T2 Trainspotting, la recensione

Era il 1996 quando usciva nei cinema Trainspotting, un film capace di destare scandalo per le tematiche trattate diventando immediatamente di culto tra un pubblico giovane, ma anche capace di porre all’attenzione generale Danny Boyle, regista inglese che all’epoca era al suo secondo film.

Adattando l’omonimo romanzo di Irvine Welsh, Boyle aveva portato all’attenzione delle masse l’esistenza meschina e squallida di un quartetto di tossici di Edimburgo: Renton, Murphy detto Spud, Tommy e Simon detto Sick Boy. Poco più che ventenni, amici affiatati e dediti all’uso dell’eroina, che immancabilmente getterà le loro vite nella più cupa disperazione.

Per molto tempo è stata caldeggiata la possibilità di riportare in scena il gruppetto di “tossici” scozzesi per un sequel a cui lo stesso Boyle si è più volte dimostrato interessato. L’occasione è arrivata a ben vent’anni di distanza da quel film, quando ormai si erano perse le speranze e T2 Trainspotting, pur non avendo quella forza anarchica e liberatoria del primo capitolo, si mostra un buonissimo proseguimento, soprattutto per l’approccio che decide di avere nei confronti del materiale narrativo preesistente.

Seguiamo la vicenda dal punto di vista di Mark Renton (Ewan McGregor), ormai ex tossico, che torna a Edimburgo dopo una lunga permanenza ad Amsterdam. Qui ritrova Simon “Sick Boy” Williamson (Jonny Lee Miller), gestore del pub lasciatogli in eredità dalla zia e a capo di una redditizia attività ricattatoria ai danni di facoltosi uomini che si lasciano incastrare dalla prostituta Veronika, sua socia e amante. Spud (Ewen Bremner), invece, è ancora schiavo dell’eroina, abbandonato dalla moglie e dalla figlioletta e vicino al togliersi la vita. Ma c’è in giro anche Francis “Franco” Begbie (Robert Calryle), evaso dal carcere e voglioso di vendicarsi proprio di Renton, che vent’anni prima gli rubò il bottino del colpo che avevano fatto tutti insieme.

Boyle e il suo sceneggiatore John Hodge anche questa volta avevano a disposizione un testo di Irvine Welsh, Porno, romanzo datato 2002 che ci presentava i personaggi già noti stavolta non più alle prese con la droga ma con un business legato alla pornografia. Hodge, però, non ha adattato Porno… almeno non solo… e T2 Trainpsotting è un’avventura quasi inedita che si lega al precedente film in maniera continuativa, come se il passato e il presente fossero un’unica grande realtà che si interseca continuamente. Questo è dato soprattutto dal riprendere diverse scene topiche del primo film e riproporle sotto forma di flashback, a volte rievocati dagli scritti nostalgici di Spud, un espediente che da una parte è un gradevole strizzare l’occhio al capostipite con agganci narrativi immediati, dall’altra mostra però una dipendenza obbligata del sequel al pregresso di vent’anni fa, come se questo secondo film non riuscisse mai a raggiungere una sua autonomia e personalità.

È molto interessante l’evoluzione che i diversi personaggi hanno avuto in questi vent’anni e il modo in cui è stata portata in scena in questo sequel: c’è chi è riuscito ad andare oltre, come Renton, rifacendosi una vita grazie al meschino gesto del tradimento, e chi invece è rimasto intrappolato in un fatale loop, come accaduto a Spud e Begbie, che qui ritroviamo esattamente come li avevamo lasciati. Eppure, anche chi in fondo non è cambiato radicalmente, ha attraversato un processo evolutivo che ne ha fatto un uomo diverso, soprattutto perché le responsabilità della famiglia, secondo Boyle, riescono in qualche modo a smuovere gli animi dei suoi perdigiorno. Poi c’è un personaggio inedito, Veronika, interpretata da Anjela Nedyalkova, la prostituta amante di Simon che sembra seminare discordia tra lui e Mark, e allo stesso tempo figura positiva, di redenzione per Spud, forse vero motore dell’intera azione.

T2 Trainspotting, dunque, riesce a focalizzare l’attenzione su più piani narrativi, anche se fondamentalmente parla del passare del tempo e di come questo è percepito da diversi individui, tra accettazione e negazione. Non siamo di fronte al miglior Boyle, però il mestiere di questo regista emerge tutto attraverso quel taglio ipermoderno che già caratterizzava il primo Trainspotting. Considerate, comunque, che proprio come i personaggi, questo sequel cammina su un doppio binario: c’è chi cambia e chi resta uguale a vent’anni fa, ma nessuno lo fa mai radicalmente. Se il montaggio e l’uso (magnifico) che si fa della musica è un voler tornare sui propri passi, la mancanza di quell’anarchia grottesca è un marcato segno di cambiamento che, purtroppo, può anche essere visto come un vero e proprio addomesticamento alle logiche di un cinema più mainstream, quello di cui Boyle è ormai un assiduo frequentatore.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • T2 riesce a proseguire la storia approfondendo i personaggi ed evolvendoli.
  • Regia, montaggio e musiche che ci fanno ritrovare il miglior cinema di Danny Boyle.
  • Ritrovare i protagonisti di vent’anni fa è davvero un piacere.
  • A tratti è schiavo del suo predecessore.
  • Manca quella portata anarchica e liberatoria del primo film, anzi T2 è un po’ troppo imbrigliato nell’ottica del cinema mainsteam.
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T2 Trainspotting, la recensione, 7.0 out of 10 based on 1 rating
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