Suburbicon, la recensione

C’è lo zampino di Joel ed Ethan Coen dietro Suburbicon e si vede tantissimo!

Il film che segna la sesta regia di George Clooney è infatti tratto da una vecchia sceneggiatura di quei due volponi dei fratelli Coen, che scrissero nel 1986, all’indomani dell’ottima accoglienza di Blood Simple, il loro primo film. In Suburbicon, infatti, ci sono un po’ tutte le caratteristiche che hanno imposto i registi di Crocevia della morte come schietti innovatori del genere crime, a cominciare dalla pesante contaminazione con la commedia che ha fatto il successo di Fargo.

Il problema di Suburbicon, se vogliamo, è proprio uno strato di polvere alto tre dita che si respira dalla prima all’ultima inquadratura: si nota tantissimo che si tratta di un progetto “vecchio” e sul quale non si è fatto davvero nulla per cavalcare i tempi e le mode svecchiandolo. Suburbicon non è altro che un Fargo ambientato negli anni ’50: stesse dinamiche, stessa violenza, stessi personaggi, nonché simile umorismo (giusto un po’ meno accentuato). Capirete che, dopo diversi film su quella falsariga e ben tre stagioni della riuscitissima serie tv che proprio da Fargo prende il nome, un’opera come Suburbicon appare un pochino anacronistica nonché poco pregnante.

E il problema del film di Clooney è davvero tutto qui! Perché Suburbicon è un bel film, per carità, ma arriva fuori tempo massimo e questo sicuramente gli è costato la magrissima figura fatta al botteghino internazionale.

Ma che storia ci racconta questo film?

La provincia americana e imbranati criminali sono ovviamente al centro della vicenda che si svolge nella cittadina immaginaria che da titolo al film, in un clima idilliaco che sembra uscito da una pubblicità degli anni ’50. In questo contesto la tranquillità viene rotta dall’arrivo di una famiglia di colore, la prima famiglia di colore di Suburbicon, che viene vista con ostilità e sospetto da tutti gli abitanti, a parte il piccolo Nicky Lodge, che farà subito amicizia con il figlio dei vicini. Ma ben presto, nella casa di Nicky si consuma un terrificante delitto: una coppia di rapinatori si introduce nell’abitazione, sequestra tutta la famiglia e, prima di andar via, stordisce tutti col cloroformio. Purtroppo Rose, la madre paralitica di Nicky, non si risveglia dal sonno e a piangere la sua scomparsa ci sono la sorella gemella Margaret e il marito di Rose, Gardner. Qualcosa però non è chiaro alle autorità di Suburbicon e al piccolo Nicky, che nota in suo padre una sospetta omertà nei confronti degli assassini.

Matt Damon è Gardner Lodge, l’uomo medio americano, camicia a scacchi, pancetta e occhiali con montatura tipicamente 50’s, lontanissimo dai muscoli e i gesti eroici di Jason Bourne. Julianne Moore è invece la paralitica Rose, ma anche la docile Margaret, due sorelle gemelle che sono davvero indistinguibili se non fosse per il diverso colore di capelli.

Due attori coeniani che offrono in Suburbicon una performance divertita e divertente, nonostante la drammaticità della vicenda, capaci di passare con estrema disinvoltura da un registro grottesco a un contraltare nerissimo. Oltre a loro, uno stuolo di altri bei personaggi su cui si nota moltissimo un’attenta scrittura, come i due assassini tanto minacciosi quanto impacciati quando si tratta di entrare in azione e il cinico agente assicurativo interpretato da Oscar Isaac, un ruolo piccolo ma pregnante.

In mezzo a una fauna di personaggi decisamente memorabili, c’è anche la sotto trama della famiglia di colore trattata con ostilità dalla comunità cittadina. Un elemento con preciso intento satirico (verso il perbenismo americano) e testimone dei tempi, nonché contraltare dell’orrore che si consuma realmente nelle case di Suburbicon ma che, inserito in questo film, sembra quasi fuori contesto. È un elemento molto interessante, forse più vicino a Clooney che ai Coen, ma così palesemente “altro” in confronto alla storia che Suburbicon racconta da risultare un elemento intruso.

A tirar le somme, Suburbicon ci risulta un oggetto sfuggente, superiore a buona parte delle opere dirette dai Coen negli ultimi anni ma allo stesso tempo debole nell’impianto narrativo ormai datato e usurato. Se Suburbicon fosse stato realizzato nel 1986, quando fu scritto, oggi lo celebreremmo come l’apripista di un filone, ma prodotto oggi, nel 2017, è solo l’ennesimo crime grottesco come ce ne sono tanti altri.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • La sceneggiatura da molta importanza ai dialoghi e all’ottima delineazione dei personaggi.
  • Bravi un po’ tutti, in particolare Matt Damon e Julianne Moore.
  • Sa troppo di già visto: ogni dinamica richiama alla mente Fargo, film o serie tv.
  • La tematica razziale è intrusa.
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Suburbicon, la recensione, 6.0 out of 10 based on 1 rating
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