Searching, la recensione

Per dar vita a un thriller dai risvolti gialli sufficientemente intrigante serve innanzitutto una storia originale e una costruzione narrativa imprevedibile. Saremmo portati a pensar questo, ovviamente. Eppure Searching di Aneesh Chaganty devia l’attenzione su un altro fattore che non è il “cosa” ma il “come”. Il contenuto della storia diventa subordinato al modo in cui è raccontata, con il risultato che Searching è uno dei più felici esempi di cinema thriller di quest’anno.

Il segreto di Aneesh Chaganty, giovanissimo ex dipendente di Google e autore anche del soggetto e della sceneggiatura (insieme a Sev Ohanian), è stato mostrare l’intera vicenda attraverso social network, video camere di sorveglianza, webcam, videochiamate, servizi giornalistici sul web, youtube… insomma tutti i mezzi odierni collegati alla rete, che di fatto sono in grado di ricostruire, monitorare e testimoniare la maggior parte delle nostre attività quotidiane. L’idea per se non è nuovissima, dal momento che era stata già utilizzata nel 2014 da Levan Gabriadze per l’horror Unfriended, ma Chaganty non solo la rende più strutturata e, di conseguenza, complessa, ma la applica a un genere cinematografico a cui era impensabile fornire una tale struttura di linguaggio.

Searching racconta la storia di David Kim, un padre rimasto vedovo che si occupa della figlia sedicenne Margot, una ragazza modello, tranquilla e introversa. Una mattina, David si accorge che Margot non è tornata a casa e ha tentato di telefonargli durante la notte, ma non c’è più traccia della ragazza: non risponde al telefono ne ai messaggi e nessuno sembra averla vista dopo la scuola. David comincia a preoccuparsi, contatta la polizia e comincia un’indagine personale tra i contatti di Margot, cercando informazioni sul computer della figlia.

Presentato all’ultimo Sundance Film Festival e accolto molto positivamente dalla critica internazionale, Searching si muove sul doppio binario che collega la pervasività della tecnologia con le incertezze di un padre che si accorge, pian piano, di non conoscere a fondo la propria figlia, come invece credeva. Chaganty è bravissimo a costruire il crescendo di mistero attorno al personaggio di Margot e i dubbi di un padre che non riesce a ricostruire l’accaduto, tra false piste e omissioni di informazioni. Il dramma dell’uomo, interpretato in maniera molto credibile e umana da John Cho, non è solo legato al ritrovamento della figlia, ma anche al disperato tentativo di rimanere ancorato alla realtà attraverso la presenza dell’unica persona a lui rimasta cara, dal momento che sua moglie è morta a causa di un tumore e le sue origini coreane lo rendono a tratti uno straniero in terra straniera.

Poi, come si diceva, c’è un discorso affatto banale sulla pervasività del web, capace di scandire ogni momento della nostra giornata tanto da renderci completamente rintracciabili: Facebook, Instagram, Facetime, YouCast, Gmail… c’è una traccia di Margot (e di qualsiasi persona minimamente social) su ognuno di questi network ed è proprio grazie all’analisi scrupolosa di queste tracce che si arriva alla soluzione del caso… un caso che comunque è strutturato in maniera impeccabile e mai davvero prevedibile, ricco di colpi di scena e sorprese, proprio come le dinamiche del genere chiedono.

Ma la cosa che più sorprende in Searching è l’efficacia della sua natura, del linguaggio scelto per raccontare questa storia. Perché se è facile raccontare una maledizione che si trasmette in chat con questo linguaggio (come accadeva in Unfriended), non lo è altrettanto raccontare in questo modo un’indagine poliziesca e costruirne attorno una vicenda gialla, tenendo sempre il ritmo elevato e l’attenzione dello spettatore per 100 minuti. Searching c’è riuscito!

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
Un linguaggio inusuale per raccontare un thriller avvincente. Nonostante il primato nel genere thriller, lo stesso concept era alla base di Unfriended.
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