RomaFF14. The Vast of Night

Quello portato in scena dall’esordiente Andrew Patterson non è ne più ne meno che un esercizio di stile. The Vast of Night nasce dalla voglia di sperimentare, di mescolare e confondere suggestioni provenienti da media differenti e per far ciò sceglie una storia di fantascienza che più classica non si può, omaggiando apertamente l’età gloriosa della fantascienza televisiva, quella di Rod Serling e il suo Ai confini della realtà.

Presentato all’ultimo Toronto International Film Festival e inserito nella sezione “Tutti ne parlano” della14^ edizione della Festa del Cinema di Roma, The Vast of Night si barcamena come può nella sua eccentricità di linguaggio, mettendo a segno qualche punto proprio nell’obiettivo sperimentale, ma manca totalmente di trasporto emotivo, di costruzione adeguata della narrazione.

Escludendo volontariamente sia la tensione che una storia di “close encounters” e “alien abduction” può generare, sia l’aspetto più genuinamente spettacolare (forse per mancanza di budget, anche perché il finale sembra voler andare in questa direzione), The Vast of Night si abbandona alle chiacchiere: 90 minuti di dialoghi fittissimi che si intrecciano e sovrappongono, provenienti da radio, telefono e dal vivo, portando in scena di fatto una sorta di radio-sceneggiato.

L’idea della confusione mediale è originale, Patterson trova anche espedienti di una certa efficacia comunicativa, ma la visione diventa quasi un tour de force, una prova di resistenza nell’impresa di non distrarsi.

Il film inizia come “episodio di una serie televisiva” sci-fi, quindi una zoomata verso lo schermo di un vecchio televisore ci immerge dentro l’episodio che da b/n si fa a colori. Siamo in una cittadina di provincia in New Mexico negli anni ’50 e mentre tutta la città si prepara ad assistere dal vivo alla partita di finale di basket nella palestra della scuola, Fay ed Everett si dirigono verso le loro postazioni di lavoro che sono, rispettivamente, il centralino telefonico e la radio cittadina. Mentre raccoglie una telefonata, Fay capta una strana frequenza e, insospettita, la sottopone al suo amico Everett che la dirama via radio ai suoi ascoltatori. Qualcuno risponde alla richiesta di chiarimento del ragazzo, è un ex-militare che conosce bene quel suono, un ammonimento che indica la venuta di creature extraterrestri.

Andrew Patterson mostra immediatamente uno stile registico ben preciso e molto poco convenzionale che predilige i campi lunghi, una regia poco incentrata sui personaggi e molto sul contesto, con pianisequenza ambientali e un’onnipresenza della parola, del dialogo, che si fa protagonista fin dai primissimi minuti. Poi, nel momento in cui i personaggi principali si dividono, è la parola a continuare a legarli, attraverso il telefono e la radio. Per certi aspetti The Vast of Night ricorda lo zombie-movie Pontypool (2009), con la pertinenza del racconto di fantascienza che rendendo centrali sia nell’intreccio che nella dinamica narrativa le frequenze radiofoniche rende omaggio a un vero mito della comunicazione fantascientifica, ovvero il caso de La guerra dei mondi di Orson Welles.

Al di là del nobile e originale intento comunicativo sperimentato dal regista, The Vast of Night non ha molto altro da offrire e per il quale essere ricordato. I 90 minuti si dipanano fin troppo lentamente chiedendo allo spettatore un impegno eccessivo nel tenere le fila della storia, c’è una piattezza nello sviluppo della trama non giustificata dal materiale messo a disposizione che, comunque, avrebbe consentito di giocare se non con il sense of wonder almeno con la costruzione della tensione, cosa invece assolutamente assente.

Dunque, una storia di invasione aliena e cospirazioni governative, molto alla X-Files dei bei vecchi tempi, che si affida esclusivamente alla forma è un esercizio di stile migliorabile. The Vast of Night appare curioso nei primi venti minuti, poi subentra la noia che, a un certo punto, lascia il passo al tedio.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Un interessante discorso sui mezzi di comunicazione che si mescola con lo stile narrativo adottato dal regista.
  • Piatto come l’elettroencefalogramma di uno zombi.
  • La storia in sé, così minimal, sa di già raccontato centinaia di volte.
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