Sam ma, in questo caso, non c’è traccia di demenzialità. Le suggestioni che Allen prende in prestito vanno dal Fellini di 8 1/2 al Bunuel di L’Angelo Sterminatore, passando per le punte di diamante di Ingmar Bergman, da sempre suo regista ideale. Le numerose citazioni hanno in comune un sapore malinconico e surreale che se da un lato getta un’ombra di pacata inquietudine per la valenza nell’economia del racconto, dall’altro sorprende e stimola lo spettatore.

Rifkin’s Festival farà la gioia di tutti coloro che, in quest’anno difficile, hanno tanto sentito la mancanza dell’inconfondibile sguardo sulla vita del loro regista del cuore. Ma anche di tutti i cinefili (e non) che, dopo sette lunghi mesi di attesa, dal 6 maggio potranno tornare a proporre: “Andiamo al cinema?”

Chiara Carnà

PRO CONTRO
  • E’ un Allen diverso, per certo versi inedito.
  • La fotografia di Vittorio Storaro non sbaglia un colpo.
  • Il ruolo a sorpresa di Christoph Waltz.
  • Probabilmente piacerà solo ai cinefili incalliti e ai fans della primissima ora di Woody.
  • Narrazione non sempre dinamica e comicità sottotono.
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Valutazione: 7.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Rifkin's Festival, la recensione, 7.0 out of 10 based on 1 rating

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