RomaFF 12. Hostiles, la recensione

Presentato come film d’apertura alla 12^ edizione della Festa del Cinema di Roma, Hostiles si pone come un ritorno al cinema classico e per agganciarsi alle suggestioni della grande Hollywood di un tempo, il regista Scott Cooper utilizza il linguaggio dell’epica western. Il risultato lascia un po’ interdetti: Hostiles è senz’altro un bel film nel mentre lo si guarda, ma è cinema di maniera, un compitino ben svolto che lascia pochissimo addosso allo spettatore.

Siamo nel 1892, i nativi d’America sono ormai stanziati in territori che in futuro saranno conosciuti come “riserve”, mentre tribù di Chomanche razziano diligenze e fattorie. Il capitano dell’esercito Joseph J. Blocker accetta di accompagnare il capo Cheyenne e la sua famiglia fino alla loro terra natia, nelle praterie del Montana. Durante il loro tragitto incontrano una giovane vedova la cui famiglia è stata sterminata dai Chomanche e Blocker accetta anche di scortare un detenuto fino al tribunale dove deve essere processato.

I primi minuti di Hostiles sono una lezione di grandissimo cinema, un ritorno a quel western brutale e selvaggio che ha consacrato il genere negli anni ’60: l’attacco dei Chomanche alla fattoria di Rosamund Pike, dove la sua famiglia viene brutalmente assassinata, sono un pugno nello stomaco notevole e la maestria di Cooper nel gestire il ritmo della scena ne mette subito in risalto il talento. Il film poi prosegue su una strada battuta numerose volte dal genere, il viaggio, ovviamente costellato da difficoltà e pericoli di ogni tipo. Cinema classico, esattamente, ma di quello che vale la pena ogni tanto rivangare, soprattutto perché in sintonia con la riscoperta dei generi.

Poi Cooper, che ci aveva colpito positivamente con Il fuoco della vendetta ma lasciati più freddi con Black Mass, cerca di trovare una sua strada personale nel raccontare il riscatto di una popolazione – gli americani – verso le barbarie compiute ai danni dei nativi d’America. Hostiles si gonfia di retorica fino a scoppiare, ci ricorda ogni 3×4 quanto i Cheyenne scortati da Blocker siano buoni, collaborativi, saggi, in contatto con la Natura e ricchi di valori, invece l’uomo bianco è razzista, arrogante e violento. Un “j’accuse” che inevitabilmente scade nella banalità, fino a un finale che sublima questo concetto offrendo spettacolo in maniera fin troppo ruffiana.

Christian Bale, nel ruolo del capitano disilluso, malato e pieno di rimpianti è praticamente perfetto, l’ennesima prova che l’ex Batman sia uno di quegli attori capaci di applicare il metodo senza scadere nell’overacting. Buona ma non eccezionale la performance di Rosamund Pike, che a tratti cade proprio in quegli eccessi che il collega riesce ad evitare; decisamente sprecato, invece, Ben Foster.

Insomma, Hostiles ci regala un gradevole ritorno a uno dei generi che hanno fatto grande Hollywood ma purtroppo viene schiavizzato da quel sentimentalismo politically correct in cui le grandi produzioni americane si sono infognate da qualche anno, con il risultato di raccontare storie che, a un certo punto, non risultano credibili.

Buon film, ma i grandi western sono altrove.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Christian Bale, davvero ottimo.
  • L’inizio e la prima mezz’ora sono promettenti.
  • Retorica mielosa che anche bbbasta!

 

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