Escobar, la recensione

Tra i film più attesi al Festival Internazionale del film di Roma 2014, Escobar (in originale Escobar: Paradise Lost) ha destato da subito parecchia attenzione. E’ il debutto alla regia dell’attore italiano Andrea Di Stefano, dopo due anni all’Actors Studio, e, tra i produttori esecutivi, figurano i due attori protagonisti: Benicio del Toro e Josh Hutcherson. La figura ormai iconica del re della cocaina colombiano, già ampiamente descritta in film, documentari per la tv e la recente serie Netflix Narcos, assume, in quest’occasione, una valenza ancora più mitica. Non ci troviamo, infatti, davanti un biopic; non aspettatevi di ripercorrere in maniera didascalica tutta la vita del narcotrafficante più ricco e famoso della storia, perché avete sbagliato film. Questa è, piuttosto, la visione che di lui potrebbe avere qualsiasi essere umano che abbia avuto la sfortuna di essersi imbattuto sulla sua strada. E’ l’incontro-scontro tra due mondi, due anime agli antipodi, fino ad irreparabili conseguenze.

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Nick (Josh Hutcherson) è un giovane canadese giunto da poco in Colombia con suo fratello Dylan (Brady Corbet) e la di lui fidanzata, alla ricerca di una spiaggia dove impartire lezioni di surf. Un giorno, Nick fa la conoscenza di Maria (Claudia Traisac), una ragazza del luogo di cui s’innamora immediatamente. In poco tempo, e sempre più innamorati, la giovane chiede al ragazzo di fare la conoscenza di suo zio, il signor Pablo Escobar (Benicio del Toro), figura politica di rilievo e vero e proprio idolo tra la sua gente. La vita sembra procedere a gonfie vele per i due giovani: un matrimonio, una casa e un lavoro nell’hacienda di famiglia. Ma la felicità non dura per sempre, e il paradiso terrestre che Nick sembra aver trovato, grazie alla donna dei suoi sogni, potrebbe rivelarsi un inferno.

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Di Stefano prende spunto dalle vicende realmente accadute nel 1991, quando Escobar si consegnò alle autorità colombiane, per dispiegare la parabola discendente del personaggio di Nick, reo di essersi impantanato con la persona sbagliata e di aver peccato fin troppo d’ingenuità. L’astuta idea di slegare completamente la realtà storica e le vicende personali si rivela vincente ai fini di costruire un villain che di umano ha ben poco. Ci troviamo, più che altro, di fronte a un dio della guerra, che usa gli altri a proprio uso e consumo, e poi getta via senza alcun rimorso. In questo, un attore del calibro di Benicio del Toro è perfetto: il suo Escobar è spietato ma ironico, devoto alla famiglia e alla religione, eppure capacissimo di mettersi contro entrambi, se la situazione lo richiede. Ciononostante, il limite emotivo non viene mai pienamente oltrepassato né estremizzato, e ciò è un bene, se si pensa alla scena che lo ritrae scriversi su una mano i nomi delle prossime vittime con la stessa naturalezza con la quale una casalinga potrebbe redigere la lista della spesa.

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Discorso diametralmente opposto va fatto per i due ragazzi, i quali incarnano la sagra dell’ingenuità e dei buoni sentimenti. Nick e Maria sono totalmente accecati da ciò che si sta consumando davanti ai loro occhi e, più di una volta, i loro comportamenti sanno fin troppo di forzatura cinematografica bella e buona. Nessuno mette in dubbio l’amore che li unisce, ma  l’atteggiamento di lui, quando i primi sospetti sulla vera identità dello zio iniziano a trapelare, appare incomprensibile quanto quello di lei, che, dal giorno alla notte, mette in discussione il rapporto di una vita senza apparente motivo.

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Anche narrativamente, il film potrebbe essere diviso in due parti: la prima mezz’ora si addentra a fatica nelle vicende personali dei personaggi, lasciando lo spettatore affamato di quell’azione di cui potrà godere solo nella seconda parte.

In aggiunta, l’uso costante dei salti temporali non fa altro che confondere e deturpare un percorso narrativo che avrebbe, altrimenti, funzionato benissimo. Nel momento in cui il film assume l’aspetto di un action thriller, tuttavia, Di Stefano mette in pratica gli insegnamenti appresi in America, montando delle sequenze adrenaliniche dal ritmo serrato, che terranno col fiato sospeso fino alla fine.

Escobar: Paradise Lost è un’opera prima che, nel suo complesso, sa farsi rispettare; ma che, in più di un’occasione, appare insicura, soporifera e poco coesa.

Noemi Macellari

PRO CONTRO
  • Non è l’ennesimo biopic sulla vita di Pablo Escobar.
  • Benicio Del Toro in stato di grazia.
  • La seconda parte tiene lo spettatore incollato alla sedia.
  • L’inizio è troppo lento e dilatato.
  • Il ricorso all’ellissi e gli sbalzi temporali potrebbero disorientare.
  • Poca coerenza nello sviluppo di alcuni personaggi.
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Escobar, la recensione, 6.0 out of 10 based on 1 rating
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    One Response to Escobar, la recensione

    1. stefanosky ha detto:

      A me il film e’ piaciuto veramente tanto , stento a credere che lo ha diretto un regista italiano. Meglio cosi’.Di stefano è veramente un bravo regista, non lo conoscevo. La forte ambiguità che Del toro ha dato all’interpretazione, in una storia sviluppata molto scarnamente efficace, da una visone familiare del trafficante,insolita, vista dal punto di vista del ragazzo protagonista .Il film ha dalla sua una bellissima sceneggiatura , Benicio del toro accigliato come non mai.

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