Se son rose, la recensione

Leonardo Giustini è un giornalista specializzato in tutto ciò che è tecnologico e nelle più moderne applicazioni per il web. Ormai disilluso nei confronti dell’amore e determinato a non impegnarsi più con una donna, Leonardo conduce una vita adagiata su una routine sempre uguale. Quando non è impegnato con il lavoro, si reca a casa di Fabiola, sua ex moglie, per trascorrere un po’ di tempo assieme a Yolanda, la figlia adolescente. Una sera quest’ultima, stanca di vedere suo padre sprofondare nell’ozio e ormai così cinico nei confronti dei sentimenti, decide di compiere di nascosto un gesto estremo: inviare un messaggio che recita “Sono cambiato. Riproviamoci!” alle dieci ex del papà. Quattro ex fiamme di Leonardo accolgono la proposta del messaggio e si rifanno avanti. Per Leonardo è l’occasione buona di rimettersi in gioco e capire quali sono stati i suoi limiti nel rapporto con le donne.

Parlare di Se son rose così, a bruciapelo, senza fare prima una rapida panoramica sulla carriera artistica di Leonardo Pieraccioni sarebbe cosa ingiusta e sbagliata. Apparentemente simile a tante altre opere del comico fiorentino, Se son rose rappresenta in realtà una tappa importante all’interno della filmografia di Pieraccioni e proprio per questo necessita di essere analizzata per ciò che è e non per ciò che appare.

Da oltre vent’anni Leonardo Pieraccioni tiene alto il morale degli italiani con i suoi film, commedie dal sapore frivolo e leggero pronte a riflettere – in un modo o nell’altro – sulle problematiche sentimentali.

Negli anni novanta è stato uno dei protagonisti di quella che potremmo definire la “nouvelle vogue” della commedia all’italiana, un decennio in cui i protagonisti della risata venivano prelevati direttamente dalle arene di cabaret (oltre a Pieraccioni, ricordiamo anche Albanese e il trio Aldo, Giovanni e Giacomo). Tra insuccessi e determinate scelte artistiche, di quella schiera di comici emersi negli anni ‘90 solo Pieraccioni è riuscito a “sopravvivere” portando avanti un percorso coerente e soprattutto rispettoso verso i suoi esordi e i primi successi al boxoffice.

Certo, i tempi de I Laureati e de Il Ciclone sono ormai lontani e negli ultimi anni (più o meno a partire da Io & Marilyn) tutto sembrava suggerirci che Pieraccioni avesse davvero esaurito i colpi in canna, sia sotto il profilo delle storie e sia per gli esiti sempre più magri ai botteghini. Comunque vada abbiamo continuato a “volergli bene” e a dargli fiducia, vuoi per questo suo spirito da eterno Peter-Pan o più semplicemente per quella parlata toscana che fa comunque simpatia.

Ciò che ha sempre funzionato nel cinema di Leonardo Pieraccioni è la semplicità, che può essere letta come “ingenuità”, pronta a divenire il fil-rouge di tutta la sua filmografia e capace di rendere tutte le sue storie clamorosamente universali. Perché Pieraccioni, in fin dei conti, va oltre lo status di commediante per diventare un “popolare” cantastorie. Da sempre disinteressato alla situazione politico-sociale del suo Paese, i film di Pieraccioni sono delle “favole” senza tempo e senza spazio, dei racconti fruibili da tutti e in qualunque momento e destinati a non “invecchiare” mai. Nel suo essere sempre così fuori moda – volutamente e orgogliosamente – Leonardo Pieraccioni può essere descritto come un menestrello di corte ai tempi di “X-Factor”.

Spesso si rimprovera al suo cinema di essere sempre uguale e privo di nuove idee, con storie troppo simili da essere ormai fastidiosamente prevedibili. Accuse indubbiamente sensate (perché in un certo senso è cosi) ma mosse verso una tipologia di film che non ha certo l’ambizione di stupire. Quello che Pieraccioni ha fatto da I Laureati ad oggi è stato raccontare, in chiave assolutamente favolistica, tutte quelle problematiche di “cuore” che si possono palesare nel corso della vita di chiunque. Perciò le prime cotte e sbandate (I Laureati, Il Ciclone, Fuochi d’artificio), le avventure che capitano all’improvviso quando si è “adulti” (Il pesce innamorato, Il paradiso all’improvviso, Ti Amo in tutte le lingue del mondo) e l’amore che vacilla proprio quando dovrebbe essere ormai una certezza (Una moglie bellissima, Io & Marilyn). Un percorso di crescita concreto e proprio inserendolo all’interno di tale percorso Se son rose assume un’importanza notevole che potrebbe – come si spera – rappresentare un punto di non ritorno all’interno del percorso artistico del regista.

A detta dello stesso Pieraccioni, Se son rose dovrebbe essere la sua ultima commedia sentimentale e tutto ce lo suggerisce, in effetti. Per la prima volta, infatti, l’amore non ci viene raccontato come un ideale da raggiungere attraverso mille peripezie per gustarsi quel tanto atteso e vissero felici e contenti. Assolutamente no, in Se son rose non c’è nessuna storia d’amore destinata a sbocciare. C’è una riflessione, piuttosto, che porta il protagonista ad interrogarsi sul proprio passato e su ciò che vale la pena essere nel futuro. Il passato, seppur ricco di momenti belli e importanti, è bene lasciarselo alle spalle senza rivangarlo o riproporlo. Si correrebbe troppo il rischio della proverbiale “minestra riscaldata”. Ormai si è “grandi” e quindi ciò che importa è guardarsi attorno, capire chi si è diventati e mirare al futuro, anche accontentandosi se serve. In questo discorso, Se son rose diventa un film spaventosamente autobiografico in cui Leonardo (non a caso il nome del personaggio è lo stesso dell’attore) sa bene che non può continuare a ripetersi. Adesso deve far tesoro di quello che ha raccolto fino ad oggi e muoversi verso una nuova condizione che, in questo caso, sembra voler essere quella di “padre” e non più quella di “fidanzato/marito/amante”.

Ma al di là di questo filosofeggiare attorno alla poetica pieraccioniana, c’è da riconoscere che Se son rose è un film che funziona a prescindere. Certo, siamo sempre nel contesto di un cinema buonista e ricco di valori e ideali, ma a differenza degli ultimi film non troppo riusciti, qui Pieraccioni sembra ritrovare quella vena comica che lo accompagnava una decina d’anni fa. Nella sua costruzione a capitoli, per molti aspetti più consona alla cinematografia di Verdone, Se sono rose è un film che riesce a regalare frequenti sorrisi e risate grazie alla maniera spiritosa con cui sono inscenati e si susseguono gli appuntamenti di Leonardo con le sue ex. Quello di sottoporre il protagonista ad una serie di incontri improbabili, infatti, diventa un modo facile ma efficace di sguinzagliare la vena comica dell’artista ed ecco dunque che i quattro incontri con le quattro ex (Caterina Murino, Gabriella Pession, Michela Andreozzi e Antonia Truppo) si traducono in momenti davvero divertenti.

Contornandosi di tanti ruoli femminili secondari, questa volta il comico fiorentino pensa bene di fare a meno di una “spalla comica” così da offrire un racconto più asciutto che trova la risata solo lì dove la storia lo richiede e senza perciò andare incontro a forzature. A completare il cast, oltre ai nomi già citati, anche Claudia Pandolfi ed Elena Cucci, ma anche la youtuber Mariasole Pollio e il simpatico Vincenzo Salemme in un cammeo “fuori programma”.

In un film dove la risata torna ad essere protagonista e si abbandona anche a qualche momento pungente e smaliziato, a convincere un po’ meno sono alcuni meccanismi eccessivamente “facili” a cui il film si abbandona nell’ultimo atto. Un happy end diverso dal solito ma che arriva in modo repentino più per dovere che per necessità. Un finale che, ad ogni modo, chiude ideologicamente quel “ciclo” di cui si diceva per aprirsi a nuovi orizzonti narrativi. In questo, il titolo scelto si fa più che mai simbolico e diventa un augurio di buon auspicio verso quella che potrà essere la “nuova” commedia di Leonardo Pieraccioni.

Giuliano Giacomelli

PRO CONTRO
  • Dopo tre-quattro film poco riusciti, Pieraccioni torna a confezionare una commedia brillante nel suo stile che fa sorridere e regala più di qualche momento davvero comico.
  • Un film “importante” nella filmografia del regista.
  • Il cast femminile funziona come deve.
  • Nel finale si corre un po’ troppo per acchiappare quell’happy end che non può mancare in una “favola” di Leonardo Pieraccioni
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