Sangue nella bocca, la recensione

sangue nella bocca

Sangue nella bocca (Sangre en la boca) è una co-produzione fra Argentina e Italia diretta dall’argentino Hernan Belon nel 2016, ma uscita nelle sale italiane solo adesso. Il regista, che ha all’attivo diversi documentari e cortometraggi, si cimenta qui con la sua seconda prova in un lungometraggio, dopo l’esordio nel 2011 con il dramma El Campo.

Con il nostro film, siamo ancora nel genere drammatico, unito però al cinema sportivo e a una spiccata componente erotica, elementi che si intrecciano in maniera indissolubile. La storia, se vogliamo, rinnova il mito di Rocky – che continua a fare scuola nel cinema – cioè racconta la vita sportiva e umana del personaggio, accentuando però notevolmente il lato passionale.

La vicenda, scritta dal regista insieme a Marcelo Pitrola, ha come protagonista il pugile di Buenos Aires Ramon “El Tigre” Alvia (Leonardo Sbaraglia): a quasi quarant’anni, sposato con Carina (Erica Banchi) e padre di due figli, sta per ritirarsi e dedicarsi interamente alla famiglia. Ma l’incontro con una giovane e bellissima pugile colombiana, Deborah (Eva De Dominici) sconvolge la sua vita: presi da un’irrefrenabile passione, i due intrecciano una storia d’amore che conduce Ramon a lasciare la moglie e i figli. Nel frattempo, la relazione con l’amante lo induce a sentirsi più forte e a voler combattere ancora, ma finirà per fallire su entrambi i fronti.

sangue nella bocca

Sangue nella bocca è un film molto fisico, le cui peculiarità che lo rendono diverso dal “già visto” stanno nella rappresentazione dei corpi e delle scene di sesso. In generale, siamo di fronte a un dramma familiare e sportivo, con tutti i topoi del genere: il pugile sul viale del tramonto che vuole tornare a combattere, la moglie innamorata contrapposta all’amante ninfomane, l’allenatore e il manager, lo sport come metafora dell’affermazione sociale, a cui si aggiunge una peculiarità, cioè che l’amante è anche una boxeur (figura difficile da trovare nel cinema). La narrazione funziona abbastanza bene sotto entrambi i percorsi – quello umano e quello della boxe, costantemente intrecciati – ma è nelle scene di combattimento e soprattutto nelle numerose e spinte scene erotiche che la regia offre quel guizzo in più, necessario al cinema per emozionare lo spettatore.

Essendo un film basato fondamentalmente sul corpo, sono essenziali i tratti fisici e le performance dei due protagonisti: Leonardo Sbaraglia, attore argentino che ha lavorato con Almodovar nel recente Dolor y gloria e in Storie pazzesche, è un uomo maturo, muscoloso, tatuato, il cui volto è segnato dai tanti incontri che ha svolto nella sua carriera; Eva De Dominici, singolare figura di pugile al femminile fuori dagli schemi, possiede la forza per combattere e soprattutto un fisico pazzesco, un seno prorompente e una sensualità intrinseca che ben presto si esplica, mentre più sullo sfondo rimane la figura della moglie.

sangue nella bocca

La regia non si perde in tanti preamboli e fa scoccare subito la scintilla fra i due amanti, che conduce a una serie di amplessi nelle posizioni e negli ambienti più disparati – la doccia della palestra, una camera d’albergo e via dicendo – ripresi in maniera incredibilmente cruda e realistica. Rimaniamo pur sempre nel softcore, ma nel cinema di oggi è difficile trovare rapporti carnali così credibili – per fare alcuni esempi, siamo dalle parti di Gaspar Noè e de La vita di Adele. A questo contribuisce anche l’ottima fotografia di Guillermo Nieto, caratterizzata da toni forti e saturi che mettono in risalto il colore della pelle.

L’erotismo di Sangue nella bocca è quasi un’estensione dell’attività di pugilato, e viceversa: sesso e boxe sono un po’ le due facce di una medaglia, cioè la corporeità, tant’è vero che vediamo una scena di combattimento fra i due amanti trasformarsi gradualmente in un amplesso. È un eros proibito, clandestino, possessivo e geloso, che porta alla distruzione la vita di Ramon – e parallelamente, anche al suo declino sportivo – e che assume in più di un’occasione connotati perversi: una scena su tutte, quando l’uomo lecca il sangue sulla bocca di lei dopo averla colpita con un pugno in allenamento, oppure tutto il finale che vira sui toni del noir.

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Ben coreografate anche le scene di combattimento sul ring, molto dure e violente – tre in totale, una all’inizio, una a metà e una alla fine del film: sia nelle scene di boxe, sia nelle scene di sesso, risultano fondamentali l’uso studiato delle inquadrature e il montaggio di Natalie Cristiani, mentre le musiche di Luca Ciut spaziano dal ritmo che accompagna i combattimenti alla malinconia delle scene più introspettive.

Davide Comotti

PRO CONTRO
  • Intreccio singolare di sesso e boxe fra un uomo e una donna.
  • Scene di sesso crude e realistiche, per niente scontate nel cinema di oggi.
  • Scene di combattimento ben coreografate.
  • Uso spiccato del corpo degli attori.
  • In certi momenti, la storia sa un po’ di “già visto”.
  • La regia non riesce a tenere alta l’attenzione per tutti i 90 minuti circa, ci sono tempi morti (non troppi, a dire il vero)
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Valutazione: 7.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Sangue nella bocca, la recensione, 7.0 out of 10 based on 1 rating
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