Si muore tutti democristiani, la recensione

Vivere nelle società contemporanea vuol dire sempre di più vedere.

Ogni narrazione significativa possiede una dimensione visiva per esistere nella cultura attuale, nel solco di un cambiamento diventato tangibile con l’avvento di YouTube nel 2005 e la formazione di un nuovo soggetto sociale, il prosumer. Dal caricamento di Me at the zoo sulla celebre piattaforma, il fiume dei contenuti visibili per e realizzati soprattutto dall’utente non ha mai smesso di essere in piena, considerato anche i molteplici affluenti apparsi nel corso degli anni, mantenendo un ritmo forsennato, indicando e istituendo nuovi regimi narrativi ormai entrati nell’immaginario collettivo.

Non è questa la sede per analizzare tale fenomeno, ma Si muore tutti democristiani è uno dei frutti di quello che è successo e continua a succedere ancora oggi. Il collettivo satirico Il Terzo Segreto di Satira, dopo gli sketch sul web e gli inserti in programmi di approfondimento politico come Piazzapulita e Report, approda sul grande schermo con un film che castigat ridendo mores, interrogandosi sulle possibilità di una purezza etica al giorno d’oggi.

I tre protagonisti Stefano (Marco Ripoldi), Fabrizio (Massimiliano Loizzi), Enrico (Walter Leonardi) si trovano davanti ad un quesito lineare, esplicitato direttamente nel corso del film (Meglio fare cose pulite con i soldi sporchi o cose sporche con soldi puliti?), ed ognuno di loro cerca la sua personalissima risposta ritornando sui propri passi e sul proprio vissuto. Accettare l’offerta del presidente della fantomatica Africando per realizzare un documentario sulla povertà in Africa in cambio di 150mila euro è il turning point della sceneggiatura, ma anche la possibilità di dire addio per un po’ al lavoro precario e saltuario di videomakers ideologicamente impegnati, se si è in grado di tralasciare le ombre e le accuse alla onlus non propriamente integra.

Dato il background web e televisivo, il rischio più grande di un’operazione del genere era quello di metter su una collana di perle distinte e separate anteposte alla narrazione generale per dare al pubblico un carnet di sketch lungo 89 minuti. Fortunatamente avvalersi di un navigato sceneggiatore come Ugo Chiti (Gomorra, Manuale d’amore) ha evitato il peggio, restituendo invece un lungometraggio godibilissimo ed essenziale con picchi di comicità pura (la sequenza dedicata agli incontri per la realizzazione di un documentario per l’Anpi) e satira amarissima (brillante il montaggio alternato con i fatti del G8 di Genova del 2001) indirizzati verso la domanda tematica del film. Risultano perfettamente coerenti anche le “star” del film, a partire da Valentina Lodovini, Francesco Mandelli e Paolo Rossi, inseriti funzionalmente nella narrazione, per arrivare fino alla triade di giornalisti Peter Gomez, Lili Gruber e Andrea Scanzi nella parte di un giornalismo d’inchiesta morale.

Il Terzo Segreto di Satira, debuttante anche alla regia, riesce dove negli ultimi anni tanti hanno fallito, calibrando la propria potenza dissacrante sulle necessità del grande schermo, accettando le nuove regole del gioco. La sensazione è che per una volta il cinema non sia appendice di un successo costruito altrove, ma il momento in cui mostrare come anche in un altro contesto si possa dire la propria senza per forza diventare macchiette o, peggio ancora, morire democristiani.

Andrea De Vinco

PRO CONTRO
  • Satira ben inserita nella narrazione complessiva.
  • Nessun rischio.
  • Durata.
  • Spessore personaggi.
  • Colonna sonora.
 
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