Moonlight, la recensione

Basato su un’opera teatrale, il film Moonlight diretto da Barry Jenkins si divide, di fatto, in tre atti che raccontano l’infanzia, l’adolescenza e l’età adulta di Chiron, giovane afroamericano che vive in una zona degradata di Miami.

Nel primo atto Chiron è Little, chiamato così da tutti perché sembra molto più piccolo della sua età. Un giorno, mentre viene rincorso da alcuni bulli della sua scuola, Little incappa in Juan (Mahershala Ali), spacciatore dal cuore tenero. Juan e la fidanzata Teresa (Janelle Monáe) lo prendono sotto la loro ala, ospitandolo a casa nei giorni in cui la madre tossicodipendente di Little diventa ingestibile.

Nel secondo atto abbiamo Chiron, semplicemente. È cresciuto, alcune cose sono cambiate ma altre sembrano destinate a non cambiare mai: la madre è peggiorata, i bulli continuano a tormentarlo per via della sua omosessualità. Omosessualità che Chiron inizia ad esplorare con cautela, come se fosse qualcosa di fragile che si può rompere facilmente.

Infine, nel terzo atto, Chiron si è tramutato in Black. Spaccia per le strade di Atlanta, è muscoloso e forte, non è più il Little della sua infanzia, ormai. Eppure dentro di lui permane ancora qualcosa di quel ragazzino spaventato.

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Moonlight sembra porsi come erede ideale di Boyhood di Richard Linklater: in entrambi i film, infatti, percorriamo le tappe di due bambini che diventano giovani uomini lottando contro le angherie della vita. Ma nel film di Jenkins, come se fosse un videogioco particolarmente complesso, vengono aggiunti due ulteriori livelli di difficoltà, riguardanti la dimensione black e quella gay, che sembrano respingere Chiron ai margini della sua esistenza.

Se la prima dimensione relega Chiron in un quartiere povero e violento, la seconda lo rende un escluso, un reietto evitato o bullizzato. Ed è proprio a causa di questi maltrattamenti, perlopiù fisici, che il protagonista comprende di essere omosessuale. Arriviamo in questo modo al leitmotiv del film, il fil rouge che tiene uniti i tre atti: il contatto fisico che funge da scoperta del proprio sé.

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Attraverso gli spintoni dei bulli, il nostro protagonista diventa consapevole della sua identità, sebbene in questo caso gli venga imposta da altri. Ma fortunatamente sperimenta anche contatti vibranti di calore umano: la lotta giocosa da bambini e in seguito, da adolescenti, l’atto sessuale con l’amico Kevin, Juan che lo tiene a galla insegnandogli a nuotare in mare aperto. Di fatto l’acqua stessa risulta un elemento preponderante del film, descritta come una sorta di contenitore da cui si attingono nuove consapevolezze, nuove capacità.

Non solo l’acqua, ma anche altri molti elementi in Moonlight acquistano una rilevanza narrativa; si veda il cibo, ad esempio, come quello che Teresa offre a Chiron, o il piatto speciale dello chef che Kevin gli prepara nel suo ristorante. Sono manifestazioni di delicata premura che ricordano le belle parole della scrittrice Elsa Morante: “La frase d’amore, l’unica, è: hai mangiato?”.

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La vicenda di Chiron non è dunque sottolineata dalle parole, poche, ma dai gesti, dalle lacrime, talvolta dal liquido seminale. E in particolar modo è evidenziata dai volti dei personaggi, a cui la macchina da presa resta attaccata per la maggior parte delle scene, quasi a far aderire il più possibile lo spettatore a ciò che accade sullo schermo. Il linguaggio corporeo, però, non basta a tenere in piedi Moonlight: l’esercizio di carpire le intenzioni dei protagonisti tramite la loro fisicità diventa, alla lunga, sfiancante. E la lentezza esasperata del film non aiuta.

Il lavoro di Barry Jenkins assume così i contorni di un’occasione riuscita in parte, risultando sì un ritratto delicato, ma fin troppo sussurrato, dell’educazione sentimentale, e non, di un giovane uomo.

Giulia Sinceri

PRO CONTRO
È un film delicato, il cui racconto corporeo è indubbiamente un esperimento interessante che offre spunti di riflessioni. D’altra parte, non si può basare un intero film solo sui gesti, sui volti dei personaggi. Non aiuta inoltre il ritmo eccessivamente lento.
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