Sausage Party – Vita segreta di una salsiccia, la recensione

Il cinema d’animazione sembra ormai essersi specializzato nel mostrarci cosa fanno determinate categorie quando non sono osservate dagli esseri umani. Dall’apripista Toy Story, in cui osservavamo la vita dei giocattoli, al recentissimo Pets – Vita da animali, dove i protagonisti sono gli animali domestici, giungiamo a Sausage Party – Vita segreta di una salsiccia e ad agire all’insaputa degli umani sono i prodotti alimentari di un supermarket. Ma se gli iconici personaggi di Toy Story e gli adorabili animaletti di Pets erano protagonisti di avventure adatte a tutta la famiglia, Sausage Party è un film per adulti, malgrado la tecnica dell’animazione in CGI, l’aspetto pacioso dei personaggi e i vivacissimi colori.

Per capire il tenore di “film per adulti” che sta dietro questo progetto, basti pensare che il soggetto del film è di Seth Rogen, Jonah Hill e Evan Goldberg, anche produttori, e tra i doppiatori ci sono – oltre a Rogen, che è il protagonista, e Jonah Hill – anche James Franco, Michael Cera, Danny McBride e Craig Robinson, ovvero il team più sballato e spregiudicato della commedia americana, già artefici del folle Facciamola finita e dei cult Strafumati e The Interview.

SAUSAGE PARTY

E Sausage Party segue quella linea, utilizza quell’ironia, ripropone quella formula, solo che fa sua la tecnica dell’animazione per raccontare una storia di conflitti interculturali e interraziali, di oscurantismo religioso e di liberazione, nonché di libertà.

Frank è una salsiccia (o meglio un wurstel) e aspetta all’interno della sua confezione, insieme agli amici Barry, Carl e Troy, di essere scelto (acquistato) e finire nel Grande Oltre, ovvero il luogo che sta al di fuori del supermercato. E il suo sogno è essere scelto insieme a Brenda, il panino da hot dog che vive nella confezione posizionata sul suo stesso scaffale. Per tutti i prodotti alimentari finire nel Grande Oltre è l’obiettivo, lo scopo ultimo che darà senso alla loro esistenza; finché un giorno viene restituito al negozio un barattolo di Mostarda Dolce che sembra completamente fuori di testa, sconvolto da ciò che ha visto al di fuori del negozio. Il Grande Oltre non è come viene descritto, annuncia Mostarda Dolce, e i loro Dei (gli umani) sono esseri spregevoli che distruggono e divorano gli alimenti. Per lo più i cibi non credono alle farneticazioni di Mostarda Dolce, ma quando quest’ultimo si suicida e porta con sé, fuori dal carrello, Frank e Brenda – che nel frattempo erano stati scelti – per loro ed altri alimenti comincia una ricerca della verità tra gli scaffali del supermercato.

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La trama particolarmente intricata, ricca di personaggi e situazioni, che si estendono anche al di fuori del supermercato, è solo uno dei pregi di un film che utilizza il linguaggio scurrile e le situazioni per adulti per raccontare una storia che riflette sull’umanità e soprattutto sullo scontro interculturale generato in particolar modo dalla religione. Il film corre costantemente su un doppio binario perché se il suo intento è nobile e il messaggio che vuole lanciare è particolarmente intelligente, allo stesso tempo il modo per arrivare a quel messaggio è tipico della filmografia di Seth Rogen che, purtroppo, non va a genio a molti. Situazioni sessualmente esplicite (la stessa salsiccia è una palese metafora del sesso maschile, così come il panino da hot dog di quello femminile), turpiloquio, decessi dai terrificanti e divertentissimi esisti splatter, uso di stupefacenti e tanta scorrettezza sono gli ingredienti per raccontare l’assurda odissea di un wurstel in procinto di scardinare il sistema religioso mondiale.

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L’intero film ci mostra il conflitto tra diversi alimenti proprio come se si trattasse del conflitto culturale che alimenta la diversità tra popoli: il bagel ebreo è acerrimo nemico della ftira araba, il cibo orientale è relegato in una sezione specifica del supermercato completamente a sé stante, i prodotti provenienti dalla Germania hanno un ché di dittatoriale e così via, anche se tutti sono accomunati dalla credenza negli Dei e nella vita oltre il supermarket. Frank e i suoi amici, tra i quali si distinguono proprio il bagel Douche e la ftira Lavash, si avventurano in una ricerca della verità fino al raggiungimento dell’angolo più remoto del supermercato, dove tutto ha avuto origine, una sorta di Zona Proibita del Pianeta delle Scimmie in cui risiede la ragione dietro ogni credenza religiosa.

Il liberatorio ed eccessivo finale è il trionfo dell’utopia ma fa quadrare il cerchio: l’unico modo per abolire le guerre è abolire la religione e dar sfogo ai propri istinti, per lo più repressi proprio dalla religione.

Un messaggio forte, importante e sovversivo, che ovviamente è smorzato dal tono costantemente sopra le righe e demenziale del film.

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Un film che comunque non è del tutto esente da difetti, seppur viaggi su un territorio qualitativo decisamente alto. Infatti, Sausage Party ha qualche calo di ritmo di troppo e le gag vanno a segno a corrente alterna; soprattutto il lungo blocco centrale che segue Frank alla ricerca di Acquavite, uno degli alimenti più anziani del supermarket (non ha scadenza!) è piuttosto moscio e fatica a portare la narrazione verso l’atto successivo.

Curioso notare il curriculum dei due registi scelti per dirigere Sausage Party, ovvero Conrad Vernon e Greg Tiernan, il primo regista di alcuni successi d’animazione Dreamworks come Shrek 2, Mostri contro alieni e Madagascar 3, il secondo votato all’animazione per piccolissimi con una carriera registica composta esclusivamente da Il trenino Thomas.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Geniale metafora dell’umanità e dei conflitti culturali tra popoli.
  • Animazione semplice ma efficace.
  • Tutta l’irriverenza e il divertimento scorretto del team di Seth Rogen.
  • Ci sono alcune vistose calate di ritmo.
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Valutazione: 7.0/10 (su un totale di 1 voto)
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