RomaFF12. Detroit, la recensione

Che Kathryn Bigelow fosse una regista “con le palle” lo sapevamo ormai da tempo. Un’artista che ci ha regalato negli anni alcuni film magnifici, prima (e ad oggi unica) regista ad aver vinto un premio Oscar, precisamente per The Hurt Locker, nel 2010. Dopo il bellissimo Zero Dark Thirty, la Bigelow torna a raccontare una storia vera, a metà tra la denuncia sociale e la ricostruzione storica per forza di cose imprecisa e con Detroit si sofferma sulla rivolta che nel 1967 infiammò per quattro giorni le strade della città del Michigan.

Così come accadeva sia in Zero Dark Thirty che in The Hurt Locker, la regista di Strange Days adotta un taglio realistico e particolarmente crudo per portare in scena una storia tremenda di razzismo e violenza. Dopo un cappello introduttivo doveroso per contestualizzare le sommosse del 1967, mostrando anche il momento in cui il 23 luglio inizia la rivolta della popolazione afroamericana, Detroit si sofferma su uno degli episodi emblematici dell’intera vicenda, quello che si svolse nel motel in cui persero la vita tre ragazzi di colore, umiliati, torturati e giustiziati da tre poliziotti (bianchi).

La Bigelow ricostruisce la vicenda attraverso le testimonianze dei presenti e gli atti processuali che, inevitabilmente, nacquero dopo quella notte di terrore e mette in scena uno spettacolo durissimo che per pressione psicologica e violenza nella messa in scena ricorda molto da vicino certo cinema horror del filone torture porn.

Detroit è un’opera potentissima, dal valore comunicativo molto efficace che prende le parti degli afroamericani descrivendoci un episodio di abuso di potere che tende a sottolineare il sadismo dei tre poliziotti artefici del massacro. L’agente Krauss, interpretato da uno stupefacente Will Poulter, è un “cattivo d.o.c.”: sguardo allucinato, ghigno satanico e un manifesto godimento nel fare del male che sottolinea il dilagante razzismo di quel contesto, ma anche una caratterizzazione che eccede sul delineamento da villain. Se vogliamo, infatti, il difetto di un film che comunque si ancora alla realtà, è la scrittura fin troppo fictional dei personaggi e la divisione basic tra “buoni” e “cattivi”, con l’ambiguo John Boyega a fare da ago della bilancia.

Dopo il lunghissimo cuore del film, che descrive il tragedia del motel, il film completa il racconto con quello che seguì i quattro infuocatissimi giorni: le testimonianze, il processo e il difficile ritorno alla normalità dei sopravvissuti. Uno sguardo d’insieme sugli scontri di Detroit del 1967, un atto d’accusa che è allo stesso tempo cinema d’impegno sociale e avvincente intrattenimento, film di gran mestiere da chi il mestiere lo sa fare con professionalità e senza dimenticare il pubblico. Perché tenere incollati allo schermo per oltre 140 minuti con un argomento così difficile e spinoso è sinonimo di grande talento.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Ritmo e tensione.
  • Will Poulter è il nuovo Kevin Bacon.
  • Ha trovato il modo più efficace per raccontare una storia difficile e controversa.
  • La concessione fictional a tratti supera l’ambizione di realismo, soprattutto nella scrittura dei personaggi.
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